Pensieri...

La Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si è divertito a mescolarli insieme. (Guido Piovene)











«Se rinuncio ad amare la mia terra, contribuisco a distruggerla».



(Doris Lo Moro)











Chi di noi non ha mai sognato, specialmente in età adolescenziale, di scappare via dalla propria terra, dal proprio paese natìo?



Io penso sia una cosa capitata un pò tutti.



Evadere dalla solita routine, cercare cose e volti nuovi, viaggiare...è normale...



Poi, magari arriva quel tempo in cui ti soffermi a pensare e ripensare e forse t'accorgi che quello che hai trovato, seppur fondamentale, ti ha fatto perdere o lasciare indietro nel tempo, cose che credevi di odiare e non sopportare, e che poi ti stuzzicano, ti cercano, ti mancano...e che forse amavi...solo che non lo sapevi. (Anna)











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lunedì 18 marzo 2019

Anteprima del mio racconto...

Una storia qualunque

Anche quella mattina, Maria si alzò presto.
La vecchia sveglia sul comodino, accanto alla "lumera" ad olio, sempre accesa davanti all'immagine della Sacra Famiglia, segnava le quattro. Faceva freddo nella piccola stanza e accucció ben bene il figlioletto di appena un anno, che tenevano con loro nel grande letto, vicino al marito che dormiva ancora. Infilò la coperta di lana pesante sotto il corpicino del bimbo come a far una barriera e mise davanti al materasso una seggiola per evitare che cadesse. Si buttò lo scialle sulle spalle ed andò in cucina.
Accese l'altra lumera che stava sul tavolo per fare un po' di lustro ed aprí il chiavistello della porta cercando di non far tanto rumore. Sull'uscio c'era la quarta di latte appena munto, che ogni mattina lasciava massaro Cola, nel suo giro ai clienti.
Massaro Cola, aveva un piccolo gregge, su in collina, ed ogni mattina scendeva in paese a vendere il latte appena munto e i suoi formaggi freschi o stagionati. Faceva il giro dei suoi clienti che conosceva da sempre e ogni sabato, salvo imprevisti,  saldavano il conto dell'intera settimana.
Ogni sera, Maria e le altre vicine, lasciavano i recipienti a misura di  quarta, o  mezzo litro, a seconda delle esigenze, sull'uscio e il massaro li riempiva.
Versò il latte in un pentolino e lo lasciò sul tavolo.
La cenere nel focolare era ormai spenta, ma ancora tiepida.
Scavò e tolse le patate ormai cotte che aveva lasciato la sera prima.
Erano anch'esse tiepide e lasciavano nelle mani un calduccio confortante, ma la giovane donna non aveva tempo per trastullarsi.
Raccolse velocemente la cenere in un vecchio secchio e s'adoperò a riaccendere il fuoco con frasche e "zucchi" che aveva preparato la sera prima, accanto al focolare, quando aveva bollito le verdure selvatiche che aveva trovato in campagna.
La fiamma sgusciò via veloce tra un guizzo di fumo acre che per un attimo invase la stanza. Fu solo un attimo, perché Maria fece aria col vecchio ventaglio di canna e subito trovò la via d'uscita, su per il camino. Mise su il pentolone con l'acqua che sarebbe servita a lavarsi e si mise a sbucciare le patate.
Quando ebbe finito di sbucciarle, le condí con olio, origano e sale, nell'insalatiera di coccio e la  legò in un tovagliolo. Il pranzo per il marito, insieme a qualche oliva in salamoia e un pezzo di pane duro, era pronto.
Controlló l'acqua che stava per bollire e scese il pentolone dal treppiedi.
Lo scansó e ravvivando il fuoco avvicinò la pignata dove aveva messo in ammollo i fagioli la sera prima. Quelli, insieme alle erbe selvatiche,
sarebbero state la cena. Versò un po' d'acqua calda nel catino di ferro e si lavò. Si cambiò e pettinò e solo dopo mise il pentolino col latte vicino alla pignata, a scaldarsi. Entrò in camera e svegliò il marito. "Ruaccu...Ruaccu rivijjiati ca é ura". La sveglia segnava le cinque. Controlló il bimbo che dormiva sereno e tornó in cucina. In una grossa ciotola di stagno spezzettó del pane duro e vi versò sopra il latte caldo. Ne assaggió qualche cucchiaiata e il resto lo lasciò al marito che si lavò e mangiò a sua volta. Poi uscí col suo fagotto di patate. " Vajiu" disse sulla porta. Una folata gelida entrò in casa mentre fuori era ancora buio. " Ndi vidimu cchiú tardu" rispose la giovane sposa continuando i suoi servizi.
Attizzó il fuoco e scrollò i fagioli che cominciavano già a borbottare. Lavò le poche cose che aveva sporcato e tornò dal bambino che cominciava a svegliarsi. Si sedette sul letto con la schiena alla testiera e lo attaccò al seno. Era un bimbo roseo e paffuto, tranquillo e sempre allegro come i bimbi di quell'età e cominciava già a fare i primi passi e a dire le prime parole. Una gioia per i due sposi che la sera se lo trastullavano felici nel lettone.
Bussarono alla porta e Maria non si spaventò. Sapeva che era sua madre che veniva ad accudire il bambino mentre lei raggiungeva il marito in campagna...

...Quando Maria uscí di casa, albeggiava e faceva freddo. La primavera era ancora lontana, ma per fortuna non pioveva da un po' e il lavoro in campagna non mancava né a lei né al marito. Rocco era capace in tutto, ma era molto bravo a potare e in quel periodo era molto richiesto per la potatura delle vigne. Maria spesso lo seguiva, se richiesta, a legare i rami appena potati, col salice e a far "papatuna" ossia raccogliere i rami della potatura in fascine, per lasciare la vigna pulita.
Quei rami, una  volta secchi, sarebbero serviti ad accendere il fuoco e  per il pane.
Di solito lavoravano insieme ai padroni dei fondi che li chiamavano a giornata, ma se erano richiesti nel fondo del barone, che era molto vasto, c'erano anche altri paesani e il lavoro durava giorni. Non di rado, Rocco discuteva con gli anziani piú arroganti che credevano di sapere piú di lui, ma sopportava a testa china cercando di carpire qualche trucco del mestiere. Con un bambino in casa non poteva rifiutare una giornata di lavoro per antipatia verso qualcuno. Maria, dal canto suo, parlava poco con tutti. Era sempre stata riservata, e sin da piccola, abituata a lavorare sodo. La fatica non le faceva paura e del resto era ancora giovane. Venti anni aveva, e si era sposata solo due anni prima, a diciotto anni appena compiuti.
Passando davanti alla chiesa si segnò e recitò un padre nostro e un'ave Maria alla Madonna; si strinse meglio il fazzoletto sotto la gola per non raffreddarsi e, spedita uscí dal paese. Altre donne facevano la sua stessa strada e si accodó ad alcune. Era un modo per sapere qualche novità, qualche notizia, dato che quasi tutti i giorni si stava in campagna e appena a casa c'era sempre tanto da fare. A casa, gli anziani badavano ai bambini e se potevano, sbrigavano qualche faccenda per le figlie, come cucinare qualcosa, rammendare, lavare.

Il tragitto non era lungo. Le vigne non distavano tanto dal paese e tutt'intorno gli uliveti carichi facevano presagire una buona annata anche per l'olio.
Anche le olive raccoglieva, Maria. Il lavoro alla vigna era periodico, ma le olive portavano via buona parte dell'anno. I lavori cominciavano sul finire dell'estate. Bisognava pulire i terreni dalle erbacce estive e in autunno si preparavano "i rasuli" cioé si puliva per bene il terreno col rastrello e si lisciava il piú possibile per raccogliere le olive con una scopa di "bruvera" (erica selvatica) accantonando della terra ai lati a mo di barriera per far si che la pioggia non portasse via le olive una volta cadute. A novembre, di solito cominciava il raccolto vero e proprio. Un lavoro pesante e lungo, con la schiena sempre curva a terra e le mani nel fango quando pioveva.
I sacchi, portati sulla testa dalle donne e sulle spalle dagli uomini...
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sabato 2 febbraio 2019

"A mammina" (la levatrice)

C'era una volta....

"A mammina"   (la levatrice)

Tanto tempo fa, si sa, si partoriva in casa e ricche e povere venivano accompagnate nel delicato momento del parto, da una figura femminile: la levatrice.

Il nome dialettale della levatrice, cambia di luogo in luogo, ma s'avvicina spesso alla parola mamma.
Come i medici condotti, era costretta a percorrere, anche a piedi, lunghe distanze, quando le puerpere abitavano nelle cascine di campagna.
Di notte o di giorno e con qualsiasi tempo, si recava dove veniva chiamata.
A volte era una donna di età matura che aveva avuto tanti figli ella stessa, altre, una donna con una dote innata e benvoluta da tutti.
Agiva solitamente da sola, avvalendosi solo dell'aiuto dei familiari della casa e ci s'affidava  soprattutto alla buona sorte.
Le donne, solevano pregare e gli uomini venivano allontanati. I mezzi a disposizione erano pochi e rudimentali. Sicuramente occorrevano le forbici che venivano sterilizzate col fuoco...
La nascita era sempre un evento naturale, ma anche molto sofferto da tutti, non solamente dalla futura madre.
C'era sempre l'apprensione che qualcosa andasse storto e ci si affidava volentieri, anche a riti magici o scaramantici.
La preghiera era però al primo posto.
In tempi remoti, capitava spesso che morissero i neonati, magari a causa del cordone ombelicale, o la stessa madre.
Col tempo, in molti posti, "la mammina" diventò comunale, cioè preposta e man mano cominciò a diffondersi il mestiere con studi adatti. Verso gli anni cinquanta, venivano già chiamate ostetriche ed avevano una qualifica.
Quando il bambino nasceva avvolto dalla placenta, si gioiva perché si pensava che il bambino sarebbe stato molto fortunato.

"Nescíu cu a cammisa"
(Nato con la camicia).

La levatrice,  lavava bene il neonato, lo controllava come sapeva e lo fasciava con lunghe fasce. cambiava le lenzuola con quelle più belle del corredo e solo dopo che il bambino era stato allattato per la prima volta, faceva entrare il padre a vedere la sua creatura. Il suo lavoro proseguiva recandosi a visitare puerpera e bambino per alcuni giorni, anche dopo il parto.
La levatrice, il piú delle volte veniva pagata in natura. Uova, galline, prodotti dell'orto. Si dava quel che si aveva.
(©Anna M. Chiapparo)

"A nascita" nel passato

A nascita"

Come segno di buon augurio, quando nasce una nuova vita, é consuetudine che amici e parenti, vadano a far visita alla neo mamma e al neonato e ogni luogo ed ogni tempo, ha i suoi usi.
Anche in questo, oggi é tutto cambiato, tra regali costosi, gingilli d'oro, giocattoli, vestiti e liste nascita...ma io come al solito, voglio ricordare il passato.

A parte che una volta si partoriva in casa e pur essendo un evento naturale, era sempre motivo d'ansia, finché non si sapeva che madre e figlio stessero bene, per la gente comune,  non c'era l'uso di tanti convenevoli e di regali preziosi.
La puerpera, veniva aiutata dalla madre o dalla suocera e poi doveva cavarsela da sola. 
Gli uomini per festeggiare offrivano qualche bicchiere di vino agli amici e tutto finiva là. Anche i battesimi erano spesso fatti "in silenzio". Solo col tempo, verso gli anni 50, cominciò l'usanza di offrire qualche dolce e qualche bicchierino di rosolio fatto in casa, come buon augurio. Chi poteva, andava a comprare qualche pasticcino dal "burdulese" (pasticciere), chi no, preparava in casa qualcosa. In Sicilia, si usavano "le spume", ossia le meringhe di albumi d'uovo, infornate. Poi vennero le paste di mandorla. In Calabria, le immancabili "nacatuli" che duravano a lungo...
Dal canto suo, chi andava a far visita, se poteva permetterselo, ed era un parente stretto, regalava qualche soldo, altrimenti portava qualcosa da mangiare. Era infatti usanza, portare in dono alle puerpere: pastina, biscotti, latte, zucchero...chi poteva regalava anche qualche gallina o  "picciuniajiu i palumba" (piccolo di colombo), per fare un buon brodo. 
Tutto questo per far fare un buon latte alla neomamma. 
Un regalo che non mancava mai, insieme al corredino del bimbo era "u gurzuattu". Un amuleto contro il malocchio. Di solito erano le nonne ad incaricarsi del dono e si preoccupavano di farlo indossare, nascosto sotto i vestitini, soprattutto ogni volta che ricevevano una visita. Anche per contentezza, "per priajiu", un indifeso neonato senza malizia, secondo loro, poteva essere "addocchiatu" (poteva prendere il malocchio).
Il corredino consisteva in "camicine coprifasce", di cotone, da mettere a contatto con la pelle delicata e a coprire le fasce, spesso create all'uncinetto, che stringevano il pancino per cicatrizzare l'ombelico. Non esistevano ancora tante cose costose e di marca, come oggi, e quasi tutte le mamme, cucivano da se, il corredino. Se era inverno, lavoravano a maglia, scarpette e maglioncini caldi...
Una cosa da non dimenticare, erano i pannolini. Nell'era dell'usa e getta, dimentichiamo facilmente i sacrifici delle nostre nonne e mamme, che dovevano lavare, pur senza acqua corrente, montagne di pannolini di stoffa e farli asciugare presto...spesso non ci rendiamo conto degli agi in cui viviamo e continuiamo a lamentarci per tutto.
(© Anna M. Chiapparo)

mercoledì 9 maggio 2018

Lettera aperta

Lettera aperta

Caro Presidente,
con tutta la stima possibile,
io non sono nessuno per dire la mia, ma dato che in questo paese .."tutti i pulici hannu a tussi"...mi permetto anch'io.

Cinque anni fa, andò come andò...
In questi ultimi cinque anni, avete "giocato" come avete voluto,  coi vostri governi tecnici, considerandovi tutti superiori a tutti, ma fatto sta, che siamo usciti con tante ossa rotte.
Sanità, scuola, import/export, giovani, futuro, tagli di quà e di là...no comment!
E che dire di lavoro e pensioni?
No comment...
ci avete avete pensato voi a massacrare
e a distruggere tutto quello che avete toccato.
Dopo cinque anni, vi siete decisi a richiamare il popolo al voto.
Campagne elettorali...
no comment! ...
A due mesi dal voto, non siete ancora stati capaci di formare un governo.
Sembrate ancora in campagna elettorale e come davanti ad un catarifrangente, fate finta di mettere i bisogni primari di questo popolo che ha detto la sua, ed invece litigate per lo scranno.
Bell'esempio!
Bella coerenza con i paroloni che hanno riempito le vostre bocche.
Ora ci prospettate un nuovo voto.
A far che?
A votare nuovamente gli incapaci che parlano, parlano, parlano...

Davvero?

Se non sono capaci di fare un governo, come saranno capaci di governarci?
Abbiamo votato...Hanno votato... Io non non l'ho fatto e me ne vanto contro tutti quelli che sono contro chi non vota per scelta... 
Non voterò mai per chi non m' ispira fiducia. Per chi non si rende umile. Per chi non scende una buona volta, dal piedistallo. Per chi continuerà a dire: io- io - io...non voterò mai per chi non ha i titoli per governare un paese.

 Auspico che in futuro, i nostri giovani cambieranno le cose e al Parlamento potrà salire solo gente preparata e capace.
Titoli...
come per qualsiasi concorso pubblico.
Ci chiedete titoli per la qualsiasi e poi in politica, tutti allo sbaraglio.
 Eh no! Non funziona  cosi. Governare un paese come il nostro, non é una passeggiata. Smettetela con l'ardire di sentirvi tutti salvatori della Patria nei secoli dei secoli.
Mollate! Lasciatele ad altri competenti quelle poltrone. Siate veramente fieri, una volta tanto, di fare la cosa giusta. Voi "grandi politici" invece di tarpare le ali ai nostri giovani (che per fortuna, le spiegano altrove), istruiteli, ma soprattutto ascoltateli, non denigrateli!

Dicevo...hanno votato maggiormente per due schieramenti.
Che lavorino insieme.
É la figura di presidente del Consiglio, la cosa più importante?
Che lo facciano sei mesi per uno e finiamola. Datevi da fare per cambiare in primis, questa bella legge elettorale che avete creato. Datevi da fare per riportare in rotta questo paese alla deriva. Siate umani, perché state apparendo come esseri fuori dal mondo. La gente comune, soffre, lotta, si rimbocca le maniche e muore per un pezzo di pane. Voi state togliendo la dignità a tutti e continuate ad andare in giro per salotti televisivi a vantare pseudo diritti acquisiti per i vostri cari vitalizi...mah...
e il popolo affamato, vessato, distrutto, che continua a pagare le tasse, ad elemosinare servizi, ad arrabbattarsi tra delinquenza, corruzione, inquinamento, inflazione, malasanità, disoccupazione, sporcizia...che diritti ha?
Solo quello di andare a votare per voi?
Io non voterò.
Sembrate bambini capricciosi che litigano per un giocattolo.
Milioni di esseri umani, mi spiace, ma non siamo giocattoli e sarebbe ora che ne prendeste coscienza, senza se e senza ma.
Se siete capaci, andate a governare, altrimenti, come qualsiasi lavoratore che ha perso la fiducia del datore di lavoro, andate a casa.
Fino a prova contraria, siete a nostro servizio. Non viceversa.
E me la prendo anche col popolo che non ha capito questo.
Finché li osanneremo e non pretenderemo, non cambierà nulla.
Finiamola di fare e chiedere selfie. Non sono divi. Devono essere umani, coraggiosi e fieri di essere stati scelti per governare, invece di piangersi addosso o incolparsi a vicenda.
Vorrei finalmente,
un governo vero e chiaro.
Deciso e corretto.
Coerente e coraggioso.
Non importa chi, ma come.
(Anna M. Chiapparo)

venerdì 20 aprile 2018

A seggetta ( la sedia)






C'era na vota,
na seggettejia leggia leggia
chi sula e scunzulata,
sinda stacìa a na ripata. A purvarata era rigalata
e i hfolijini eranu i latata a latata. Passavanu i juarni
e i nottati e 'nta chijia stanzicejia, duva c'era
a povara seggettejia,
tuttu scurava e nujiu parrava.
Nu juarnu, u Signuri,
stancu i na rande caminata,
si trovau a passare
i chijia casa sdarrupata e a seggettejia, 'nci dau
na taliata.
A votau, a girau, a purvarata, cu a manu cacciau
e duapu s'assettau.
-Ah, chi stanchizza!
Quantu caminai e quantu parrai...vorria u dúarmu quíetu quíetu, senza penzíaru.
Pe na vota, u divíantu
n'úamu víaru.-
U Signuri, chíanu chíanu, s'addormentau e nu súannu s'inzonnau.
 'Nci paría ca a seggia lorda e vecchia, duva s'avia assettatu, era u tronu i na rande reggina chi cu vucca duci, cumandava da sira, p' a matina.
- Tu hfai chistu, tu hfai chijiu. Tu aspetta, tu parti, tu accatti e tu vindi...- Tuttu dispenzava e mai s'arraggiava. A tutti, búani cunzijji, dunava.
Era na reggina assai potíanti eppuru,  non sa cridía. Ped'ijia, tuttu jìa cúamu jìa. Ogni cosa aggiustava e tuttu 'nquatrava, e u púapulu non si lamentava.
Hfatigava e ccittu restava.
A 'ntrasatta, u súannu si hficia aggitatu. Tuttu diventau rumbulijiatu. A reggina avía morutu e u púapulu era cumpundutu. Cchiú nujiu lavurava e nujiu accattava o vindía. Tutti stacíanu ammíanzu a via.
Era u tíampu chi i cúasi potíanu parrare e allura...
Nu juarnu, di bon'ura, arrivau 'nto pajisi, na rande gnura. A tutti guardau cu sdíagnu e già penzava a hfare guadagnu. Cu hfrusti e lignati, cuminciau a dittare trattati. Cu na banda i disgraziati arraggiati, a tutti conzau strati strati e u castiajiu si pijjiau.  Arrivau sdegnata davanti o trúanu e arridiandu tutta unchiata, volia 'ncurunata.
E chi fu, a 'ntrasatta!
U cíalu, du suffittu catta, e u trúanu arrumbulau! Na seggettejia sdarrupata, diventau e accussí parrau:
-Tu, reggina!? Mai sia! Arrassu e hfora i mia!
 Io nescivi pe sangu divinu, no pe tenire attía, 'ndiavulata.
Mai sarai reggina 'ncurunata!-
- Ahahah...puru i seggíatti vúannu cumandare? Jettatila a hfúacu, senza penzare. -
Ma 'nto pijjiare, né dui, né tri, a potteru spostare e a seggetta, continuau a parrare:
- Attía ti pare ca su sulu na seggetta sdarrupata, e 'mbeci sugnu io, a reggina mantughata!-
- Eh...chi vorrissi? Seggetta brutta e vecchia diventasti, mancu trúanu restasti. -
- Su seggetta senza valuri, ma d'ojia in púa, mi hfazzu onuri.
Nu juarnu sarò cumpúartu, po u Signuri.-
E mentre ca stacíanu discutíandu, si 'ntisa nu gridu di rande sbalasciu. U púapulu s'avia arraggiatu e tuttu a hfíarru e hfúacu avía pijjiatu.
A mala reggina jia scappandu e i sordati si jíanu ammucciandu...
Durau nu juarnu o hfuarzi n'ura, ma nujiu 'cchiú eppe paura.
U Signuri, riposatu, si rivijjiau e cu nu scattu s'azau.
Pijjiau a seggetta e a guardau.
"Accussi, tu si a bona reggina, eh?...U sai chi ti dicu?
Avía assai chi non mi hfacía na bona dormuta e assettatu a 'ttía hfui capaci...
 Ti núaminu reggina d'ogni casa e d'ogni via. Guai, d'ojia in púa, cui struggia a 'ttía."

E fu accussí, ed ava i tandu, ca ogni casa ava na seggettejia chi pe davíaru, para na regginejia.

Anna M. Chiapparo

Diritti riservati

giovedì 15 febbraio 2018

Corajiesima



Dopo le baldorie e le scorpacciate del martedi grasso che volevano la morte di Re Carnevale, in molti centri calabresi, fino a non molto tempo fa, ma a dir la verità, ancora in uso in qualche luogo, apparivano qua e là delle curiose, e a volte inquietanti, bambole di pezza penzolanti da balconi e finestre.
Corajesima, ossia la vedova di Carnevale, vestita a lutto, che indicava la Quaresima.
Una bambola di pezza, rudimentale  tempo fa, e più curata oggi, vestita di nero, poggiava su una patata o un agrume dove erano conficcate sette penne di gallina; sei uguali e una di colore diverso. In mano un fuso che simboleggiava lo scorrere dei giorni verso la Pasqua ed alcune, anche con una collana di fichi secchi o altro.  Le sette penne simboleggiavano le domeniche quaresimali e ogni domenica, dopo la messa, se ne staccava una, lasciando per ultima quella di colore diverso. Lo stesso, ogni domenica veniva  levato un fico secco o quello che c'era sulla collana, in genere, roba mangiareccia che indicava il digiuno della quaresima.
In passato era preso molto in considerazione, il digiuno quaresimale.
Gli adulti stavano molto attenti a non "cammararsi" (fare peccato mangiando carne il venerdi) e facevano di tutto per proibirlo anche ai bambini. Per distoglierli dalle tentazioni, anche dolciarie, che erano inutili, usavano impaurire i bambini dicendo loro che Corajesima avrebbe preso loro, " i cannarozza" (la gola) per bollirla e mangiarsela.
Molti bambini sono cresciuti con quell'assurda paura...
Il giorno di Pasqua, la bambola veniva bruciata sul davanzale dove poggiava, in segno di buon augurio, portandosi via tutte le negatività.
Fortunatamente, col tempo, la bambola di pezza dalle sembianze inquietanti, é andata scomparendo dalle vie.
Oggi se ne vede qualcuna in giro, ma é più un ritorno folkloristico. Un attaccamento alle tradizioni, tralasciando al passato, le usanze superstiziose che hanno accompagnato e segnato la vita dei nostri nonni.
(Anna M. Chiapparo)

La foto é di Andrea Bressi, un attento giovane studioso delle tradizioni del passato.

domenica 11 febbraio 2018

Maccarruna

"U carnelevare è di maccarruna"

Come voleva la tradizione, la domenica di carnevale, in Calabria, era giorno di "maccarruna cui proppiatti"
o con carne di maiale.



giovedì 8 febbraio 2018

A mamma



A mamma é sempa a mamma.
Mai ti trada, mai t'inganna.
T'annaca piccirijiu,
t'indestra, randiciajiu.
Ti duna cugnuntura
e mai t'appaura.
Si sdirri 'nto criscira,
t'acchiappa du cravattinu
e ti rimetta a búanu caminu.
No ti vanta e no ti canta.
Tuttu si tena d'inta,
e no ti dicia s'é cuntenta.
Ti vola bbena queta queta
ti guarda e non t' nqueta.
Amuri da mamma é misteriusu.
Nujiu poeta sapa u 'nda parra.
Nujiu pitturi u sapa 'nquatrare.
É amuri rande
e no c'é nenta i chi parrare.
Nujia mamma po sdirrare.
A pua ammazzare o disonorare,
ma sempa cu cúari randa
ti  vorrà amare.
(Anna M. Chiapparo)

(bellissima foto dal web)

giovedì 25 gennaio 2018

Quando il pane diventa ...poesia

Io sono tradizionalista, all'antica, forse...
non amo le impastatrici, i bimby vari, le planetarie, i robot in genere.
Mi piace impastare  con le mani, nella mia piccola madia che comprai in una lontana fiera a Serra San Bruno, quella di tutti i Santi...
mi piace sentire la farina che si adagia lieve e intorno crea una soffice coltre.
Mi piace sentire il profumo del lievito mentre si scioglie  e lo sciacquettio dell'impasto.
Lo faceva mia nonna, lo faceva mia madre...é profumo di casa.
Vedo la massa informe di farina che si trasforma pian piano. La massaggio, e la prendo a pugni. La tiro e la butto di colpo...Va curata, va accarezzata e pure maltrattata per farla diventare elastica, leggera, gonfia d'aria che la farà lievitare. Tutti sappiamo fare il pane, ma ognuno ha i suoi piccoli segreti, le sue scaramanzie, pur inutili, i suoi modi...
io odio le misure, i pesi. Non riesco mai a seguire ricette altrui e vado sempre ad occhio ormai. Sbagliando s'impara, si dice, ed io quante volte ho sbagliato, ma mai arresa. Ho sempre provato e riprovato, a fare le cose che volevo e nel mio, ormai mezzo cammino, credo di aver imparato tante cose. Certo, non si finisce mai d'imparare e meno male! Sai che noia, sennò...:)
E sono ancora qua, testarda, a riproporre i miei panini al mais, per devozione.
Devozione...una parola bella, ma ormai che senso ha?
Quante volte me lo chiedo.
Abbiamo perso molte cose per strada, molte altre, inutili zavorre, le abbiamo inventate e sostituite.
Cambiano i tempi,  certo...in realtá, cambiamo noi anche se non l'ammettiamo.
E sono qui, testarda ancora, a proporre un po' del mio passato. Quello che sapeva di buono, di casa, di famiglia.
Quel buono senza tempo che in qualche remoto angolino della memoria,  non muore mai.

(Anna M. Chiapparo)