Pensieri...

La Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si è divertito a mescolarli insieme. (Guido Piovene)











«Se rinuncio ad amare la mia terra, contribuisco a distruggerla».



(Doris Lo Moro)











Chi di noi non ha mai sognato, specialmente in età adolescenziale, di scappare via dalla propria terra, dal proprio paese natìo?



Io penso sia una cosa capitata un pò tutti.



Evadere dalla solita routine, cercare cose e volti nuovi, viaggiare...è normale...



Poi, magari arriva quel tempo in cui ti soffermi a pensare e ripensare e forse t'accorgi che quello che hai trovato, seppur fondamentale, ti ha fatto perdere o lasciare indietro nel tempo, cose che credevi di odiare e non sopportare, e che poi ti stuzzicano, ti cercano, ti mancano...e che forse amavi...solo che non lo sapevi. (Anna)











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sabato 31 dicembre 2011

Buon Anno!!!!


             


Anche quest'anno è andato...cose tristi, tante, cose belle poche, ma come si dice? Anche un piccolo raggio di luce rischiara il buio... Guardo le stelle che a noi appaiono minuscole e penso: -che sarebbe il cielo senza quei puntini luminosi?...Nulla! Un ammasso di coltri scure, insignificanti!...meno male che Dio ha creato le stelle!- Anche la vita, certi giorni, certi periodi, sembra una coltre... scura e pesante da portare, ma poi basta poco ad alleggerirla. Dipende da noi, da cosa pretendiamo e di cosa ci accontentiamo...
Ormai sono convinta che bisogna per forza accontentarsi anche di un semplice puntino luminoso. Sarà quello a fare la differenza! Sarà più facile credere ancora nella speranza che differenza sarà! Buon anno nuovo a tutti! Che il cielo del vostro 2012 sia trapunto di stelle luminose!!!Auguri!!!♥♥♥

martedì 29 novembre 2011

Quel che ci resta



Le lucine festose stanno già invadendo  le città, abbellendo balconi, ringhiere e giardini ormai freddolosi. Sempre più in anticipo, ogni anno che passa...Stelle rosse di Natale spuntano qua e là regalando allegria e gioia. Canzoncine melodiose, Babbi Natale con sempre più sembianze umane, si parano all'improvviso sul cammino invitandoti ad entrare nei negozi che traboccano di ogni ben di Dio. Caos, confusione di merci, di luci abbaglianti, di decorazioni che strabordano all'inverosimile per accalappiare lo sguardo ed il portafoglio. Fretta, c'è sempre tanta fretta. Si corre per non si sa dove, per non si sa cosa... l'importante è correre per arrivare a far tutto, per avere tutto pronto. Ci si scontra senza vedersi, senza sentirsi. Non c'è più calore in un abbraccio, in un augurio. Si guarda sempre oltre, più lontano... Ogni anno un nuovo albero alla moda. Un nuovo costoso pezzo per il presepe, se si trova ancora il tempo per farlo...la fontana, il mulino che gira, la mamma che culla, le pecorelle che camminano, la neve, la pioggia, il mare con le onde in movimento, gli angeli che cantano e che svolazzano veramente, il bambino che piange... tutto. Cos'è il tutto? A che serve il tutto se è fatto di niente? Anche la mia casa e il mio balcone sono addobbati a festa. I miei alberi sono due, e, non manca qualche pensierino. Il presepe quest'anno è piccolo, ma c'è. Ci dev'essere sempre... Le mie decorazioni sono diventate tante perchè accumulate negli anni. Ogni pezzo ha un significato, un ricordo. Non si possono buttare via i ricordi se hai voglia di ricordare. Si butta solo ciò che non hai voglia di ascoltare. Tutto parla. Basta saper ascoltare. Ci sono oggetti che sussurano al cuore, altri alle orecchie, altri all'anima, altri non ti dicono nulla perchè sordi come una campana stonata che non piace a nessuno. Stanno lì ad osservare senza dar nulla nè chiedere nulla, finchè inevitabilmente ti stancano ed allora li devi buttare per forza. Forse però, sei tu che non hai voglia di ascoltarli... chissà? In Calabria il Natale di tanti anni fa aveva un altro sapore. Sapore semplice, senza tanti artifici che stonavano. Era una pausa dolcissima dal duro lavoro in campagna. Già ai primi di dicembre adocchiavo i ramoscelli di mirtillo selvatico (morzida) e di corbezzolo (cacummarara) che mi sarebbero serviti a fare da sfondo al presepe e su cui attaccare le stelline di cartoncino. Cercavo i posticini nascosti dove cresceva il muschio più soffice, per andare poi, verso l'Immacolata a raccoglierlo a colpo sicuro. Ero felice quando cercavo il muschio, in giro per la mia campagna generosa. Piano, piano, il presepe era diventato cosa mia e nessun altro in famiglia ci metteva mano. I pastorelli erano di plastica, ma mi piacevano tanto e la mia felicità raggiungeva il massimo quando salivo con la mamma a Vibo a comprarne qualcuno nuovo... Non era molto grande il mio presepe perchè la casa era piccola, ma era un angolino accogliente che potendo, avrei tenuto tutto l'anno. Un piccolo mondo a sè, che racchiudeva una grande storia.
 L'albero arrivò quando io ero già adolescente. Ricordo che un anno ce ne regalò uno, un vicino. Un pinetto vero che profumava di bosco ed anche se era un pò ingombrante, m'adoperai subito ad addobbarlo anche se in casa non avevo nulla per farlo. Allora non c'era il supermercato sotto casa dove si trovava tutto, ed ormai a Vibo c'eravamo già andati per quella volta... La mia fantasia comunque, non si diede per vinta ed allora raccolsi tutti i piccoli giocattolini che trovai per casa e li appesi. Mancavano le ghirlande ed allora, forbici e gomitoli di lana colorati e feci anche quelle. Era un albero un pò strano, ma era il mio primo albero e ne ero contenta. Provai a mettere dei mandarini come palline, ma erano pesanti e rinunciai... Non ricordo l'anno preciso, ma ricordo che l'anno dopo mio padre decise che ci avrebbe regalato un alberello artificiale completo di addobbi e di luci. Da allora faccio sempre il presepe e l'albero. E' importante per me.

La festa iniziava l'otto dicembre con la fiera di Dasà per l'Immacolata. Lì ci si andava sempre. Era un rituale che non mancava mai perchè c'era la possibilità di comprare un pò di tutto senza salire a Vibo, più lontano. Lì i nostri genitori ci acquistavano i vestiti e le scarpe nuove per la festa e la mamma faceva rifornimento dei tipici dolciumi natalizi. Non mancava mai il torrone di Soriano di vari tipi e le susumelle (specie di biscotti) con la glassa e col cioccolato. Non usavamo ancora il panettone e il pandoro che arrivarono nella nostra tradizione piano, piano. La tradizione erano e sono i "curujicchji"
ossia pasta di pane ben lievitata, fritta a forma di ciambelle.
Non sono dolci, ma non mancano mai. Io non ricordo regali, cenoni e tombolate in casa mia, ma c'era serenità. Ognuno aveva il suo compito e tutto scorreva normale senza tanti pensieri. L'unico pensiero era quello di comprare qualcosa di nuovo da mettere per andare a messa e a far gli auguri ai parenti. Non cercavamo regali. Gli unici regali erano quelli dei nonni che ci davano qualche soldino che spendevamo ponderatamente. Anche il paese era tranquillo e ce ne è voluto perchè arrivassero le luminarie e gli zampognari. Era una festa religiosa cadenzata dalla novena a Gesù Bambino tutte le mattine all'alba, e dalla messa di mezzanotte e quella del giorno di Natale. Una visita ai parenti, la passeggiata per il corso e tutto finiva lasciando un bagaglio di auguri ricevuti e dati con la speranza e l'attesa di un nuovo anno migliore... ma non cambiava mai... era sempre lo stesso senza accorgerci che intanto crescevamo e cambiavamo noi, dentro, mentre tutto restava immutato e ci stava stretto. A pensarci era un Natale tenero e per nulla vuoto. Oggi i miei figli aspettano i regali da aprire la notte santa, dopo la messa. Quello che non ho mai avuto, cerco di dare loro, ma senza strafare, senza esagerazioni e cercando di fargli capire ciò che è importante. Non c'è bisogno di grandi regali, ma la gioia nel vederli scartare qualcosa che inevitabilmente è qualcosa di utile, è molto grande. Basta poco, ma la cosa più bella sono gli auguri che devono scambiarsi. Non è il pensiero che resta, ma quella parolina magica detta tra loro. Magari tra qualche anno non lo faranno più, ma chissà? Per ora siamo uniti e prego Dio che ci faccia rimanere tali per sempre. Sono i ricordi che ci restano quando tutto passa e se io ho ricordato stasera un pò della mia vita, un giorno saranno loro a ricordare quello che ho cercato d'insegnargli. La speranza è che non dimentichino e che cerchino d'ascoltare la voce del cuore che chiede attenzioni. Questo auguro anche a tutti quelli che vorranno leggere queste righe. Le cose che restano sono proprio le cose scontate a cui non facciamo caso. Gli oggetti che ci circondano e che passano inosservati... i ricordi, quelli resteranno sempre. Auguro a tutti di aver orecchie che sappiano ascoltare aldilà del mondo intorno ed entrino dentro al senso delle cose.
Sereno Natale a tutti.


Chiapparo Anna Maria

anche su:http://www.acquaro.net/index.php?option=com_content&view=article&id=507&Itemid=387

venerdì 25 novembre 2011

A cummare affaccendata


Nota: La seguente scenetta, che in realtà non è tra i ricordi ma ne è una conseguenza, vuole rappresentare uno spaccato di vita quotidiana delle nostri parti visto con un po’ d'ironia e di sorrisi.
A cummare affaccendata
di Anna Maria Chiapparo
                                                        


Personaggi:          

Vicenzina                              protagonista
Cumpare Ruaccu                   passante
Cuncetta                                passante
Maria                                    passante
Rosa                                      vicina di casa
Nicolino                                bambino
Cicciu                                    fruttivendolo
'Ntona                                    passante
Liberata                                 defunta

Scenetta
Mattina presto in paese. Si sente un forte rumore. La signora Vincenzina sta in casa sua a sbrigare le sue faccende domestiche...

Vicenzina: “Chi fu, chi fu? Fuàcu mio, chi sta succediandu, chi fu sta botta chi pare na bumba?”

Corre fuori spaventata ed intanto la campana suona a morto.

Vicenzina: “Maria, Maria, chi succediu? A sentisti sta botta?
Maria: “Si, ma no sacciu chi è.”
Vicenzina: “Madonna mia, puru u mortuariu sta sonandu mo. Chi mala jornata stamatina. Stava lavandu dui panni e cu sta botta schjiantai. Stanotta pua m'inzonnai nu mundu i rumbulijatini. Cu sapa cava u succeda.”

Ad un passante.

Vicenzina: “Cumpare Ruaccu, cui moriu?
Cumpare Ruaccu: “No sacciu cummare. Staiu scindiandu pa chjazza e viju chi si dicia.”
Vicenzina: “E sta botta na sentistivu? Cu sapa chi fu.”
Cumpare Ruaccu: “A cummare, vui siti coriusa, chi sacciu chi fu, mo staju nesciandu d'inta, ma sarannu cotraschjiuna chi jocanu cc'arriadu.
Vicenzina: “Si vui scherzati, ma ammia non mi paria cosa i cotrari, era truappu forte!”
Passa la signora Concetta.

Cuncetta: “'Ntisa dira ca moriu cummare Liberata.”
Vicenzina: “O povareja, ija moriu? Mi para ca chìssa avìa assai ch'era malata.”
Cuncetta: “Uh, ava! Non ti ricuardi ca fu o spitale i Surianu, pua sa portaru a Vibbu.”
Vicenzina: “Si, si povareja, io jivi puru u ma truavu quandu nesciu du spitale. Mianu male c'avìa a chija figghja c'assistia juarnu e notte. Chij'atra l'ava pe jassupa, cu sapa si vinna? A Torinu, mi pare ch'è.”
Cuncetta: “Criju i sì. A sta ùra a chjiamaru pecchì ava dui juarni ch'era chiù malamente. Vabbò, mo ti salutu ca staju jiandu o miadicu e a st'ura è chjinu.”
Vicenzina: “Vai, vai ma cui sapa a chi ura a levanu, fora i ccà?”
Cuncetta: “U sai ca no sacciu? Mancu nda vitta manifiasti, ma ora jà o miadicu appuru, ca puru io aju u vaju o luttu.”

Se ne va e Vincenzina rientra in casa e s'affaccia al balcone. Pensa...

Vicenzina: “Quantu cuasi c'aju i fare oja e ancora non cunchjudivi nenta.”

Vede uscire una vicina.

Vicenzina: “A Rosa, u sapisti ca moriu cummare Liberata?”
Rosa: “Si. U 'ntisa dira stamatina a farmacia. Povareja.”
Vicenzina: “Tu vai o luttu?”
Rosa: “Si, ma duapu mangiare.”
Vicenzina: “Allura mi chjiami ca viagnu puru io?”
Rosa: “Si, vabbò, appena mi lavu i piatti jamu.”

Si mette a raccogliere i panni e passano dei bambini.

Vicenzina: “O vui! Sì, dicu a vui cotrari. Chi fu chija botta i movanzi, chi cumbinastivu?”

I bambini stupiti.

Nicolino: ”Nui? Nui no ficiàmu nenta! Quale botta?”
Signora: “Jativinda pa casa, jati. Sempa ca jati girandu strati, strati u schjiantati aggìanti. Figghji i bona mamma.”

I bambini noncuranti le fanno il verso ridendo. Finisce di raccogliere i panni e se ne entra. Gironzola per casa senza riuscire a combinare nulla e scende di nuovo fuori dove intanto è arrivato il camion della frutta. Già fuori ci sono delle vicine e s'avvicina pure lei anche se non deve comprare nulla.

Vicenzina: “Ah Cicciu, quantu su sti pira?”
Cicciu: “N'euru e cinquanta. I viditi chi su belli? Su puru duci cuamu o zuccaru.”
Vicenzina: “Fuacu mio! Non si pò accattare nenta cchjù! Ti vuati e ti giri e riasti senza sordi 'nte mani.”
Cicciu: “A cui 'nciu diciti, cummare. Saparissivu i tassi chi 'ndi mangianu e quanti spisi po camiu.”

Il fruttivendolo, conoscendola, si rivolge alle altre signore e la lascia parlare mentre lei continua a toccare tutto.

Vicenzina: “A 'Ntona, tu vai o luttu?”
‘Ntona: “No sacciu. Si mi sbrigu pua vaju a chjiasi.”
Vicenzina: “A vabbò. Maramenta... a sentisti chija botta movanti?”
‘Ntona: “Si, ma vidi ca fuarzi era nu camiu juac'arriadu ca stannu scarricandu blocchetti.”
Vicenzina: “Blocchetti? Ca chi fannu? Adduva?”
‘Ntona: “Boh! Chi sacciu, stava passandu e 'ntisa puru io na botta ma mi pare ca era vicinu a casa i cumpare Pascale.”
Vicenzina: ”Quant'è sta lattuca? Mamma mia ch'è brutta, però. E' tutta mangiata da lupa. E sti pipi? Vorria dui pimmadora, ma chi sacciu, i sti tiampi non hannu nè amuri, nè sapuri.”

Il fruttivendolo finisce di servire le signore, sapendo che lei non comprerà nulla.

Cicciu: “A cummare, aju fretta. Si boliti 'ncuna cosa mentra su 'ccà.”
Vicenzina: “No, no. Pe stamatina non mi serva nenta. Domani passi?”
Cicciu: “No sacciu. Vidimu, arrivederci.”

Il camion se ne va, ma lei non ha voglia di rientrare e si rivolge alla vicina.

Vicenzina: “Mianu male ca nescìu sta bella jornata stamatina. Accussì s'asciucanu i panni. Avaria u cacciu i lanzola, ma i cangiu domani secundu u tiampu. Pua, cchjù è tardu.”
Rosa: “Io avaria u vaju all'uartu ca a st'ura a scariola è tutta spicata. Cu tutta chij'acqua ava assai ca non vaju.”
Vicenzina: “Io mandai a marituma ajìari e minda portau nu puacu, ma ancora mancu a cucinai. Fuacu mio! Stamatina 'ndavaria cuasi i fare e pare ca chi sacciu... mi siantu nu puacu strana... mi vuatu e mi giru e no staju cumbinandu nenta.”
Rosa: “E chi sacciu io cuamu simu cumbinati, mah!”
Vicenzina: “Comunque, u sai chi ti dicu? Non jire all'uartu, ca è tuttu chjinu d'acqua e tuttu allupatu.”
Rosa: “Mah, mo viju.”

Torna cumpare Ruaccu dalla piazza.

Cumpare Ruaccu: “Dìcia ca moriu Liberata”
Vicenzina: “Sì, sì u sacciu, ca mu dissaru appena passastivu vui e u sapiti chi era chija botta?”
Cumpare Ruaccu: “Ancora cu sta botta!”
Vicenzina: “No, no, u sacciu. Era nu camiu chi scarricava blocchetti cc'arriadu, ma cu sapa chi fannu?”

La campana suona il mezzogiorno.

Cumpare Ruaccu: “Chi m'interessa a mia! Pemmò vaju u mangiu ca a sta ura mugghjìarima preparau. Vi salutu. E pua u vidistivu? U  'mportanti è ca non era na bumba!”

Risponde, ridendo ironico mentre se ne va.

Vicenzina: “Si, si. Mianu male. Cu tutti sti cuasi chi si sentanu dira, madonna mia.”

Entra in casa e comincia a preparare da mangiare, ma non si rende conto che è passata tutta la mattinata e non ha fatto niente. E pensare che era molto affaccendata...

Anna Maria Chiapparo (tutti i diritti riservati)

domenica 20 novembre 2011

Duapu mangiare

'Nto viarnu, quandu è tiampu d'alivi,
'nto pajisi ci su sulu viacchiariaji,
ca fuarzi abbàdanu e niputiaji.
Tutti 'nte campagni a lavurare,
puacu e nuju si vida duapu mangiare.
'Nta stati è tutta natra cosa...
Quandu si rivijjanu i riposare,
tutti cumincianu a chiacchiàriare.
L'omani scindanu pa chiazza frettulusi
e i cotrari aspettanu coriusi.

Aspettanu i scappare pe fora
quandu l'aria è ancora caddalora.
'Nte strati nescianu siaggi e seggiattiaji,
fimmani rande e cotrariaji..
.
Tutti hannu i dira 'ncuna cosa
quandu u juarnu cumincia u si riposa.
Animali pasciuti e l'uarti controllati...
chista è l'ura di chiacchiarijati.

'Nte vichi chiù friscusi e 'nte scali chiù
 silenziusi, ci su tanti fimmani coriusi.
No servanu nè gazzetti e nè giornali,
pecchì su miajju du telegiornale.
Si 'ncuna cosa per casu non s'appura,
ci penza u maritu u porta l'ajjatura.
'Nte strati, 'nta chiazza, a chiasi o jo miadicu,
tutti tajjanu e fannu u riaficu.
Ma du riastu, chi c'è i fare?
'Nte pajisi è chistu u duapumangiare!


Chiapparo Anna Maria (Tutti i diritti riservati)

Vi cuntu du dialettu

Sapiti, na vota, cu na perzuna inventammu
 nu passatiampu  assai coriusu...
Mi dissa u ci dicu cuamu si dicìanu cìarti cuasi
o mio paisi.

 A chi bella trovata! Sapiti ca mi trovai impreparata?!
Cuminciai a penzare, e tanti cuasi strani, m'avia scordatu!
E' strana a mimuaria quandu non è allenata.
Tuttu si jungia e diventa cosa i jornata!

Paruali strani, ciartu 'ndavimu...
Ci penzai nu puacu e allura: a curria,
 u carijjuattu, u salaturi
e u puzzuniattu...e pua chiù 'ndaju e chiù 'nda miattu!
Mi ricordai paruali ca di tantu tiampu ne dicìa
e fu na sorpresa puru pe mmia.

A brocca e u gozzariaju, u cotraru e u cotrariaju;
a zita e i cotraschiuni, coddari e coddaruni.
I frittuli e i salimuari, i pruppuna e i satizzuna!
Non vi dicu e non vi cuntu quandu ci dissa ch'era u tambutu!

A sporteja e u panaru, u vijuazzu e u tambutaru!
A majija pe 'mpastare e a lumera pe 'lluminare.
U salicu pe ligare e a ligami pe 'mbazare.
U runcijju pe tajjare e po frunti u jijju a cumpruntare!

U cumpariaju e u cotrariaju, u nannu e puru u zitiaju.
A 'nchianata e puru a 'ncrinata.
Ogni cosa paria preparata. I ricuardi arrivaru
e penzai puru o magaru!

U piruniaju, u landiuni e puru o stuppiaju.
A cordeja, i zinzuli e a poseja,
 u stuaccu e puru da jocata o tuaccu!
Mi ricordai di coddareja e puru i Bettareja e da Cialateja...
Da suriaca e da scariola fatta 'nzalata.

A calia e u cacau, u 'nzuju e di tiralli,
ca pianzu ognunu i nui mangiau.
A panata e di lordita, prestanachi e curujicchia...
e magari puru i picchia.

M' accorgivi ca non era tantu rimbambita...
U dialettu non du scordamu puru si no parramu.
Simu d'Acquaru e Calabrisi e du portamu 'nta ogni paisi.


Chiapparo Anna Maria               (Tutti i diritti riservati)


sabato 19 novembre 2011

Fijji fimmani e fidanzamento

foto di fidanzati presi dal sito http://www.librizziacolori.eu/gente/foto_di_ieri/foto_di_ieri_1.htm


"Fijjia 'nta fascia e dota 'nta cascia". (Figlia in fascia e dote nella cassapanca)
Questo vecchio proverbio calabrese indica bene che molti anni fa, avere una figlia femmina in casa, era sì una gioia, ma anche un pensiero in più perchè si doveva pensare per tempo alla dote e quindi al matrimonio.
Le figlie  erano una manna dal cielo per aiutare in casa quando le madri lavoravano fuori nei campi o presso i nobili, ma allo stesso tempo si sperava per loro in una buona sorte, cioè trovare un buon marito ed accasarsi al più presto piuttosto che ritrovarsele zitelle per casa.

Fin da piccole venivano indirizzate ai lavori  domestici per non sfigurare un giorno col marito, ma soprattutto con la futura suocera, mentre  nei ritagli di tempo libero si adoperavano a ricamare il proprio corredo o a cucirsi qualche vestito dalla sarta (majistra), dove di solito passavano i pomeriggi estivi ad imparare a cucire, tagliare, ricamare  e rammendare. Molte di loro diventavano delle vere sarte (majistri i tajjiu) e sfruttavano quest'esperienza come  lavoro in paese.
Una figlia era un piacere per gli occhi dei padri, ma anche un cruccio insistente a cercare di tenerla sulla dritta via per non dare adito alle malelingue e peggio ancora, diventare  oggetto di chiacchiere infamanti (malanominata), per non rovinare il buon esito di un eventuale  fidanzamento.
Ogni paese, ogni zona aveva le sue usanze e tradizioni consolidate negli anni, per qualsiasi cosa.
Per quanto riguarda il fidanzamento, era raro che i due ragazzi si conoscessero da sè, anche se spesso capitava,  nei campi o per le strade, magari all'uscita dalla messa.
L'usanza più in voga, era quella di mettere in mezzo una terza persona, di solito un amico di famiglia della ragazza o  una persona stimata in paese, spesso anziana e quindi più saggia.
Adocchiata la ragazza, il giovane la proponeva ai suoi genitori che se contenti della scelta del figlio, si adoperavano a mandare questa terza persona, "u 'mbasciaturi" una specie di messaggero che faceva da tramite tra le due famiglie. La madre della sposa, se la richiesta veniva da persone che a lei garbavano, spesso s'inorgogliva facendo un pò la preziosa con una specie di tira e molla per farsi pregare, ma allo stesso tempo con la malizia di non farsi scappare da sotto al naso il  buon partito. Spesso, la figlia, non assisteva ai discorsi dei grandi e se non origliava, o non veniva messa al corrente dai suoi, non sapeva nemmeno che in quegli incontri si decideva il suo futuro.
Se la cosa andava in porto si stabiliva un incontro col giovane accompagnato dai genitori e lì si discuteva delle doti fisiche e morali dei due ragazzi, ma anche di quella materiale, che riguardava il corredo, la casa, se vi era la possibilità e i più fortunati anche di qualche gruzzoletto di denaro.
Se il giovane aveva un lavoro sicuro, era molto ben accetto, anche se faceva il contadino, ma un artigiano (mastru) era più favorito.
Quando tutto era deciso si stabiliva un giorno per la festa ufficiale di fidanzamento (u singu) dove il ragazzo non solo regalava l'anello, ma di solito un'intera parure con collana ed  orecchini. La ragazza regalava un anello e se vi era la possibilità anche un orologio.
La festa era molto importante per le famiglie e per i ragazzi perchè il fidanzamento diventava ufficiale e quindi i due giovani potevano andare insieme a messa, mangiare insieme nelle feste comandate ecc, ma sedendo sempre a debita distanza e se dovevano uscire non erano mai da soli. Capitava infatti che avessero dietro una sorella o fratello o in mancanza qualche cugina, ma anche la madre stessa della ragazza. Questo per non essere criticati da vicini e paesani. Era molto importante la buona reputazione e la serietà almeno fino al matrimonio anche per evitare che il legame venisse sciolto per qualche ripicca dei suoceri, con grande dispiacere e vergogna per la ragazza che ne  restava segnata. Un classico segno di fidanzamento si poteva notare nella ricorrenza delle Palme. I giovani fidanzati erano in dovere d regalare una bella palma intrecciata alla propria ragazza che ricambiava con una bella ciambella (curujia) dolce, con le uova intere (tiralli) fatta con le proprie mani nella settimana santa e regalata per Pasqua.
                                                                    

tiralli
 Per la festa si invitavano parenti ed amici più stretti festeggiando con "nacatuli" e rosolio fatto in casa se si faceva solo un rinfresco, se invece si poteva fare di più, si preparava un vero ed abbondante pranzo con ogni ben di Dio.


In quelle occasioni i veri protagonisti di tutto sembravano i genitori piuttosto che i ragazzi, spesso seduti vicini, ma che nemmeno si parlavano e conoscevano. Tutti facevano a gara ad elogiare le doti dei propri protetti e i ragazzi restavano chiusi ed intimoriti dai discorsi dei grandi che programmavano il loro futuro insieme, a volte senza nemmeno chiedere, soprattutto alla fidanzata, se erano o meno d'accordo a quel legame. Molti di quei matrimoni sono stati veramente felici  anche se pieni di sacrifici, ma molti altri sono stati dei veri strazi e supplizi, senza alcun amore e rispetto, soprattutto perchè non ci si poteva ribellare ad un marito-padrone che accampava diritti sulla moglie e sui figli senza che questi potessero ribellarsi. Col tempo e con le dovute leggi, molte cose, per fortuna, sono cambiate, soprattutto la possibilità di potersi scegliere da sè i propri compagni di vita, senza lo zampino dei genitori despoti che spesso continuavano ad intromettersi nella vita dei propri figli anche dopo sposati.

Queste erano un pò le usanze degli anni dal dopoguerra al settanta, circa, ma  mia nonna mi raccontava di altre usanze antiche che a sentirle oggi sembrano veramente strane, ma che al tempo avevano fondamentale importanza per la buona riuscita di un matrimonio. Era normale sottostare a certe tradizioni per non farsi criticare. La parola degli altri era sempre importante e tenuta da conto.
"u zzuccu"  oppure   "u ccippu"
                          
                                                                     " U zzuccu"



Quella che più si ricorda al mio paese e che anche mia nonna mi raccontava, era l'usanza del ceppo davanti alla porta.
Praticamente, un ragazzo adocchiava una ragazza ed allora sceglieva un bel ceppo (zzuccu) e lo portava di notte davanti all'uscio dove questa abitava. La mattina appena il padre o la madre aprivano la porta, trovavano la sorpresa e sapendo che il giovane autore del gesto era sicuramente nascosto nei paraggi, decidevano o meno se accettarlo anche perchè in realtà sapevano già chi gironzolava attorno alla figlia. Di solito la protagonista di questa scenetta era la madre che  per la solita teatralità che distingueva la vita del passato, facendosi sentire dal vicinato e dall'autore nascosto,  se accettava, rumorosamente e inscenando, con la famiglia, che accorreva all'evento, entrava in casa il ceppo, altrimenti, altrettanto teatralmente, se rifiutava, lo spingeva lontano da casa sua e intonava una vecchia filastrocca:

"Cui misa u zzuccu avanti a porta?
Cui u misa u pò cacciare ca non ajiu fijji i maritare!

(Chi ha messo il ceppo davanti alla mia porta?
Chi l'ha messo lo può levare che non ho figlie da sposare!)

In questo caso il giovane se ne andava mogio, mogio, magari con l'intenzione di riprovarci escogitando un altro espediente, mentre se la risposta era positiva, se ne andava allegramente e speranzoso dei futuri sviluppi che l'avrebbero visto presto in quella casa come fidanzato ufficiale della ragazza che aveva adocchiato.




(Chiapparo Anna Maria  2011)

(Tutti i diritti riservati)

martedì 15 novembre 2011

La via IV Novembre

Via IV Novembre intravista dalla piazza
Non poteva mancare un ricordo di via IV Novembre. Per chi non lo sapesse, è quella via in discesa, dietro la chiesa matrice, che porta in piazza. Non vi ho abitato tanto, ma per molti anni l'ho anche percorsa, più volte al giorno, per andare dai miei nonni. Purtroppo non ho neanche avuto il tempo per affezionarmici. I motivi credo siano tanti. Intanto, i luoghi dove si cresce da bambini, rimangono sempre più impressi degli altri e poi, forse, vi sono arrivata in un'età in cui non pensi più a certe cose perché ne hai altre per la testa, magari proiettate al futuro... Inutile dire che i vicini erano persone meravigliose e non è una frase fatta o di circostanza, ma quello che penso. Comunque, non starò a ricordare questo o quello perché tutti sappiamo com'è la vita dalle nostre parti. Ci conosciamo un po' tutti, sappiamo di tutti, ma sappiamo anche rispettarci ed aiutarci, se necessario. Ricordo che mia madre legò subito con le nuove vicine ed ogni occasione era buona per chiacchierare comodamente sedute o affacciate. Io, abituata al chiuso della vecchia via, mi sentivo spaesata anche perché era una via molto trafficata e quindi abbastanza rumorosa.

Malamotta e i suoi orti alle pendici
 Più d'ogni altra cosa, amavo la vista che mi regalava il mio balcone: davanti, Malamotta imponente e maestosa con alle pendici il Cannale, alla destra uno scorcio di Salandria e alla sinistra scorgevo i tetti del corso verso il Calvario e i rigogliosi uliveti vicino al campo sportivo. Era lì che mi piaceva stare.
 Su quei quadri in movimento vedevo il susseguirsi delle stagioni nella natura con la quale in quel periodo avevo un rapporto di odio-amore. L'estate era la stagione più "chiacchierona" in tutti i sensi... La mattina presto s'udivano donne e uomini "Nell'orto della Chiesa" a lavorare per la semina dei fagioli... Sembrerà curioso, ma di questi semi seguivo tutto il loro ciclo...ricordo la terra zappata di fresco che custodiva i preziosi tesori, lo spuntare delle tenere pianticelle sempre assetate e vogliose di tendersi verso l'alto; l'opera "dell'impalatura" quando vi mettevano dei grossi pali o delle semplici canne, a seconda della qualità, per far arrampicare senza problemi le piante generose che si riempivano presto di prezioso frutto.
Crescevano e si riempivano e senza rendermene conto, io seguivo la vita da semi piantati a nuovi semi raccolti... Di Salandria scorgevo i fitti boschi e castagneti (penso) e lì, il periodo più bello era l'autunno con la sua tavolozza di colori sgargianti e spenti al tempo stesso perché annunciavano la fine di un ciclo vitale... E le rare nevicate facevano diventare tutto magico e tutto sembrava immoto e immacolato. La primavera, poi, era così dolce su Malamotta... Il verde era più intenso e qua e là, i peschi disegnavano pon-pon soffici e vaporosi, visti da lontano.


Salandria
  Certi giorni, tutto sembrava surreale, un mondo a sé, particolare e meraviglioso...naturalmente, so bene che erano le mie emozioni o i miei stati d'animo del momento a vedere il tutto con occhi diversi... Un altro scorcio che si vedeva era la piazza. Poco, ma abbastanza. Ricordo mio nonno seduto sui gradini del municipio con l'inseparabile sigaretta accesa...
Ogni tanto controllavo... La cosa più bella era però il cielo. Nella terra vi metteva mano l'uomo, lassù era tutto naturale e soprannaturale.
Amavo tanto l'azzurro, ma anche quando annunciava un temporale, il cielo sapeva regalare uno spettacolo meraviglioso ed unico. Si vedevano i fulmini squarciare l'aria con ricami strani che inquietavano ma non mettevano paura...sarei rimasta ore ad osservare...
 E i tramonti verso l'orizzonte infinito... A sottofondo di tutto, l'incessante borbottio del fiume che nelle notti di pioggia si che si faceva sentire! Ricordi strani, penserà qualcuno, inutili, sciocchi...lo penso anch'io, ma sono i miei ricordi in mezzo a tanti altri. Tutti abbiamo di Acquaro, ma soprattutto del nostro "vivere Acquaro", tanti ricordi magari seppelliti ed inutili, ma, da qualche tempo, penso, che se dopo anni riaffiorano ancora, un motivo ci sarà.
 Lo stesso con le persone che magari abbiamo incrociato solo per un attimo nella nostra vita...un sorriso, un saluto, una chiacchierata...inevitabilmente, ci sono, sono entrati nella nostra vita e col tempo diventano ricordi. Una via, quindi, anche se ci hai abitato per poco, rimarrà sempre nei ricordi in un modo o in un altro, l'importante è non dimenticare.


Anna Maria Chiapparo   anche su

http://www.acquaro.net/index.php?option=com_content&view=article&id=141&Itemid=262

domenica 13 novembre 2011

Un matrimonio d'altri tempi

Mi rivedo bambina nel cucinino della nonna tutto ingombro di pentole, piatti, bottiglie, bicchieri, posate.
Il grande camino, sproporzionato alla stanza, acceso con su un pentolone d'acqua bollente. Nell'aria un profumo dolciastro di fiori e cannella.
La nonna preparava il liquore in casa per il matrimonio della zia di lì a pochi giorni.


liquore Strega
 All'epoca, negli anni  cinquanta, settanta, i matrimoni, chi non aveva la possibilità di andare in trattoria o ristoranti, li festeggiava  in casa e visto che  non esistevano ancora i piatti di plastica, era un gran trambusto preparare tutto. Ci si adoperava giorni prima prendendo in prestito sedie e tavole da vicini e parenti, ma anche pentolame, posate, piatti e bicchieri che sarebbero serviti per il ricevimento dopo la cerimonia in chiesa. Anche se gli invitati non erano tanti, spesso i parenti più stretti e qualche amico di famiglia, c'era sempre bisogno di tante cose per non sfigurare davanti ai consuoceri (suppessari). Era, infatti la madre della sposa che di solito doveva occuparsi  del ricevimento e guai ad essere bersaglio  di critiche. I consuoceri contribuivano per la metà della spesa e si faceva in modo d'accordarsi sempre, per il bene degli sposi.
Tra la gente comune non esistevano le partecipazioni. Erano i genitori, che andavano in visita a parenti ed amici portando loro la bella notizia dello sposalizio, invitandoli alle  nozze. I bambini erano sempre i più felici in caso di feste perchè si mangiava meglio e tanto e si potevano fare scorpacciate di confetti e dolci. I grandi un pò meno perchè dovevano preparare un adeguato regalo alla nuova coppia, che di solito era una busta con dei soldi, ma si faceva con piacere essendo spesso dei parenti stretti. Il regalo, d'altronde veniva sempre ben ricambiato gli uni gli altri.
Anche il vestito della sposa spesso veniva preso in prestito da cugine, zie, o ad averlo, si sistemava quello delle madri che lo passavano alle figlie.
Come dicevo, qualche giorno prima del giorno del matrimonio di mia zia, mi par di rivedere e di sentire ancora i profumi del tempo...

dolci tipici per matrimoni
Mia nonna, donna energica, sapeva che tra non molto la sua casetta sarebbe stata invasa da un pulman di pugliesi e non voleva certo fare brutta figura. Mio zio, infatti era pugliese e quindi  spettava a noi accogliere bene tutta la ciurma visto che era usanza sposarsi nella parrocchia della sposa. Ricordo bene che mia nonna non sfigurò affatto. Mi pare ancora di rivederla ad impastare le polpette, a fare i maccheroni, il liquore, i dolci (nacatuli), a dare ordini per preparare il tutto alla perfezione.
nacatuli

Ricordo ceste piene di bicchieri e piatti lavati ed asciugati su un tavolino accanto alla cucina. Enormi ciotole (limbe) colme di polpette e cotolette e stesi ad asciugare su crivelli (crivi) e"carijjuatti" tantissimi maccheroni. In vassoi di tutte le fogge, perchè prestati da più persone, dolci freschi, presi in pasticceria e tantissimi minuscoli bicchierini da liquore per il rosolio. Questi venivano offerti agli invitati prima di andare in chiesa e alla fine del pranzo. Non c'era l'usanza della bomboniera e agli invitati si regalava un fagottino di dolci da portare a casa.
maccheroni (maccarruna)

 Prima di andare in chiesa, si lasciava sul fuoco la pentola con l'acqua. Al ritorno sarebbe stata pronta per tuffarci i maccheroni o le tagliatelle fatte anch'esse in casa.

Quando era l'ora della cerimonia, il corteo con la sposa si muoveva a piedi fino alla chiesa e tutti i passanti si fermavano ad osservare curiosi. In men che non si dica, tutto il paese sapeva chi si sposava quel giorno.

Il matrimonio vero e proprio, in chiesa, era abbastanza veloce e sobrio e all'uscita i genitori lanciavano a tutti confetti in segno d'augurio. Più in là entrò l'usanza di lanciare insieme anche monetine in segno augurale. Era una gioia per i bambini raccogliere un bel malloppo da portare a casa e non ci si curava  se cadevano a terra. I confetti erano sempre confetti!
Ritornati a casa, mentre la nonna cucinava i maccheroni e riscaldava il sugo, altri parenti servivano gli antipasti tipici: formaggi, salumi, olive e pane di casa preparato il giorno prima. Sulla tavola imbandita, coperta con fresche tovaglie di lino ricamate, fiaschi di vino buono e qualche ancor rara  aranciata o birra nelle bottiglie ancora di vetro a rendere...Tutto era perfetto e gradevole. I piatti e i bicchieri giravano veloci tra chiacchiere e discorsi spensierati. Noi bambini in ad un tavolo apposta. Ecco, questi sono i miei ricordi di bambina. Ricordi di giorni spensierati e felici perchè le feste  di matrimonio erano sempre novità felici  per noi. Per i grandi, erano invece giorni frenetici,ma soprattutto pieni di speranze per la nuova coppia, per la nuova famiglia appena nata. Poi se erano costretti a fare le valige e prendere un treno che li avrebbe portati lontani a cercare fortuna, lontani da tutti gli affetti più cari...beh, questa è un'altra storia.

Anna Maria Chiapparo (2011)

(Tutti i diritti riservati)

mercoledì 9 novembre 2011

Ricordo il volo di un aquilone

Rivado indietro nel tempo quando il cielo delle mie primavere era sempre azzurro e l’aria  frizzantina ci stuzzicava con  la smania di uscire, di correre all’aperto per i vicoli del quartiere sempre affollato.
Corse e nascondini fino a sera quando l’aria diventava dolce all’improvviso e ci faceva crollare di stanchezza.La mattina, poi, a scuola, non era mai un peso. Anche lì era bello stare e non ci si annoiava mai col nostro maestro.Sapeva come prenderci e nelle belle giornate di primavera non mancava mai una  passeggiata al campo sportivo.Non distava molto dalla scuola. Pochi metri e c’eravamo già, ma per noi era pur sempre una passeggiata. Il campo non era altro che una  distesa di terra battuta con qualche ciuffo d’erba qua e là e molte buche ai lati dove spesso
ristagnava l’acqua piovana, ma per noi bimbi era un posto splendido dove far volare le nostre fantasie.
Quante corse intorno a quelle  porte sfondate! Il maestro tornava bambino insieme a noi e non sembrava mai stanco quando inventava giochi e formava le squadre per la partita di “palla prigioniera”.
Quando s’alzava un pò di vento ecco allora la magia più bella: portava con sè l’aquilone che aveva costruito con pazienza e si divertiva con noi a farlo volteggiare sapiente.  Le lunghe code colorate sventolavano birichine e curiose per poi diventare fiere e tirate, su, a sfidare il vento come a dirgli che, anche se  di semplice e fragile carta velina, non avevano paura di nulla!
Quant’allegria c’era in noi in quei momenti. Non guardava mai l’orologio, anche perchè allora non dovevamo temere il cambio dell’ora di lezione. Capitava spesso che passassimo intere giornate lì all’aria aperta.
A sentire i miei figli, oggi, rimpiango che non possano avere la scuola di allora. Soprattutto quando la piccola, che va a scuola media, mi dice che ha passato tutte le ore seduta perchè la classe  in punizione  per una qualsiasi banalità, non  si può alzare nemmeno a ricreazione…
Cosa ricorderanno della scuola se già la odiano e ci vanno malvolentieri? Tutto è pesante e noioso, mi dicono.
Io ci credo, ma non dico nulla. Sospiro tra me col rimpianto del passato, e col pensiero che i ragazzi d’oggi, troppo impegnati, siano pieni di nozioni che li lasceranno vuoti dentro…e forse non vedranno mai volare in cielo un aquilone, guidato dalle mani di un maestro.

Porteranno dentro il loro bagaglio, tanti ricordi, foto scattate col telefonino, gli sms, le mail fantasiose degli amici, i messaggi subliminali di facebook coi suoi gironi infernali, i link stupidi...
Cresceranno in fretta senza che ce n'accorgiamo, ma dentro, la viva sensazione che qualcosa manchi o si sia perduto per sempre.


Anna Maria Chiapparo (2011

domenica 6 novembre 2011

Sere e profumi d'autunno

Il vento che raccoglie i profumi tutt' intorno e li  mischia in piccoli vortici che s'accostano agli usci.Castagne mature pronte  a sgusciare.Funghi silenziosi che fanno capolino tra foglie morte accartocciate. I primi ciclamini dalle coroncine dal colore ancora spento. L'odore della terra smossa dalla pioggia sottile che penetra dolcemente a scalfire l'aridità estiva.
Il buio improvviso che scende dolcemente ed avvolge col suo mantello soffice, leggero.
I lampioni fiochi che sembrano danzare nella frescura della sera.

(Piazza Marconi Acquaro VV)

Sere d'autunno cariche di ricordi. Il buio che arrivava già alle quattro del pomeriggio e i bracieri  davanti alle porte, sui balconi carichi di crisantemi sbocciati o già colti. Di corone e trecce di peperoni rossi incartapecoriti dal sole.
Il profumo delle prime caldarroste e del mosto in fermentazione chiuso nelle botti stipate nei bassi.
Noci raccolte e fichi essiccati...Il primo fumo che saliva dai camini e portava lontano l'odore acre della legna bruciata.

(caldarroste o "pastiji")
Famiglie raccolte davanti un camino, una stufa, un braciere. Le donne a sferruzzare, gli uomini a chiacchierare. Rosari che scivolano veloci tra le dita e nenie che sanno d'antico.
Ascoltare la pioggia che scroscia sui tetti e s'incanala rumorosa  nelle strade.
Dolci, le sere d'autunno quando le tempeste non fanno paura accanto ai propri affetti.
Fuori, i rumori pian, piano diradano ed il silenzio accarezza l'aria.
Sera d'autunno, che aspetta la notte.

lunedì 10 ottobre 2011

Profumo amaro di gelsomino

Tra i tanti profumi della Calabria non possiamo non ricordare il profumo del gelsomino. Un'intero  tratto di costa, quella che va da Capo spartivento a Capo Bruzzano, porta prorio il nome di Costa o Riviera dei Gelsomini per la gran quantità di piante presenti in passato. Il fiore del gelsomino fu introdotto in Calabria verso il 1920 e qui, trovò clima molto favorevole allo sviluppo. L'idea venne all'industria delle essenze di Reggio Calabria che spediva  il  prodotto semilavorato in Francia per creare profumi.La povertà del tempo trovò subito buona manodopera nelle ragazze e donne dell'epoca che per racimolare qualcosa per la famiglia, lavoravano dapprima notti intere chine a raccogliere i minuscoli fiorellini stellati, poi dalle prime ore dell'alba fino al sorgere del sole che altrimenti avrebbe ossidato il bianco del fiore. Non di rado venivano impiegate anche bambine alla raccolta.
Raccoglitrici di gelsomino anno 1926
Per raccogliere, le donne indossavano dei grembiuloni con una grande tasca cucita davanti che una volta riempita veniva svuotata nelle ceste di canna. Le grosse ceste, dopo pesate per decidere la paga,  che infatti era a peso, venivano poi trasportate con carretti alla "fabbrica", dove lavoravano gli uomini.

lavoratori a Milazzo
Qui i fiori venivano pestati e macinati fino a formare una poltiglia giallastra e intensamente profumata  che veniva quindi spedita in Francia, soprattutto nella cittadina di Grasse dove si provvedeva alla  distillazione per farne profumi.
A raccontarla così sembrerebbe una storia quasi romantica che sa di profumo d'altri tempi, ma come tutte le storie che parlano di sudore e soprattutto di sudore di madri di famiglia, anche questa ha i suoi lati negativi rimasti nella storia.
Era come tanti altri, un lavoro sottopagato e sfruttato. Le raccoglitrici lavoravano scalze e molto spesso si portavano dietro i neonati caricati sulle spalle o addormentati nelle ceste accanto a loro. I più grandicelli aiutavano la mamma a raccogliere il prezioso e delicato fiore perchè leggerissimo, ce ne volevano tanti a riempire una cesta che veniva pagata poche lire.
Si sa di una paga di 25 lire al kg e per fare un kg, di fiori ce ne volevano circa 10.000.
Poi venne una svolta col primo sciopero indetto dalle raccoglitrici di Milazzo, in Sicilia che per prime incrociarono le braccia e per protesta calpestarono i fiori raccolti. Fu l'inizio di uno scipero che durò 9 giorni e vide in piazza quelle donne maltrattate e sfruttate, stanche di continue soverchierie...

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Dal web:


«A un certo punto venne indetto un colossale sciopero. A scioperare per prime furono le raccoglitrici di gelsomino della piana di Milazzo. Durò ben nove giorni e a proclamarlo fu Tindaro La Rosa della Cgil, nell' agosto del 1946. Le gelsominaie si interessarono anche al destino di altre lavoratrici sfruttate, le loro gesta si diffusero per tutta l' isola, molte di loro conobbero la cella. Ma queste donne continuarono a difendersi e a difendere, consapevoli di essere parte e rappresentanza di una categoria, e lo sciopero proseguì, si estese a macchia d' olio e coinvolse le impiegate che si occupavano dei semenzai di Mazzarrà Sant' Andrea, le cavatrici di agrumi di Barcellona di Sicilia, le incartatrici di Capo d' Orlando, le salatrici di sarde di Sant' Agata, le portatrici di argilla di Santo Stefano di Camastra, le raccoglitrici di olive dei monti Nebrodi e delle Madonie. Superò perfino lo Stretto, tracciando un' inquietante mappa del lavoro nero femminile....."

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Dal web:

«Ma un giorno le raccoglitrici incrociarono le braccia e fecero cadere a terra il gelsomino delicato, che il sole appassì e fece nero», così avrebbe narrato Vincenzo Consolo in suo libro di qualche anno fa. A coordinare le rivendicazioni delle agguerrite gelsominaie - alcune di loro conobbero la camera di sicurezza - fu il comunista milazzese Tindaro La Rosa (1924-2003), che nel 1946 organizzò il primo sciopero. Sino ad allora ciascuna donna percepiva per ogni chilogrammo di fiore raccolto, quantitativo corrispondente ad oltre 6.000 gelsomini, appena 25 lire: non bastavano nemmeno a compensare il costo di un chilo di pane. La raccolta era dura e faticosa ed iniziava nella notte per continuare sino alle prime luci dell’alba. Non tutte riuscivano però a farcela, qualcuna spesso sveniva.

Grazie all’opera energica e battagliera del sindacalista La Rosa, il salario riuscì a lievitare sino alle 50 lire al kg. Il successo valse allo stesso La Rosa una bella bicicletta, offertagli in dono dalle gelsominaie. Fu il primo di una lunga serie di scioperi che attirarono l’attenzione della stampa nazionale ed estera e che continuarono periodicamente sino agli anni Sessanta, quando il numero delle raccoglitrici ascendeva a circa 2.500 unità.

Tra le diverse battaglie di queste ardite lavoratrici si ricordano quella del 1950 per l’introduzione della bilancia automatica (tara fissa), le agitazioni rivolte ad ottenere in dotazione stivali e grembiuli ed ancora quelle che miravano ad escludere i bambini dal lavoro di raccolta.

«Quando scendevano in sciopero - avrebbe raccontato anni dopo lo stesso Tindaro La Rosa - la presenza della forza pubblica era imponente. Quel che ottenevamo noi con le gelsominaie, non riuscirono mai ad ottenere con altre categorie bracciantili i sindacati provinciali, i quali nel 1959 si resero responsabili di una brutta storia, firmando un contratto che assegnava soltanto 10 lire di aumento al chilogrammo. Saputa la notizia, mi misi in giro per organizzare lo sciopero; l’astensione delle donne fu straordinaria e quel contratto fu stracciato».

Le ultime rivendicazioni delle gelsominaie si sarebbero registrate negli anni Settanta, quando ormai il loro numero si era ridotto ad appena 250.
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Ecco un'altra storia di Calabria. Storia amara, ma anche di rinascita. Storia di donne energiche che si sanno piegare, ma che non abbassano la testa per far valere i propri diritti, anzi, capaci di farsi sentire ed apprezzare...



Chiapparo Anna Maria (2011)


martedì 4 ottobre 2011

Storie del conte di Melissa



Melissa vanta un’origine millenaria: pare sia stata fondata dagli equipaggi delle navi micenee che approdarono nel territorio circa 3400 anni fa. E Melissa era anche il nome di una sacerdotessa di Delfi e di alcune figlie di Melisseo. Secondo altri il nome deriva dal greco “Melissa”: ape o miele, come testimoniano le api del suo stemma; secondo altri, ancora, sulla fama di cui godeva la maga Melissa. Gli abitanti tramandano la leggenda dello “ius primae noctis”, che il conte Campitelli esercitava sui sudditi: dopo ogni matrimonio rapiva la sposa e se la portava nel castello attraverso le gallerie che collegavano la chiesa di S. Giacomo (XVI secolo). La leggenda racconta che nel 1633 il conte Francesco Pignatelli fu ucciso da un giovane sposo e dai fratelli della sposa. Nella storia moderna, Melissa è legata alle lotte per la terra del 1946-1949 dopo che sul fondo Fragalà rimasero trucidati dalla polizia tre contadini.
Il Castello di Melissa con le sue tre torri circolari rappresentò per secoli il potere feudale. Inoltre intorno al 1615 il feudo si arricchì di un mastio esagonale detto “Torrazzo” (così viene chiamato ciò che resta della superba rocca). La costruzione poggia le sue fondamenta su una piccola altura rocciosa a breve distanza da Torre Melissa. Oggi il torrione, è aperto al pubblico ed ospita un piccolo museo di storia contadina.

L’aria che respiriamo è quella di un tipico borgo feudale, man mano che proseguiamo fino alla parte più alta dell’abitato per visitare i resti del castello appartenuto al Conte Francesco Campitelli nel XVII sec.
“A Mélissa si incontra poca gente”, è così che ci accoglie un simpatico vecchietto che facendo capolino dall’uscio della sua dimora attira la nostra attenzione, e con una voce flebile, segnata dagli anni: “Avete visto il Castello!?” – continua - “la conoscete la storia del conte di Melissa?”. Invitati a sederci, siamo rimasti volentieri ad ascoltarlo, consapevoli dell’opportunità di rievocare i fatti e le leggende del luogo attraverso i ricordi di un melissese. “Il Conte” - prosegue con calma - “era un uomo prepotente, sanguinario ed efferato, che aveva ripristinato lo ius primae noctis, tributo particolare che obbligava tutte le novelle spose del paese a consumare le prime notti di nozze nel suo regale letto. Irrompendo nella chiesa di S. Giacomo, sulla quale la famiglia Campitelli deteneva il patronato, alla fine di ogni celebrazione di matrimonio, rapiva la sposa ed attraversando passaggi sotterranei, collegati direttamente alla sua dimora, giungeva al castello, dove soddisfaceva le sue lussuriose voglie, strappando a delle giovani fanciulle quell’innocenza che riservavano per il loro amato. In seguito le ragazze venivano rimandate ai loro mariti con un carico di viveri. Ma arrivò il giorno in cui un giovane innamorato di una fanciulla di Melissa, non volendo cedere a tale sopruso, in accordo con alcuni amici, tese un agguato al Conte. Nascoste le roncole sotto i mantelli, penetrarono nel castello e lo uccisero. Il popolo aiutò a fuggire il coraggioso che aveva eliminato il feudatario e le sue prepotenze”.
Secondo un'altra leggenda la fanciulla era una giovane donna di cognome Raffa nativa di Cirò, che andava sposa ad un melissese. Al tentativo del Conte di rapire la sposa, attraverso la scaletta segreta che immetteva nella Chiesa di San Giacomo a Melissa, pose fine il fratello di lei, il quale lo accoltellò alle spalle. Invano i ferocissimi mastini addestrati, rotte le corde alle quali erano stati legati, al suo fischio, cercarono di salvarlo. Gettatisi dall'alto del Castello, perirono ai piedi di esso.
Del Campitelli oggi rimane un busto marmoreo nella chiesa di S. Giacomo che raffigura il Conte adagiato su una tavola di marmo, purtroppo ridotto in pezzi e divenuto per questo nella fantasia popolare “osceno”.
“Ma… Melissa non è anche il nome di una maga che abitava questi luoghi?” – accenna qualcuno del gruppo. “Melissa è il paese delle streghe” – riprende con una certa enfasi il nostro venerando amico – “si dice che le streghe fossero giunte qui dalla città di Benevento, un tempo chiamata Malevento, proprio perché abitata da queste creature. Perseguitate dall’inquisizione vennero a rifugiarsi nelle grotte di Melissa, confondendosi nel tempo con la popolazione locale. Figuratevi che fin’anche queste, per quanto malvagie, finirono con lo scontrarsi con il Conte repressore”. Magia dunque, di tradizione contadina e mediterranea, sentita come parte del mondo popolare ed in ogni caso accettata se addirittura sullo stemma comunale appare rappresentata una figura magica, ninfa o maga.

(Fonte: http://www.comune.melissa.kr.it/)

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lunedì 3 ottobre 2011

Storia delle origini di Acquaro (VV)

Caratteristica essenziale di Acquaro è la sua posizione, arroccato dentro una valle tra la collina di Malamotta con il suo pino secolare e le sue leggende sui briganti, tagliato dal suo bel fiume Amello, primaria e storica fonte di vita per Acquaro. Il nome del paese è dovuto molto probabilmente alla vicinanza dell'acqua; infatti la parte più antica del centro, era denominata Poteja, nome di derivazione greca, che significa luogo dove scorre l'acqua. Successivamente i Romani sostituirono il nome greco con Aquarium, cioè zona con abbondante acqua; con il passare del tempo, venne in ultimo denominato Acquaro. Sorto come casale di Arena, ne seguì le vicende fin dal periodo normanno, quando venne infeudato alla famiglia Conclubert che lo tenne fino al 1678. Passò quindi, per successione femminile, agli Acquaviva d'Aragona e dal 1694 appartenne ai Caracciolo di Gioiosa.
I terremoti del 1659 e del 1783 distrussero quasi interamente l'abitato. Tenacemente borbonico al tempo della Repubblica Partenopea, fu incluso nel cantone di Seminara. Con l'ordinamento disposto dai Francesi nel 1806 venne compreso nel cosiddetto governo di Soriano. La legge del 1811 ne faceva un Comune comprendente i villaggi di Limpidi e Semiatori. I villaggi di Semiatori, Bracciara, Potami, Pronia, a causa di frequenti terremoti e del fenomeno del briganatggio, cominciarono ad essere abbandonati dagli abitanti, dei quali una parte si stabilì in Acquaro. La successiva legge Borbonica del 1816 ribadiva quella precedente.
Gravi danni subì a seguito dell'alluvione del 1885 e del terremoto del 1905. Nel 1928 gli veniva aggregato il Comune di Dasà, che l'anno successivo ritornava autonomo. Nel 1929 fu costituito Comune autonomo. Il paese, dalle caratteristiche viuzze, conserva tracce del vecchio abitato.

sabato 17 settembre 2011

Il baco da seta in Calabria

"O primu d'aprila, mettalu 'ncaddu e no dira".
Era questo un vecchio proverbio acquarese comune, fino agli anni 40-50. "Il primo di aprile, mettilo al caldo e non lo dire" era riferito all'uovo del baco da seta.

La storia vuole che la coltura del baco  fosse antichissima e nata per caso...
                        
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LA STORIA
La scoperta della seta si deve, secondo un’antica leggenda all’imperatrice cinese Xi
Ling-Shi. L’ imperatrice stava passeggiando, quando notò dei bachi. Ne sfiorò uno
con un dito e dal bruco miracolosamente spuntò un filo di seta. Man mano che il filo
fuoriusciva dal baco, l’imperatrice lo avvolgeva attorno al dito, ricavandone una sensazione
di calore.
Ella scelse quei fili e tessé un fazzolettino. Alla fine, vide un piccolo bozzolo, e
comprese improvvisamente il legame fra il baco ed il filo di seta.
Insegnò quanto aveva scoperto al popolo e la notizia si diffuse. La produzione della
seta dalla Cina si diffuse lentamente anche verso l’occidente, arrivando in Italia, in
Calabria e nelle regione meridionali intorno al X secolo forse per merito degli arabi o
dei greci di Bisanzio.Tante furono le leggende che si sono succedute
intorno alla nascita della seta in Calabria.Unico documento certo della sua diffusione
è un rogito notarile citato, quale testimonianza certa, dallo storico e studioso francese
Andrè Guillon, risalente al 1050 nel quale si legge, che fra i beni della Curia metropolitana
reggina, figura un campo di migliaia di gelsi. (..........)
IL DECLINO
La decadenza dell’arte della seta in Calabria fu determinata soprattutto dal monopolio
vessatorio che il governo aveva cominciato ad esercitare su di essa che impedì ogni
progresso, e mentre al Nord Italia la seta veniva sempre più valorizzata, al Sud invece
rimase allo stato primitivo e con metodi antiquati di lavorazione, per cui le sete calabresi
perdettero ogni pregio.
A ciò si aggiunsero altri fattori, quali il sempre più difficile allevamento del baco a
causa della carenza di manodopera, di varie epidemie e di sconvolgenti terremoti,
così che la bellissima arte della seta divenne un ricordo lontano.(....) tratto da
http://www.mpdrc.it/public/upload/17062009211019_storia_seta.pdf
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Anche nel territorio di Acquaro e dintorni, pare ci fossero un tempo, tanti alberi di gelso, soprattutto bianco, più adatto alla bachicoltura e molto probabilmente introdotti in Calabria dai Bizantini.
La povertà del tempo, che spesso sfamava le famiglie col solo lavoro delle campagne, portava le nostre antenate ad arrotondare un pò con questa coltura non molto pesante. Era infatti un lavoro che potevano fare un pò tutti con un pò di buona volontà.


Alcuni acquistavano le minuscola uova che tenevano al caldo o meglio ancora, nascoste nel petto (da qui il proverbio) per farle schiudere, altri acquistavano le larve già formate che bastava mettere in un "cannizzo" che era una specie di graticcio di canne a piani. Qui mangiavano foglie di gelso per tre volte al giorno per 5 giorni e poi s'addormentavano ingrossando a vista d'occhio. Questo periodo durava  circa  venti giorni e ad ogni risveglio, il bruco cambiava pelle. Quando smetteva di mangiare era tempo di metterlo a riposo. Si preparavano quindi dei fasci di "bruvera" (erica) o ginestra dove il baco si rinchiudeva nel suo bozzolo (cucuju)

Il baco (in dialetto calabrese ,"siricu", probabilmente  derivante da Siria), costruiva il bozzolo con la sua bava che altro non è che la seta grezza. Quando il bozzolo risultava duro al tatto, era pronto da lavorare. Chi era attrezzata al mestiere procedeva alla "scunocchiatura" che consisteva nell'immergere i bozzoli in acqua calda per uccidere il baco e poi  procedere alla fase successiva di "manganiare" cioè battere con un bastone (manganello), per allargare il filo ed acconciarlo in matasse da tessere al telaio per uso personale. Chi non voleva o non poteva farlo, aspettava l'arrivo dei "cucujiari"che erano gli acquirenti di bozzoli che avrebbero provveduto  a rivenderli alle tante filande che operavano in Calabria, e che avrebbero anche provveduto a colorarle a piacimento.


(Anna Maria Chiapparo 2011)

A "gozza"

'A "gozza" era un vaso di terracotta, piuttosto panciuto, con due manici o anse laterali ed un collo stretto, utilizzato  soprattutto per l’acqua , ma talvolta anche per il vino. I greci lo chiamavano βόμβος ed il latini bombus, da qui sicuramente ne deriverebbe il nome "bummulu", in alcuni luoghi di Calabria e Sicilia.  Il contenitore veniva ampiamente adoperato sia dai nostri antichi contadini che dalle massaie ed era particolarmente caro alle famiglie, ma, quando ancora non c’era la possibilità di mantenere l’acqua o il vino freschi, soprattutto in estate, era consuetudine ricorrere ad uno stratagemma che ancora oggi molti anziani del nostro paese ricordano. Appena "a gozza" veniva comprata e riempita di liquido, nessuno poteva avvicinarsi, o meglio era vietato alle donne di prenderla, in quanto soltanto il capofamiglia o comunque un maschio doveva accingersi ad un primo, lungo sorso dal vaso, perché così facendo l’acqua o il vino si sarebbero mantenuti per sempre freschi, anche sotto il sole

A zia Marianna e il cuculo

La leggenda popolare narra che gli antichi contadini del Sud credevano che il cuculo, ‘u cuccu conoscesse il destino di ogni uomo e fosse in grado di rivelare con il suo canto il momento del matrimonio e della morte: ogni gorgheggio corrispondeva ad un anno. Una antica leggenda popolare racconta che ‘za Marianna, una anziana signora del Pollino si rivolse allu cuccu, con una filastrocca, per sapere quanti anni gli restavano ancora da vivere. Dopo diversi ritornelli la vecchia ricevette la risposta dal cuculo con tre canti ripetuti: Cucù, cucù, cucù. Allora la donna, già in età avanzata, comprendendo che gli rimanevano soltanto tre anni di vita, consumò tutti i suoi beni ma allo scadere del terzo anno  la vecchia non morì affatto  e  si ritrovò senza nessuna cosa per sopravvivere. La poveretta, colpita dalla sfortuna ed ingannata dall’uccello fu costretta a mendicare e, mentre chiedeva l’elemosina,  ripeteva all’infinito la seguente cantilena: ‘za Marianna è arrabbiata che il cuculo l’ha ingannata. Fate l’elemosina a ‘za Marianna che il cuculo gli ha rubato gli anni .(Antonio Iannibelli)

Ad Acquaro, ricordo da piccola, che il cuculo si sentiva verso il periodo di maggio, perchè ghiotto di ciliege mature in quel periodo. Anche da noi c'era una filastrocca che si soleva cantare chiedendo il responso all'uccellino che rispondeva coi suoi cucù:

Cuccu, cuccu di Militu,
quanti anni 'nci vola u mi maritu?

Cuccu, cuccu d'uaru,
quanti anni 'nci vola pemmu muaru?

Cuculo di Mileto, quanto ci vuole perchè io mi sposi?
Cuculo d'oro, quanto ci vuole perc hè io muoia?

Ogni cucù, sembrava significasse un anno, ma come ben ci spiega la zia Marianna...non era tanto affidabile questo simpatico  "divinatore"... direi burlone!

La leggenda di Pollino

Lussureggiante, in uno sfolgorio sovrannaturale di colori, inebriato di profumi,  è il monte Pollino, quel monte  che dà il nome a tutto il massiccio del Parco Nazionale, già celebre nei secoli passati  per l’abbondanza e la varietà delle sue erbe aromatiche e medicinali e per le sue piante officinali, che crescono spontanee e preziosissime, tanto decantate per le loro virtù terapeutiche, in grado di curare la mente e il corpo.  Alcune di queste specie sono, tuttavia,  pericolose,  altre, addirittura, velenose. Forse proprio per questo motivo, ricordando la sua flora erbacea, arborea e cespugliosa, la leggenda e la storiografia antica definirono il Pollino come  “il monte di Apollo”, il guaritore, il dio medico, "colui che scaccia il male", “colui che ha il potere di scatenare o di allontanare le pestilenze”.  Apollo, come ben si sa ebbe poi un figlio, Asclepio, al dio della medicina, quale insegnò, i segreti per curare e guarire ogni malattia. Secondo altri, invece, il monte doveva chiamarsi anticamente Pellino, in memoria degli Ausoni Pellenioi, i figli del sole e del loro capostipite Ausonio, figlio di Ulisse e della maga Circe (o di Ulisse e della ninfa Calypso)

Le ninfe di Cerchiara

Le sorgenti termali calabresi vantano un'antica tradizione che si perde in curiose leggende e miti ancestrali tutti da scoprire.
Una delle sorgenti più interessanti da questo punto di vista è quella che nasce nella Grotta delle Ninfe, situata alle pendici del Monte Pollino, a Cerchiara di Calabria. Secondo la leggenda, la Grotta delle Ninfe Lusiadi era un antro segreto che nascondeva agli occhi dei mortali l'alcova della Ninfa Calipso. Altre leggende raccontano che la stessa caverna fosse la dimora delle Ninfe Lusiadi, che custodivano gelosamente il loro segreto di bellezza eterna, legato all'utilizzo delle acque sulfuree che nascono da questa sorgente termale.
Si tratta di un incantevole antro che, in alto, si apre in una fessura dalla caratteristica forma di mezzaluna, da cui di giorno si insinua la luce del sole. All'interno della suggestiva grotta calcarea, si è creata una piscina di acqua termale che si mantiene costantemente sui 30 gradi centigradi e da cui fuoriesce un ruscello che corre verso il mare, portandosi dietro il suo caratteristico odore sgradevole.. Si tratta infatti di acque sulfuree che, seppure notoriamente non dotate di un buon odore, erano già note agli antichi Sibariti per la cura delle malattie della pelle e di quelle reumatiche.
Le mitiche acque sulfuree alimentano l’omonimo complesso termale, costruito intorno alla grotta, senza intaccare la bellezza naturale del luogo.

La leggenda di Fata Morgana

Se in una calda giornata estiva, passeggiando sullo splendido lungomare reggino che D'Annunzio definì "il più bel chilometro d'Italia", vi capitasse di vedere paesi e palazzi della costa siciliana deformarsi e specchiarsi tra cielo e mare, vicini a tal punto da distinguerne gli abitanti, non dovete impressionarvi. Siete solo vittime di un incantesimo. E' la Fata Morgana, un fenomeno ottico simile a un miraggio che si può osservare dalla costa calabra quando aria e mare sono immobili. La leggenda racconta che anche Ruggero I d'Altavilla fu incantato dal sortilegio. Per indurlo a conquistare la Sicilia, con un colpo di bacchetta magica la Fata Morgana gliela fece apparire così vicina da poterla toccare con mano. Ma il re normanno, sdegnato, rifiutò di prendere l'isola con l'inganno. E così, senza l'aiuto della Fata, impiegò trent'anni per conquistarla.



Da Wikipedia
In ottica la Fata Morgana, o Fatamorgana, è una forma complessa e insolita di miraggio che si può scorgere all'interno di una stretta fascia al di sopra dell'orizzonte.[1] Il nome italiano è conosciuto anche all'estero,[2] perché si tratta di un fenomeno frequentemente osservato nello Stretto di Messina. Esso fa riferimento alla fata Morgana della mitologia celtica, che induceva nei marinai visioni di fantastici castelli in aria o in terra per attirarli e quindi condurli a morte.[3] Tale fenomeno, che può essere osservato a terra o in mare, nelle regioni polari o nei deserti, distorce enormemente l’oggetto (o gli oggetti) su cui agisce il miraggio, tanto da renderli insoliti e irriconoscibili. Può riguardare qualsiasi tipo di oggetti "distanti", come isole, coste o barche. Il soggetto è mostrato in rapida evoluzione, in posizioni diverse a quelle originarie, in una visione che può passare senza soluzione di continuità dalla compressione all'allungamento.