Pensieri...

La Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si è divertito a mescolarli insieme. (Guido Piovene)











«Se rinuncio ad amare la mia terra, contribuisco a distruggerla».



(Doris Lo Moro)











Chi di noi non ha mai sognato, specialmente in età adolescenziale, di scappare via dalla propria terra, dal proprio paese natìo?



Io penso sia una cosa capitata un pò tutti.



Evadere dalla solita routine, cercare cose e volti nuovi, viaggiare...è normale...



Poi, magari arriva quel tempo in cui ti soffermi a pensare e ripensare e forse t'accorgi che quello che hai trovato, seppur fondamentale, ti ha fatto perdere o lasciare indietro nel tempo, cose che credevi di odiare e non sopportare, e che poi ti stuzzicano, ti cercano, ti mancano...e che forse amavi...solo che non lo sapevi. (Anna)











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domenica 28 agosto 2011

"Cacciami ca chiovu" Un miracolo di San Costantino

Il patrono di San Costantino Calabro, è appunto San Costantino vescovo.


Si sa, il protettore viene sempre invocato nel momento del bisogno. In lui si confida e si spera. Una storia tramandata da secoli, narra che intorno all'anno 1700, c'era nella zona una grande siccità e non pioveva ormai da mesi. Il parroco, una notte fece un sogno e gli apparve il santo che gli disse solo una breve frase:-
"Cacciami ca chiovu" (porta in processione la statua che farò piovere).
Il parroco, l'indomani riferì di quel sogno ai suoi parrocchiani e così, fiduciosi, i giovani prelevarono subito la statua dalla chiesa anche se non era la sua festa e speranzosi la portarono fuori.Appena arrivati sul sagrato,non fecero nemmeno in tempo a scendere i gradini che il cielo si coprì di nuvoloni neri ed arrivò la sospirata pioggia.

(dal sito web San Costantino Calabro)

Ricordo di San Costantino Calabro

Tra i miei ricordi di bambina, non può mancare un ricordo di San Costantino Calabro, il paese di mio padre e quindi dei miei nonni.
Un paesino di poche anime,che dista pochissimi Km da Vibo Valentia e
svuotato come tanti, dall'emigrazione.
Mia nonna è mancata quando ero ancora bambina e la ricordo poco, ma ho un bel ricordo di qualche estate passata là, nella sua casetta che affacciava sulla campagna circostante. Abitavano infatti fuori paese e ricordo quando, di fronte a loro iniziarono a costruire "l'istituto", come lo chiamavano.

In realtà era una scuola professionale,più all'avanguardia per quei tempi, di tutta la provincia:


O.I.E.R.M.O. Prof. Pro Juventute (Opera per l'istruzione e l'educazione religiosa morale e professionale della gioventù)

La casa dei nonni era proprio di fronte e ricordo quell'enorme scheletro che cresceva a vista d'occhio e quasi faceva impressione per la sua imponenza. Era tutto un brulichio di muratori e andirivieni di camion. Poi, un giorno, dopo un pò che non tornavo, lo trovai finito e completato. Mi sembrava bellissimo e moderno.



Del paese non ricordo molto. Io giocavo fuori, in giro per i campi intorno alla casa dei nonni che ora hanno lasciato posto a strade larghe e nuove, a villette moderne.
Ricordo che sopra la collinetta, dal lato opposto dell'Istituto c'era un bar che funzionava anche da centralino. Negli anni settanta/ottanta, ancora non tutti avevano il telefono in casa e noi, che abitavamo ad Acquaro, chiamavamo lì, in quel bar. Il proprietario sempre gentilissimo andava da mio nonno che abitava a pochi metri e lo avvertiva.Sembrava contento ogni volta che chiamavamo e per nulla infastidito del disturbo.
Mio nonno arrivava ed aspettava la seconda telefonata.Mi pare ancora di sentire la voce di mio nonno che quando parlava gridava sempre. Era un pò sordo per via di una bomba che gli era scoppiata vicino in guerra e quindi, senza rendersene conto aveva un tono di voce abbastanza alto.
Quando trascorrevamo con loro un pò di giorni, portava noi nipoti al bar a comprare il ghiacciolo che allora era un classico e ci presentava orgoglioso ai suoi amici e compaesani.
Adiacente alla casa c'era un orto che girava intorno e un rigoglioso caprifoglio copriva tutta la rete spandendo il suo dolce profumo. Un anno poi, decisero di costruire un muro per fare un garage ed il caprifoglio sparì lasciando posto ad una pianticella di roselline rampicanti che in poco tempo divenne l'attrazione della facciata. Era meravigliosa tutta in fiore!
Della casa ricordo la cucina col pavimento grigio e marrone e l'enorme tavolo che stava al centro. La finestra sempre aperta che dava sulla strada e chiunque passava sostava a scambiare due chiacchiere con mia nonna. Si conoscevano tutti!
Mia nonna aveva le mani d'oro. Sapeva ricamare, faceva l'uncinetto...tipiche cose di una volta che facevano tutte le madri di famiglia.A parte l'orticello dietro casa, non avevano campagna.
Come dicevo, mia nonna morì presto e dopo qualche anno, mio nonno si risposò. La nuova moglie era tutt'altra cosa, ma era una buona donna affezionata a noi nipoti.Quando venivano a trovarci a casa ad Acquaro portava sempre dei regali per tutti, soprattutto piante perchè sapeva che mi piacevano. In fondo sono contenta perchè gli ultimi anni li hanno condivisi tenendosi compagnia e facendo qualche pellegrinaggio per uscire dalla routine.
Dopo che anche il nonno è mancato non sono più ritornata in quella casa. Ci sono tornata molti anni dopo con mio marito per curiosità, per rivedere i vecchi luoghi. Era tutto cambiato. Oggi, rivedendola con lo street wiew, è cambiata ancor di più. A parte l'istituto, sembra di entrare in un altro luogo, in un altro mondo.




sabato 27 agosto 2011

Oro rosso (Il peperoncino)

Tutto aveva inizio già in primavera, quando mia madre cominciava a seminare i piccoli semini gialli che sembravano secchi, morti. Preparava in campagna un fazzoletto di terra morbida e ben pulita dalle erbacce e con cura preparava il suo semenzaio. Una copertura leggera, leggera di terra e poi una bella innaffiata coll'annaffiatoio dai piccoli buchini per non disperdere i semini.

Dopo qualche giorno e regolari annaffiature, pian, piano spuntavano qua e là dei gracili steli verdi, verdi con due foglioline che sembravano scalciare tra loro per avere un posticino al sole. Dopo un pò diventavano già delle belle piantine che mia madre delicatamente prendeva con la zolletta di radici e trapiantava in un altro posto preparato apposta con dei solchi per irrigare. La coltura era iniziata.
Ogni giorno vedevo crescere sempre più rigogliose le piantine che man, mano si andavano riempiendo di foglioline e poi di fiorellini che lasciavano il posto ai preziosi frutti.
Prima di un bel verde intenso e in seguito, lasciati sulla pianta, di un bel rosso sgargiante.
C'erano tanti tipi. Quelli lunghi, lunghi che erano piccantissimi e sembravano dei lunghi cornetti.

Quelli più cicciotti e quelli proprio tondi. E tutti avevano il loro grado di piccantezza! I peperoni dolci erano tutta un'altra cosa.
Quando erano al giusto punto di maturazione, li raccoglievamo e li portavamo a casa dove mia madre cominciava a fare "i riasti" (collane o ghirlande)
Questo lavoro era un classico per le strade del paese. Le donne si sedevano fuori dall'uscio o sui balconi, nelle ore più fresche con la loro bella cesta di peperoncini, ago e filo robusti, e cominciavano a creare le belle collane rosse che poi adornavano balconi e davanzali fino agli sgoccioli d'estate, quando venivano ritirati e spolverati per bene della polvere accumulata fuori.

Ricordo che i peperoncini secchi avevano un chè di particolare e curioso per noi bambini che li guardavamo con un certo timore. Sembrerà strano, ma i grandi continuavano a ripeterci di non toccarli assolutamente per evitare che le mani ci bruciassero gli occhi e quindi li guardavamo da lontano con la curiosità tipica dell'età che ogni tanto ci portava a strafare.Simpatico era poi il suono che i semini producevano all'interno di quei cornetti ormai incartapecoriti dal sole cocente. Sembravano dei piccoli sonaglini, ma era sicuramente meglio starne alla larga! D'altronde, le mamme, ben sapendo i rischi di un fastidioso contatto con i nostri occhi, ci tenevano al sicuro e preferivano maneggiarli quando non eravamo in casa o lontani dal pericolo.
La preparazione vera e propria del peperoncino era veramente antipatica. Il sole da solo non bastava, infatti, ad essiccarli poichè la pelle rimaneva ancora elastica e quindi, per evitare la muffa e togliere tutta l'umidità, necessitava di un'infornatura per renderli veramente friabili e facili da macinare.
Quando erano molti, ricordo che mia madre li infornava tutti in una volta nel forno a legna della vicina. Quante cose che abbiamo fatto in quel forno! Pane, biscotti per Pasqua, peperoncino...
Se erano pochi usavamo il forno della cucina. La casa s'impregnava quindi di quell'odore acre e fastidioso che durava anche giorni.
Molto spesso, per non farli bruciare, mia madre era solita cucirli in una sacco di tela (cirma) e dopo aver preparato il forno, li infornava per una notte, mi pare...La cottura era importante, altrimenti, il sapore bruciacchiato del peperoncino avrebbe guastato, poi, anche il sapore dei salumi che avremmo preparato.
Una volta cotti, veniva veramente il lavoro più antipatico che ci faceva starnutire a più non posso e che lasciava nelle mani il piccante che sprigionavano. La cottura faceva diventare i peperoncini ancora più micidiali!
Dovevamo togliere il picciolo e i semi, aprendoli uno ad uno per avere il bel peperoncino puro che sarebbe servito per dare sapore ai salumi più prelibati. Era una tortura per il nostro povero naso stuzzicato a dismisura.
Una volta aperti venivano macinati col vecchio tritacarne che aveva un pezzo apposta per macinare sottile. I peperoncini gracchiavano per un pò prima di cadere sotto la spirale che girava e con un ultimo sussulto, dopo la breve vita di qualche mese,ci regalavano l'oro rosso che avrebbe stuzzicato ancora, oltre che i nostri nasi, anche i nostri palati, imprigionati in saporiti e rinomati salumi.
Non si buttava nulla.I semi, una volta tolta la scorta per la prossima semina che, seppur secchi, germinavano ancora, venivano pure macinati insieme ai rimasugli e ne veniva fuori un macinato più scarso in qualità, da consumare giornalmente nelle varie pietanze.
Tutto veniva posto in barattoli di vetro ben chiusi che ne assicuravano la durata per molto tempo.



Ricordo che sentivo dire da mia madre, che in paese c'era qualcuno che lo vendeva veramente a peso d'oro agli emigranti che lo richiedevano e così pure i salumi, soprattutto la sopressata fatta con la carne più pregiata del maiale.
A pensarci bene,sembravamo formiche sempre al lavoro, ma non solo in estate.
In Calabria, chissà perchè, c'era sempre da fare qualcosa!


(Anna Maria Chiapparo 2011)












Passeggiata tra i ricordi


La campana della chiesetta, nella mattina di festa ancora assonnata, con i dolci rintocchi mi scuote e m'invita ad andarla a trovare. Istintiva, la mente decide senza programma e nella casa che non è mia eppure m'accoglie, lascio tutto silenzioso ed esco inseguendo il richiamo. Non è presto, ma neanche tardi, ma la domenica già calda lascia ancora posto ai sogni e le vie tacciono. Per strada incontro poche facce note che s'avviano come me verso la meta mattutina. S. Liberata, che non ricordavo così piccina, sembra aspettarci col suo abbraccio e nei banchi duri che tante volte ho alzato, rivedo donne dai volti scavati dal tempo e chiome canute che non conoscono colori artificiali. Odo bisbigli e noto sguardi che curiosi s'insinuano tra le file. Qualche cenno, dei sorrisi fugaci, ma la mente volontaria s'estranea e ritorna al passato sui muri scrostati, agli angeli custodi dai colori sbiaditi, ai lunghi vasi di vetro brillante sotto le mani di cummare Maria che dava disposizioni a noi ragazze che l'aiutavamo. Tutto perfetto e simmetrico e seppur stretti, stretti, pieni di fiori regolari ed ordinati che dovevano durare almeno una settimana. La tovaglia candida stirata di fresco dalle mani sapienti... e mi trovo a pensare chi la stirerà ora... il calice prezioso pieno di particole che per noi avevano un che di magico. Rivedo l'Addolorata triste e rivado ai venerdì santi di un tempo ormai remoto, quando bambina non capivo perché lei madre, dovesse stare lontana dal figlio amato che solitario giaceva sotto l'altare... Mi pare d'udire nenie antiche e in sottofondo il profumo del muschio fresco scelto per il bel presepe sopra l'altare di S. Giuseppe che maestoso sembrava portare per mano quel bimbo a rivedere la sua nascita come spettatori lontani e non protagonisti di quella scena vissuta... La voce di Don Peppino mi riporta alla realtà ed assorbo parola per parola, attimo per attimo, tutta la messa. La faccio mia gonfiando il cuore di emozioni che non so descrivere. Inaspettato, poi, il regalo più bello che m'aspettavo di sentire alla processione... l'antico cantico di S. Rocco che non ascoltavo da anni e mi fa piacere che ci siano ancora signore che lo cantano, sperando che non vada perduto insieme a tanto altro. All'uscita dalla chiesa, veloce, senza salutare quasi nessuno, come a non voler rompere l'incanto, m'avvio, invece che a casa, per l'antica via che m'ha vista bambina. Un velo di malinconia m'assale, vedendo la tristezza del presente. Sembra di entrare in un altro mondo. Un mondo di fantasmi che curiosano dagli usci sbarrati ed ormai arrugginiti dal tempo. Silenzio greve che angoscia. Grigi e neri, i muri poco baciati dal sole, qualche filo d'erba che spunta agli angoli, unico segno di vita nuova... anche l'orto sembra abbandonato. Erbacce spuntano scomposte e s'affacciano sulle pietre antiche dove nelle sere d'estate, s'accendevano improvvise come stelline, le lucciole curiose d'ascoltare i nostri discorsi. Una porta, una finestra; un'altra porta, un'altra finestra, case... case chiuse, solitarie ed abbandonate che magari custodiscono dentro, l'antico mobilio, foto, ricordi senza valore che un tempo furono preziosi... la vita. Ferma, nel punto in cui ci si sedeva a chiacchierare, mi pare di udire ancora le corse e le risate di noi bambini che mai stanchi giocavamo a nascondino. Le sgridate delle mamme che spesso diventavano complici indicandoci nascondigli sicuri e per un attimo tornavano bambine insieme a noi... lo stesso cucendoci i vestiti per le bambole o insegnandoci a farlo da sole. Giochi estivi spensierati che si calmavano nei caldi pomeriggi in un rispettoso silenzio per non disturbare i genitori stanchi. Poi si ricominciava fino a tarda sera inventando cose nuove perché da bambini, anche se le cose le rifai mille volte, sono sempre diverse e quindi nuove. Sui muri mi par di sentire ancora il battere delle nostre monete. Raggranellavamo i tappi usati delle bottiglie e con pietre li ammaccavamo per farli diventare leggeri, leggeri. Il gioco consisteva nel batterli al muro e conquistarne il più possibile dai compagni, poi, alla fine, contavamo il nostro tesoro e magari, magnanimi, ne regalavamo. Ora mi pare di veder scorrere le stagioni, ognuna coi suoi profumi particolari. La primavera col profumo di zagara degli aranci in fiore dagli orti vicini, del pane caldo appena sfornato dai forni a legna, dei dolci pasquali e quella smania di voler uscire all'aperto rubando una chiacchierata veloce qua e là perché ancora fa buio presto e fa fresco...L'estate con la sua afa, il cielo terso, il canto incessante di cicale e grilli, profumo di rose e di gigli... Rivedo l'autunno col dolce imbrunire che sembra spegnere ogni vivacità, ma ci vuole operosi. Conserve per l'inverno, lavori in campagna, le botti agli angoli degli usci. La vendemmia rossa e gialla di colori, satura di profumi di mele e finocchio selvatico per lavare le botti e il profumo del mosto cotto che inebria l'aria dappertutto fino a quello più pungente in fermentazione. L'inverno con le giornate fredde e piovose che faceva perfino crescere il muschio nella strada mai battuta dal sole e noi a levarlo di continuo per non scivolare... L'odore acre di legna bruciata nei camini o del carbone sui balconi, della sansa dai frantoi e quello più buono dell'olio nuovo appena estratto... In pochi attimi rivedo scorrere una vita. Muri scrostati, scritte di bambini, vetri rotti, mi riportano ad una consapevolezza amara. Non sono le stagioni che fanno la vita. Siamo noi. Sono le persone che hanno vissuto in questa via come in altre, che l'hanno resa viva, non il tempo. Il tempo matura, ci colma, ma scorre via veloce e non aspetta nessuno. Inevitabilmente, si cambia, ma molte persone che vivevano questa via, se ne sono andate presto, molto presto, lasciando in aria tanti perché senza risposta. Nulla avviene per caso e se oggi sono qui da sola, è perché così doveva essere. Sono certa che le persone care del mio passato qui, siano tutte sedute, ora in questo momento, qui davanti a me, attorno ai nostri fuochi, o negli angoli prescelti come luoghi di relax estivo. Le rivedo una ad una ed accomuno ad ognuna ricordi cari o meno. Non sono morte. Neanche questa via è morta, perché vive ancora nei miei ricordi e spero in quelli di molti altri che vi hanno vissuto o solo per attimi, attraversata. Ci sono cose che purtroppo non si possono cambiare, ma per fortuna, Dio ci ha dato grandi doni. Sentimenti ed emozioni, i nostri sogni, il cuore, che spesso supera la ragione e ci sono doni unici e personali da vivere e capire da soli, magari come questa mia passeggiata imprevista tra i miei ricordi. Pochi e banali attimi che però sono scritti e rimarranno in un nuovo foglio del libro che è la mia vita.

(Anna Maria Chiapparo 2009)

venerdì 26 agosto 2011

La vecchia via


In mezzo alle cose "negative" della vita di paese, ce ne sono sicuramente altrettante piacevoli che rimarranno indelebili nel cuore per sempre... Tra questi, sicuramente, le vie dove siamo cresciuti. E’ incredibile il fascino delle nostre vie che sembrano teatri all’aperto dove si mettono in scena i momenti più belli, più tristi e più corali della vita di chi vi abita. Io, molte cose della mia fanciullezza le ho dimenticate, non so il perché, ma so che sono da qualche parte nell’archivio della mente e sbucheranno fuori al momento opportuno...stasera, mi vengono in mente le sere d’estate della vecchia via F. Alemanni. Una via stretta, stretta, ma rumorosa, molti anni fa...ora, ormai disabitata. E’ la via vicino alla nostra chiesetta e vicino all’antica ragioneria che ha "sfornato" tanti ragionieri. C’era un orto con un alto muro di pietre dove per la prima ed unica volta finora, in vita mia, ho visto le lucciole. Le giornate estive sembrano non finire mai, da piccoli, eppure, non saziano mai abbastanza. Fino a tardi giocavamo per i vicoli a nascondino inventando storie fantastiche e bisticci veri, ma che magari duravano il tempo di una notte. Ricordo con piacere le sere passate sotto la luce fioca del lampione assalito dai moscerini curiosi di ascoltare antichi racconti e nuovi pettegolezzi...quando la stanchezza o la noia ci assaliva, allora, anche noi bambini come i moscerini ci raccoglievamo intorno al nostro angolino ad ascoltare mentre inesorabile il tempo passava portando la notte e portando via i giorni trascinati negli anni sempre uguali. Mi rivedo ormai "grande" per i giochi, con l’uncinetto in mano fino a quando non bruciavano gli occhi, come a voler fare una gara con un invisibile antagonista...forse, perché a volte, nella mentalità ancora acerba di bambina, mi facevano piacere gli elogi delle vicine che cercavo di stupire con cose sempre nuove...senza accorgermi di essere stata inghiottita da quella mia voglia che diventava quasi una smania, sono cresciuta in silenzio e mettendo subito via i giochi da bambina... I momenti più belli di quella via resteranno sempre e comunque, i momenti condivisi aiutandoci a vicenda nei vari momenti dell’anno caratteristici come l’uccisione del maiale, che avveniva, appunto, per la strada, o la bollitura della salsa per l’inverno, la preparazione del sapone o la vendemmia. Era bello vedere in giro le botti sbucare accanto agli usci ad "imbonare", ma la cosa più bella era la cottura del mosto nelle grandi e lucenti caldaie di rame che spandeva nell’aria quel profumo inconfondibile ed unico che solo lì sembravano dare...e tutti i vicini a dar consigli in tutto e per tutto sapendo di tutti. Sembrava di vivere in una famiglia allargata su cui ci si poteva contare...ma, come nelle migliori famiglie, si finiva a volte , anche per litigare e la cosa triste e che non ci si parlava per molto tempo, anche anni, magari per fesserie ed incomprensioni. I momenti più brutti, quando veniva a mancare qualche vicino con cui si era condiviso fino ad allora...e, in quella via, sono venute meno molte persone troppo presto, ma anche questa è purtroppo una parte della grande recita che è la vita. Ci sarebbero tante cose da dire sulla mia via, tanti ricordi che portano tutti ad un solo nome: Acquaro, ma credo che la bellezza della vita sia proprio l’unicità: tutti abbiamo ricordi in comune e non, ma sono per tutti momenti rari e preziosi, perché sono personali, unici e a volte, anche se li racconti, non sai mai che effetto darai all’ascoltatore.



(Anna Maria Chiapparo)

U Scogghiu a Hjiocca (il masso della chioccia)

Dopo aver letto l'articolo “U timpuni da Hijocca” pubblicato qualche giorno fa, mi è ritornata in mente una leggenda che mi raccontava sempre mia nonna durante la mia infanzia. Questa storia, ha molte similitudini con il racconto trattato nell'articolo di cui sopra; è una storia che spesso gli adulti raccontavano ai bambini. Nel corso degli anni 80, numerose volte ho assistito al racconto insieme a miei coetanei dagli anziani del paese.

Allora eravamo bambini e lo straordinario Scogghju (masso roccioso di notevoli dimensioni) di cui vi sto per parlare, si trovava a qualche Km di distanza dal nostro paese. Caroni è una frazione del comune di Limbadi in provincia di Vibo Valentia, che conta circa 500 abitanti ed è situata a circa 250 m di altezza; per raggiungere il maestoso masso, dovevamo percorrere a piedi un bel pezzo di strada fino alla località chiamata “Petti i Bumbula”, una zona situata sel versante sud di Monte Poro (710 m), da dove più volte all'anno, in giornate chiare e nitide, la natura consente di ammirare materializzandosi in un incantevole panorama l'imponente vulcano siciliano “l'Etna”, in uno sfondo da coreografia teatrale alla cui vista è suscitata la voglia di raggiungerlo con le mani.

Ancora oggi penso a tutte le volte che abbiamo organizzato la spedizione verso il famigerato Scogghju a Hijocca (Roccia della Chioccia) e penso a tutte le volte che non siamo mai riusciti a raggiungerlo, principalmente a causa della nostra tenera età, ragione per cui ci ha impedito di percorrere il tragitto non oltre la sua metà, proprio in quel periodo della nostra infanzia.

La leggenda vuole che l'escursione allo scoglio deve soddisfare un requisito, iniziare il percorso a piedi dal proprio paese con un melograno tra le mani, che deve essere mangiato strada facendo. Colui che riesce a raggiungere lo scoglio senza aver fatto cadere per terra nemmeno un chicco di melograno, riceverà la capacità di aprire la famosa roccia e poter liberare dal suo interno, il tesoro costituito dalla famosa "Hijocca d'oru" (chioccia d'oro), dai "puricini d'oru" (pulcini d'oro) e da tanti altri oggetti preziosi.

A distanza di diversi anni, sento ancora il rammarico per non esser riuscito a vedere questo masso durante quel periodo, considerato che dalle ultime notizie che mi sono giunte (attendibili ma privi di conferma), il terreno dove era posto lo scoglio è stato soggetto a sbancamenti.

Dai racconti popolari dell'Antico Calabrese, veniamo a conoscenza che su tale scoglio, erano impresse alcune impronte dei bipedi ed una impronta di una donna, che l'antico saggio imputa appartenere alla Madonna.

Confido in chiunque possieda altre informazioni a riguardo, per conoscere ulteriori dettagli della leggenda.
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"

Paolo Barbalace

Da http://www.calabresi.net/20071213262/I-racconti-popolari/u-scogghju-a-hijocca.html


Nota: Anche mia nonna mi raccontava una storia simile su una "Hijocca" che faceva le uova d'oro... Desumo quindi che ogni paese ha cercato di maneggiare la storia ambientandola al proprio territorio e consona i propri costumi.

mercoledì 24 agosto 2011

Il barone astuto


Un tempo i grandi latifondisti, per lo più nobili, curavano dappresso i lavori nei campi e intervenivano con decisione per incrementare la produttività e far lavorare alacremente le maestranze malpagate con ogni mezzo. Vessazioni, improperi, erano all’ordine del giorno ma dopo le prime rivendicazioni sindacali, i morti e l’occupazione dei terreni incolti o abbandonati, i proprietari terrieri decisero di adottare sistemi di controllo poco invadenti per evitare che braccianti e contadini incrociassero le braccia e mandassero a monte colture e raccolti.
Uno di questi, un certo barone Stuckaz, che vantava origini austroungariche, dall’alto del suo cavallo fa cenno al massaro che pronto gli corre appresso. Giunti su un dosso, il barone, scende da cavallo, si guarda attorno con fare circospetto, e rivolgendosi al suo massaro farfuglia: “tu sei il migliore, però devi fare in modo col tuo esempio di far lavorare di più tutti. Vedi io ti stimo e come segno della mia fiducia ti ho portato un uovo, questo è un uovo fresco fresco che mi sono tolto dalla bocca per darlo a te, in segno di stima, quindi mi raccomando fai del tuo meglio e acqua in bocca! Questo deve essere un segreto tra me e te, mi raccomando!”.
Il massaro, contento per l’attestato di stima e la concretezza dimostrata dal barone corse al suo posto di lavoro e ci mise l’anima per non deluderlo.
I giorni seguenti il barone, nel consueto giro a cavallo, nelle sue terre ripete con contadini, pastori, massari, raccoglitrici la pantomima della fiducia e dell’uovo. Completato il giro e avendo coinvolto pressocchè tutti, sicuro della complicità dei beneficiati rimase qualche giorno in panciolle ma quando riprese i consueti giri di perlustrazione si accorse che nell’ultimo periodo c’era stata un po’ di rilassatezza. Allora, il barone Stuckaz, dall’alto del suo cavallo lanciò un urlo: “Attia e l’ovu, attia si dicu attia…”. Ehi tu tu dell’uovo… a questa esortazione tutti indistintamente diedero mano agli arnesi con laboriosità inusitata.

Calabrisi, testa dura!


ln Calabria esiste una favola che è l'emblema dell'ostinazione dell'uomo calabrese.
Un giorno un contadino s'incamminò per andare a Roma. Lungo la strada s'imbattè in un signore che era Gesù, il quale gli domandò:
"Dove vai?"
" A Roma. "
"E non dici: se Dio vuole?"
"Ci vado anche se Dio non vuole."
Gesù trasformò il contadino, per punizione, in ranocchio e lo fece vivere per qualche anno nello stagno li vicino. Quando il ranocchio tornò a essere uomo, riprese come se nulla fosse accaduto, il suo cammino verso Roma. S'imbattè nuovamente nel Signore dell'altra volta che gli domandò:
"Dove vai? "
" A Roma. "
'E non dici: se vuole Dio?"
"Ci vado anche se Dio non vuole."
Zac. Tornò ad essere ranocchio nel pantano.
Quando a Gesu piacque di farlo ritornare uomo, il contadino riprese, come se nulla fosse accaduto, il suo cammino verso Roma.
"Dove vai?" gli domandò il Signore che dopo poco gli capitò fra i piedi
" A Roma. "
"E non dici: se Dio vuole?"
" No, non lo dico e se non vuole lì è il pantano" ribattè pronto il contadino.

Gesù sorrise di quest'ostinazione e stavolta lo lasciò proseguire
indisturbato.




(Tratto da selliaracconta )

martedì 23 agosto 2011

Canne al vento


E rimani lì come canne al vento.
Scorrono le stagioni
e passano gli anni.
Nascono fiori e
muoiono farfalle.
Ritornano rondini all'antico nido,
forse il tempo di una primavera...
Scorre il fiume tumultuoso
che porta con se, antiche pietre.
E cambiano le case e cambiano
le voci dei bimbi per le strade.
Rintocchi di campane su facciata
imbellettata di nuovi colori che
ricordano il sole.
Idee nuove su progetti antichi
nati da sogni lontani
che sapevano solo sperare,
che facevano solo urlare
la rabbia incrostata nel cuore
come calcare che
non si poteva levare...
E rimani lì, paese stanco
come canne al vento che
sussurrano la loro canzone.
Tenace radice da zolla dura
che cresce a dismisura.
Qua e là antichi bulbi
che invadono il terreno...
Al sole germogli che s'allungano
assottigliando la vita,
ma forti di una linfa
che sa nutrire il cuore.
Passano gli anni e
passano le stagioni...
Tu lì, paese, sospeso nel vento
che agita le tue canne ormai spezzate.
Tu lì, paese, come canne al vento
che sussurrano al mondo la loro canzone.
Noi, canne disperse nel mondo,
a cercare nel vento
il sussurro di quell'antica canzone.

(Anna Maria Chiapparo)

Acquaru (Acquaro)


Acquaru d'oja, Acquaru i na vota.
Acquaru chi si gira e chi si vota.
Acquaru chi s'imbrojja,
ma sempa sa sbrojja.
Acquaru chi cerca u vola atu,
ma 'nta 'nchianata perda u jiatu.
Acquaru silenziusu e giudiziusu.
Acquaru faticusu, ma sempa maliziusu.
Acquaru d'acqui e munti circundatu,
chi mali facisti 'nto passato?
Fuarzi hai cunti chi
non pagasti e fino
a mo 'ndi portasti.
'Nte vichi silenziusi
quant'aggianti assai coriusi!
C'eranu gutti, coddari
e cummari chi fitti, fitti
ciuciuliavanu e puru... criticavanu!
Eppuru dicìanu rosari,
cu i patrinuastri 'nte mani.

Puru cìarti omani pregavanu.
A fidi 'nto Signuri è assai randa
di Poteja a chija vanda.
Magari 'nta rraggia jestimavi,
ma a dominica a missa non mancavi.
L'uamu sempa arriadu all'ultimi banchi,
i fimmani avanti tutti piatusi,
ma cull'uacchi sempa coriusi.
Fimmani i na vota chi filavanu
e chiacchiarijavanu.
Omani chi gridavanu,
ma fuarzi nenta cuntavanu.
In giru cotrari chi jocavanu
e si capita,duapu nu puacu
s'acchiappavanu.

Oh Acquaru 'nzonnijjiatu,
quandu ti rivijji di
stu suannu tantu aggitatu?
Ciarcu u ti scuardu e
nommu ti pianzu,
ma mi giri e mi rivuati
mu mi truavu sempa
ammianzu all'acquaruati.
Ti pianzu e ti vorria cancellare,
ti guardu e ti vorria amare,
ma nenta cchiù
si pò fare: u passatu è passatu
e no pò tornare.
Restanu ricuardi assai penusi
ca su cchiù scuri
e brutti di nuatti friddusi.
Restanu paruali mai ditti
ca 'nto cuari stannu stritti.
Eccu, Acquaru chi ti volìa cuntare...
Sugnu fijja tua e non mi scordare.

(Anna Maria Chiapparo 2008)

A pianta tajjata (la pianta mutilata)


Narrano i cantastorie calabresi che ci fu un tempo remoto in cui la vite era una semplice pianta ornamentale: non produceva né fiori né tanto meno frutti.
Venne la primavera e il contadino decise di tagliarla: «Questa pianta dà ombra ai seminati» disse «la ridurrò più piccola che sia possibile».
Detto fatto: il contadino la potò così energicamente che della verde pianta non rimasero che pochi rami nudi e corti.
La vite pianse e un usignolo ebbe pietà di lei: «Non piangere» disse «io canterò per te, e le stelle si muoveranno a compassione».
Volò sui poveri rami tronchi, vi si afferrò con le zampette e, giunta la notte, cominciò a cantare tanto dolcemente che la vite si sentì via via rinascere.
Per dieci notti, le note trillanti salirono verso le stelle, finché esse si commossero e fecero discendere un po' della loro forza sulla povera pianta mutilata.
Allora la vite sentì scorrere in sé una linfa nuova; i suoi nodi si gonfiarono, le sue gemme si aprirono. I primi pàmpini verdi fremettero alla brezza, e tenui riccioli verdi, i viticci, si allungarono per avvolgersi come una delicata carezza intorno alle zampine dell'uccellino.
Quando l'usignolo volò via, già gli acini del primo racimolo cominciavano a dorarsi alla luce dell'alba.
La vite era diventata una pianta fruttifera. E che pianta! Il suo frutto possedeva la forza delle stelle, la dolcezza del canto dell'usignolo, la luminosa letizia delle notti estive.
Se andrete in Calabria, vedrete queste piante: ceppo basso con grossi tralci aggrovigliati a fior di terra, tralci ricchi di verdi pàmpini.



LA BANDIERA DEL PRETE DI SAN PANTALEO DI SAN LORENZO (RC). La storia





...noi veniamo da San Lorenzo, dove anche le pietre spruzzano intelligenza…” da un comizio elettorale del 1948…

“….alla destra ergersi un colle a pan di zucchero sulla cui sommità sembra che esulti il paesetto di San Lorenzo” Alberto Mario

Il barone M. non frequentava la chiesa. Ma, per l’anniversario della morte della prima moglie, ogni anno mandava al parroco una congrua offerta da dividersi tra il celebrante e i pochi vecchiarelli che, la mattina presto, avrebbero assistito alla messa. E, ogni anno, faceva portare in canonica anche un bottiglione d’olio: “Per la lampada”, diceva la serva, e aggiungeva: “E’ di quello che usa il barone” per far intendere alla sorella del parroco che poteva utilizzarlo anche per la loro tavola, tanto ne sarebbe arrivato altro. Il barone – che possedeva migliaia di piante di olivo di ottima qualità. E non solo. La sua proprietà si estendeva dalla marina alle montagne, passando per vari paesi – continuava ad esercitare ancora tutti gli antichi privilegi, ius primae noctis compreso. Abitava in una villa grande, con nel vasto giardino intorno anche la vasca dei pesci, e aveva una servitù numerosa, comprendente anche una governante, un cuoco e alcune cameriere che, chiamate col campanello a servire il caffè agli ospiti in chicchere di porcellana, arrivavano con la crestina in testa e il grembiule bianco inamidato. Il cuoco venne mandato a cucinare in canonica il giorno che arrivò il vescovo. Era di venerdì e come se la cavò senza poter preparare carne nessuno lo ricorda più, ma la signorina T. mandò le crespelle e le polpettine di ricotta passate al forno in una salsa leggera.

Una salita tortuosa e impervia affacciata sul baratro d’una fiumara. San Pantaleo, meglio San Pantaleone: piccola frazione di San Lorenzo, isolata tanto che il fascismo ci aveva mandato dei confinati politici. Col regime aveva avuto problemi anche il fratello del barone, uno di stampo diverso: studioso e di idee socialiste. Alla fine degli anni quaranta, i paesani erano poverissimi. A parte il barone e altre tre, quattro famiglie ricchissime, che avevano o avrebbero avuto enormi case sul Corso del capoluogo e, in mano, una parte dell’economia e della politica cittadina.

All’inizio degli anni venti, era stato il parroco a tentare di organizzare i contadini contro i soprusi del barone e dei potenti. Qualcuno diceva che avesse addirittura fondato, da quelle parti, il partito comunista, qualche altro correggeva: no, quello socialista. Alcuni che, comunque, il cielo l’avesse punito lasciandolo morire di botto – “è rimasto stecchito in piazza”. Di certo pare ci fosse che: si chiamava Catanoso, aveva partecipato, da soldato, alla prima guerra mondiale, era professore di lettere. E, soprattutto, che la bandiera, rossa, bellissima, di seta finemente orlata, custodita dalla sezione del partito, che stava lì, proprio di fronte alla chiesa, era la sua.


Maria Franco

http://www.zoomsud.it/index.php?option=com_content&view=article&id=12373%3Ala-storia-la-bandiera-del-prete-di-san-pantaleo-di-san-lorenzo&catid=82%3Aprimo-piano
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lunedì 22 agosto 2011

La leggenda di Scrimbia (Vibo Valentia)





Scrimbia è una zona della città di Vibo Valentia, nei pressi del Duomo, dove sono stati rinvenuti tantissimi reperti archeologici. Una simpatica leggenda, così narra della Ninfa: “Scrimbia, era una giovane fanciulla ipponiate che non riuscendo a darsi pace per la morte del giovane amante, piangeva ininterrottamente. Gli dei, rattristati e commossi per il continuo suo piangere, la tramutarono in una sorgente di acque fresche ed abbondanti affinché abbeverasse tutta la città”.

In suo onore fu costruita una fontana di cui, rimangono solo alcuni pezzi, mal collocati in un arido muro di cemento posto su Via A. De Gasperi .

Con la Ninfa Scrimbia si apre il racconto storico scolpito da Giuseppe Niglia nel 1975, sulle porte del Tempo del Duomo della Città.

Inoltre, a lei si è ispirato l’artista locale Reginaldo D’Agostino nel realizzare la statua collocata all’interno della vasca che si trova in piazza Martiri d’Ungheria o Piazza Municipio.



Scilla e Cariddi


Sin dai tempi più remoti, lo stretto di Messina è sempre stato un luogo ricco di suggestione e di fascino che ha contribuito significativamente a creare i tanti miti ad esso connesso. La navigazione dello Stretto, infatti, ebbe nell'antichità una bruttissima fama e realmente presenta notevoli difficoltà, specialmente per le correnti rapide ed irregolari. Anche i venti vi spirano violenti e talora in conflitto tra loro. A volte, le correnti raggiungono una velocità di 9 Km. all'ora e scontrandosi danno luogo a enormi vortici che sicuramente terrorizzavano i naviganti. I più noti sono quello che gli antichi chiamarono Cariddi (colei che risucchia), che si forma davanti alla spiaggia del Faro e l'altro Scilla (colei che dilania), che si forma sulla costa calabrese da Alta Fiumara a Punto Pizzo. Questi due vortici famosi derivano dall'urto delle acque contro Punta Peloro e Punta Torre Cavallo. Cariddi è accompagnato talvolta da un rimescolarsi delle acque così violente da mettere in pericolo le piccole imbarcazioni.Tra le leggende più belle appartenenti al patrimonio culturale dell'antica Messina, la più nota è, senza dubbio, la leggenda che ricorda l'esistenza del mostro Cariddi, mitica personificazione di un vortice formato dalle acque dello stretto di Messina.

Di Cariddi si sa ben poco ed anzi vi sono anche alcune incongruenze intorno alla sua storia.
Per alcuni infatti, Cariddi era ua ninfa, figlia di Poseidone (il mare) e di Gea (la terra) ed era continuamente tormentata da una grande voracità. Si narra che avrebbe rubato e divorato i buoi di Eracle che era passato dallo Stretto coll'armento di Gerione, e che Zeus, per punirla, l'avrebbe tramutata in un orribile mostro. Alcuni autori narrano invece, che la ninfa sarebbe stata uccisa da Eracle stesso, ma poi resuscitata da suo padre Forco. In ogni caso, si sa di certo che Omero fu il primo a parlarne, dicendo che il mostro ingoiava tre volte al giorno un enorme quantità d'acqua per poi sputarla trattenendo, però, tutti gli esseri viventi che vi trovava. Anche Virgilio descrive Cariddi nel suo poema intitolato Eneide.

Sull'altra sponda, presso l'attuale città di Reggio Calabria, un tempo viveva un' altra bellissima ninfa di nome Scilla, figlia di Tifone ed Echidina (o secondo altri di Forco e di Craetis).
Scilla era solita recarsi sugli scogli di Zancle per passeggiare sulla spiaggia e fare il bagno nelle acque limpide del mar Tirreno. Una sera, in quei luoghi incontrò un dio marino che un tempo era stato un pescatore di nome Glauco. Secondo la leggenda Glauco si innamorò pazzamente della ninfa tanto da respingere per lei Circe. La maga, offesa e indispettita, decise di vendicarsi tramutandola in una creatura mostruosa. con sei teste di cani rabbiosi e ringhianti. Così Scilla andò a nascondersi presso lo stretto di Messina in un antro là dove la costa calabra si protende verso la Sicilia. Da lì seminava strage e terrore tra i naviganti che imprudentemente le passavano vicino.
Per questo motivo, nell'antichità, tutti i naviganti stavano lontani da questi luoghi, tutti tranne il mitico Ulisse che spinto dalla sua proverbiale curiosità si mise dei tappi di cera nelle orecchie e si fece legare dai suoi compagni all'albero della sua nave per non ascoltare il canto delle sirene che affollavano questi mari e per vedere in faccia i due mostri.


Un altro fenomeno notato dagli antichi era quello che, fu chiamato "Fata Morgana" che nei romanzi cavallereschi era sorella di re Artù ed allieva di Mago Merlino. L’evaporizzazione provocata dal surriscaldamento dell’acqua del mare, nelle calde giornate d’estate, produce foschie, facili a creare immagini di ombre vaganti. Furono proprio queste foschie che facevano "vedere" ai Greci, dalla costa calabra, schiere di uomini erranti sulla costa sicula e a far nascere il mito della Fata Morgana.











domenica 21 agosto 2011

Chiare, fresche, dolci acque

Acquaro, come tanti paesini dell'entroterra calabro, è circondato da colline rigogliose che nascondono preziosi tesori di boschi e paesaggi ameni che invitano il visitatore a soffermarsi e godere dei loro doni gratuiti.
Una caratteristica molto bella dei luoghi che circondano il paese, è quella dei ruscelli che scendono a valle ad affluire nel torrente Amello che divide l'abitato in due parti.
Lo senti già da lontano il gorgoglio che inciampa su grossi massi pieni di muschio e le felci di un intenso verde smeraldo attutiscono ed assaporano in pieno la linfa vitale che le avvolge ed accarezza.
Profumo di muschio, di fragoline selvatiche, di rara erba fresca che cerca un pò di sole.




Corrono irrequieti tra pini svettanti e placano dolcemente la corsa,solo vicino al mare.



(Anna Maria Chiapparo 2011)



Vecchio paese

Vecchi tetti di tegole antiche.
Vecchie mura d'argilla
che sanno ancora parlare.
Sussurrano nelle notti invernali
di lunghe e fredde storie
di antichi avi.
Sembra sentir nonne
che raccontano tante storie,
mamme che pregano dolci rosari,
bambini incantati nel freddo
di una sera gia' giunta.
Padri stanchi che comincian a russare...

vecchio paese che rimani
arroccato per non crollare.
Testardo di un tempo che fu,
coraggio di un tempo mai spento
che continua a bruciare.
E noi qui, silenziosi ad
ascoltare dolci nenie da ricordare.
(Anna)

(Anna Maria Chiapparo)

San Rocco ad Acquaro (VV)


Oggi ad Acquaro, il mio paese calabrese è la festa patronale.
Si festeggia San Rocco, un santo molto venerato in quasi tutta la Calabria e protettore di molti paesi.

Come ogni anno è uno sfavillio di luci e dappertutto c'è aria di festa.
Si addobbano le vie con le classiche luminarie e dove lo spazio non manca, come nella nostra bella piazza, ecco spuntare un bellissimo palco per l' orchestra.


Tutto sembra poco per onorare il protettore, ma il grazie più sentito sembra provenire dagli emigranti che con l'occasione ritornano dai luoghi di lavoro per riabbracciare i loro cari. Spesso rimandano apposta le loro ferie alla seconda metà d'agosto, per non mancare l'appuntamento.
Incontri, allegria, gioia, festa, musica, canti e colori, lasceranno poi, posto sempre alla nostalgia che riaffiorerà già dopo la curva del Calvario, sulla strada che porta lontano, verso il nord o anche fuori dai confini...Sembrano volare quei giorni attesi per un anno, e già si rifanno progetti, o anche no... con un pizzico di superstizione che non manca mai.

Gira per le strade, san Rocco, incontro ai suoi figli, osserva e scruta anche i cuori induriti. Li scioglie e li abbraccia col dolce sorriso. Li invita alla speranza e li richiama alla fede perchè non sia solo l'eco di un giorno o un periodo dell'anno. Fa rivivere speranze nei cuori di giovani che parlano poco e tengono tutto dentro, in un dialogo silenzioso.
Scoppi di fuochi artificiali e brusio per le strade nella calura di una domenica di fine estate che assorbe tutto fino a tarda sera. Questi ricordi dureranno un anno intero ed anche più.

Poi tutto si placa e il santo ritorna nella sua nicchia ad aspettare ancora l'abbraccio dei figli fedeli con la promessa che li veglierà sempre, ovunque essi siano.

La musica dolce spande le sue note per l'aria ormai frizzantina e tutto ritorna al pacato silenzio che avvolgerà le strade ormai svuotate e le spire del tempo accarezzeranno ancora una volta i muri scrostati e le case abbandonate...


(Anna Maria Chiapparo 2011)



(Le foto della festa di San Rocco 2011, sono state gentilmente concesse dalla sig. Carmela Rodolico)




sabato 20 agosto 2011

Quando fu il giorno della Calabria di Leonida Repaci

Quando fu il giorno della Calabria Dio si trovò in pugno 15000 kl2 di argilla verde con riflessi viola. Pensò che con quella creta si potesse modellare un paese di due milioni di abitanti al massimo. Era teso in un maschio vigore creativo il Signore, e promise a se stesso di fare un capolavoro. Si mise all’opera, e la Calabria uscì dalle sue mani più bella della California e delle Hawaii, più

bella della Costa Azzurra e degli arcipelaghi giapponesi. Diede alla Sila il pino, all’Aspromonte l’ulivo, a Reggio il bergamotto, allo Stretto il pescespada, a Scilla le sirene, a Chianalea le palafitte, a Bagnara i pergolati, a Palmi il fico, alla Pietrosa la rondine marina, a Gioia l’olio, a Cirò il vino, a Rosarno l’arancio, a Nicotera il fico d’India, a Pizzo il tonno, a Vibo il fiore, a Tiriolo le belle donne, al Mesima la quercia, al Busento la tomba del re barbaro, all’Amendolea le cicale, al Crati l’acqua lunga, allo scoglio il lichene, alla roccia l’oleastro, alle montagne il canto del pastore errante da uno stazzo all’altro, al greppo la ginestra, alle piane la vigna, alle spiagge la solitudine, all’onda il riflesso del sole. Diede a Cosenza l’Accademia, a Tropea il vescovo, a San Giovanni in Fiore il telaio a mano, a Catanzaro il damasco, ad Antonimina il fango medicante, ad Agnana la lignite, a Bivongi le acque sante, a Pazzano la pirite, a Galatro il solfato, a Villa San Giovanni la seta greggia, a Belmonte il marmo verde. Assegnò Pitagora a Crotone, Orfeo pure a Crotone, Democede pure a Crotone, Almeone pure a Crotone, Aristeo pure a Crotone, Filolao pure a Crotone, Zaleuco a Locri, Ibico a Reggio, Clearco pure a Reggio, Cassiodoro a Squillace, San Nilo a Rossano, Gioacchino da Fiore a Celico, Fra’ Barlaam a Seminara, San Francesco a Paola, Telesio a Cosenza, il Parrasio pure a Cosenza, il Gravina a Roggiano, Campanella a Stilo, Mattia Preti a Taverna, Galluppi a Tropea, Gemelli-Careri a Taurianova, Guerrisi a Cittanova, Manfroce a Palmi, Cilèa pure a Palmi, Alvaro a San Luca, Calogero a Melicuccà, Rito a Dinami. Donò a Stilo la Cattolica, a Rossano il Patirion, ancora a Rossano l’Evangeliario Purpureo, a San Marco Argentano la Torre Normanna, a Locri i Pinakes, ancora a Locri il Santuario di Persefone, a Santa Severina il Battistero a Rotonda, a Squillace il Tempio della Roccelletta, a Cosenza la Cattedrale, a Gerace pure la Cattedrale, a Crotone il Tempio di Hera Lacinia, a Mileto la zecca, pure a Mileto la Basilica della Trinità, a Santa Eufemia Lametia l’Abbaziale, a Tropea il Duomo, a San Giovanni in Fiore la Badia Florense, a Vibo la Chiesa di San Michele, a Nicotera il Castello, a Reggio il Tempio di Artemide Facellide, a Spezzano Albanese la necropoli della prima età del ferro. Poi distribuì i mesi e le stagioni alla Calabria. Per l’inverno concesse il sole, per la primavera il sole, per l’estate il sole, per l’autunno il sole. A gennaio diede la castagna, a febbraio la pignolata, a marzo la ricotta, ad aprile la focaccia con l’uovo, a maggio il pescespada, a giugno la ciliegia, a luglio il fico melanzano, ad agosto lo zibibbo, a settembre il fico d’India, a ottobre la mostarda, a novembre la noce, a dicembre l’arancia. Volle che le madri fossero tenere, le mogli coraggiose, le figlie contegnose, i figli immaginosi, gli uomini autorevoli, i vecchi rispettati, i mendicanti protetti, gl’infelici aiutati, le persone fiere leali socievoli e ospitali, le bestie amate. Volle il mare sempre viola, la rosa sbocciante a dicembre, il cielo terso, le campagne fertili, le messi pingui, l’acqua abbondante, il clima mite, il profumo delle erbe inebriante. Operate tutte queste cose nel presente e nel futuro il Signore fu preso da una dolce sonnolenza, in cui entrava il compiacimento del creatore verso il capolavoro raggiunto. Del breve sonno divino approfittò il diavolo per assegnare alla Calabria le calamità: le dominazioni, il terremoto, la malaria, il latifondo, le fiumare, le alluvioni, la peronospora, la siccità, la mosca olearia, l’analfabetismo, il punto d’onore, la gelosia, l’Onorata Società, la vendetta, l’omertà, la violenza, la falsa testimonianza, la miseria, l’emigrazione. Dopo le calamità, le necessità: la casa, la scuola, la strada, l’acqua, la luce, l’ospedale, il cimitero. Ad esse aggiunse il bisogno della giustizia, il bisogno della libertà, il bisogno della grandezza, il bisogno del nuovo, il bisogno del meglio. E, a questo punto, il diavolo si ritenne soddisfatto del suo lavoro, toccò a lui prender sonno mentre si svegliava il Signore. Quando, aperti gli occhi, potè abbracciare in tutta la sua vastità la rovina recata alla creatura prediletta , Dio scaraventò con un gesto di collera il Maligno nei profondi abissi del cielo. Poi, lentamente rasserenandosi, disse: - Questi mali e questi bisogni sono ormai scatenati e debbono seguire la loro parabola. Ma essi non impediranno alla Calabria di essere come io l’ho voluta. La sua felicità sarà raggiunta con più sudore, ecco tutto. Utta a fa juornu c’a notti è fatta -. Una notte che già contiene l’albore del giorno.

Calabria

C'è una terra che si adagia dolcemente sul mare e si fa accarezzare dalle sue onde. Si lascia cullare da nenie antiche e si ristora con dolci profumi di zagara in fiore.
La ricamano dolci colline e l'adornano boschi di faggi e pinete antichi.
Stretti sentieri ed irti pendii colmi di erica in fiore, di fichi d'india spauriti e di corbezzoli tenaci, che, frutti rossi regalano al sole.
(Anna C. 2011)