Pensieri...

La Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si è divertito a mescolarli insieme. (Guido Piovene)











«Se rinuncio ad amare la mia terra, contribuisco a distruggerla».



(Doris Lo Moro)











Chi di noi non ha mai sognato, specialmente in età adolescenziale, di scappare via dalla propria terra, dal proprio paese natìo?



Io penso sia una cosa capitata un pò tutti.



Evadere dalla solita routine, cercare cose e volti nuovi, viaggiare...è normale...



Poi, magari arriva quel tempo in cui ti soffermi a pensare e ripensare e forse t'accorgi che quello che hai trovato, seppur fondamentale, ti ha fatto perdere o lasciare indietro nel tempo, cose che credevi di odiare e non sopportare, e che poi ti stuzzicano, ti cercano, ti mancano...e che forse amavi...solo che non lo sapevi. (Anna)











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sabato 27 agosto 2011

Oro rosso (Il peperoncino)

Tutto aveva inizio già in primavera, quando mia madre cominciava a seminare i piccoli semini gialli che sembravano secchi, morti. Preparava in campagna un fazzoletto di terra morbida e ben pulita dalle erbacce e con cura preparava il suo semenzaio. Una copertura leggera, leggera di terra e poi una bella innaffiata coll'annaffiatoio dai piccoli buchini per non disperdere i semini.

Dopo qualche giorno e regolari annaffiature, pian, piano spuntavano qua e là dei gracili steli verdi, verdi con due foglioline che sembravano scalciare tra loro per avere un posticino al sole. Dopo un pò diventavano già delle belle piantine che mia madre delicatamente prendeva con la zolletta di radici e trapiantava in un altro posto preparato apposta con dei solchi per irrigare. La coltura era iniziata.
Ogni giorno vedevo crescere sempre più rigogliose le piantine che man, mano si andavano riempiendo di foglioline e poi di fiorellini che lasciavano il posto ai preziosi frutti.
Prima di un bel verde intenso e in seguito, lasciati sulla pianta, di un bel rosso sgargiante.
C'erano tanti tipi. Quelli lunghi, lunghi che erano piccantissimi e sembravano dei lunghi cornetti.

Quelli più cicciotti e quelli proprio tondi. E tutti avevano il loro grado di piccantezza! I peperoni dolci erano tutta un'altra cosa.
Quando erano al giusto punto di maturazione, li raccoglievamo e li portavamo a casa dove mia madre cominciava a fare "i riasti" (collane o ghirlande)
Questo lavoro era un classico per le strade del paese. Le donne si sedevano fuori dall'uscio o sui balconi, nelle ore più fresche con la loro bella cesta di peperoncini, ago e filo robusti, e cominciavano a creare le belle collane rosse che poi adornavano balconi e davanzali fino agli sgoccioli d'estate, quando venivano ritirati e spolverati per bene della polvere accumulata fuori.

Ricordo che i peperoncini secchi avevano un chè di particolare e curioso per noi bambini che li guardavamo con un certo timore. Sembrerà strano, ma i grandi continuavano a ripeterci di non toccarli assolutamente per evitare che le mani ci bruciassero gli occhi e quindi li guardavamo da lontano con la curiosità tipica dell'età che ogni tanto ci portava a strafare.Simpatico era poi il suono che i semini producevano all'interno di quei cornetti ormai incartapecoriti dal sole cocente. Sembravano dei piccoli sonaglini, ma era sicuramente meglio starne alla larga! D'altronde, le mamme, ben sapendo i rischi di un fastidioso contatto con i nostri occhi, ci tenevano al sicuro e preferivano maneggiarli quando non eravamo in casa o lontani dal pericolo.
La preparazione vera e propria del peperoncino era veramente antipatica. Il sole da solo non bastava, infatti, ad essiccarli poichè la pelle rimaneva ancora elastica e quindi, per evitare la muffa e togliere tutta l'umidità, necessitava di un'infornatura per renderli veramente friabili e facili da macinare.
Quando erano molti, ricordo che mia madre li infornava tutti in una volta nel forno a legna della vicina. Quante cose che abbiamo fatto in quel forno! Pane, biscotti per Pasqua, peperoncino...
Se erano pochi usavamo il forno della cucina. La casa s'impregnava quindi di quell'odore acre e fastidioso che durava anche giorni.
Molto spesso, per non farli bruciare, mia madre era solita cucirli in una sacco di tela (cirma) e dopo aver preparato il forno, li infornava per una notte, mi pare...La cottura era importante, altrimenti, il sapore bruciacchiato del peperoncino avrebbe guastato, poi, anche il sapore dei salumi che avremmo preparato.
Una volta cotti, veniva veramente il lavoro più antipatico che ci faceva starnutire a più non posso e che lasciava nelle mani il piccante che sprigionavano. La cottura faceva diventare i peperoncini ancora più micidiali!
Dovevamo togliere il picciolo e i semi, aprendoli uno ad uno per avere il bel peperoncino puro che sarebbe servito per dare sapore ai salumi più prelibati. Era una tortura per il nostro povero naso stuzzicato a dismisura.
Una volta aperti venivano macinati col vecchio tritacarne che aveva un pezzo apposta per macinare sottile. I peperoncini gracchiavano per un pò prima di cadere sotto la spirale che girava e con un ultimo sussulto, dopo la breve vita di qualche mese,ci regalavano l'oro rosso che avrebbe stuzzicato ancora, oltre che i nostri nasi, anche i nostri palati, imprigionati in saporiti e rinomati salumi.
Non si buttava nulla.I semi, una volta tolta la scorta per la prossima semina che, seppur secchi, germinavano ancora, venivano pure macinati insieme ai rimasugli e ne veniva fuori un macinato più scarso in qualità, da consumare giornalmente nelle varie pietanze.
Tutto veniva posto in barattoli di vetro ben chiusi che ne assicuravano la durata per molto tempo.



Ricordo che sentivo dire da mia madre, che in paese c'era qualcuno che lo vendeva veramente a peso d'oro agli emigranti che lo richiedevano e così pure i salumi, soprattutto la sopressata fatta con la carne più pregiata del maiale.
A pensarci bene,sembravamo formiche sempre al lavoro, ma non solo in estate.
In Calabria, chissà perchè, c'era sempre da fare qualcosa!


(Anna Maria Chiapparo 2011)












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