Pensieri...

La Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si è divertito a mescolarli insieme. (Guido Piovene)











«Se rinuncio ad amare la mia terra, contribuisco a distruggerla».



(Doris Lo Moro)











Chi di noi non ha mai sognato, specialmente in età adolescenziale, di scappare via dalla propria terra, dal proprio paese natìo?



Io penso sia una cosa capitata un pò tutti.



Evadere dalla solita routine, cercare cose e volti nuovi, viaggiare...è normale...



Poi, magari arriva quel tempo in cui ti soffermi a pensare e ripensare e forse t'accorgi che quello che hai trovato, seppur fondamentale, ti ha fatto perdere o lasciare indietro nel tempo, cose che credevi di odiare e non sopportare, e che poi ti stuzzicano, ti cercano, ti mancano...e che forse amavi...solo che non lo sapevi. (Anna)











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sabato 17 settembre 2011

Il baco da seta in Calabria

"O primu d'aprila, mettalu 'ncaddu e no dira".
Era questo un vecchio proverbio acquarese comune, fino agli anni 40-50. "Il primo di aprile, mettilo al caldo e non lo dire" era riferito all'uovo del baco da seta.

La storia vuole che la coltura del baco  fosse antichissima e nata per caso...
                        
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LA STORIA
La scoperta della seta si deve, secondo un’antica leggenda all’imperatrice cinese Xi
Ling-Shi. L’ imperatrice stava passeggiando, quando notò dei bachi. Ne sfiorò uno
con un dito e dal bruco miracolosamente spuntò un filo di seta. Man mano che il filo
fuoriusciva dal baco, l’imperatrice lo avvolgeva attorno al dito, ricavandone una sensazione
di calore.
Ella scelse quei fili e tessé un fazzolettino. Alla fine, vide un piccolo bozzolo, e
comprese improvvisamente il legame fra il baco ed il filo di seta.
Insegnò quanto aveva scoperto al popolo e la notizia si diffuse. La produzione della
seta dalla Cina si diffuse lentamente anche verso l’occidente, arrivando in Italia, in
Calabria e nelle regione meridionali intorno al X secolo forse per merito degli arabi o
dei greci di Bisanzio.Tante furono le leggende che si sono succedute
intorno alla nascita della seta in Calabria.Unico documento certo della sua diffusione
è un rogito notarile citato, quale testimonianza certa, dallo storico e studioso francese
Andrè Guillon, risalente al 1050 nel quale si legge, che fra i beni della Curia metropolitana
reggina, figura un campo di migliaia di gelsi. (..........)
IL DECLINO
La decadenza dell’arte della seta in Calabria fu determinata soprattutto dal monopolio
vessatorio che il governo aveva cominciato ad esercitare su di essa che impedì ogni
progresso, e mentre al Nord Italia la seta veniva sempre più valorizzata, al Sud invece
rimase allo stato primitivo e con metodi antiquati di lavorazione, per cui le sete calabresi
perdettero ogni pregio.
A ciò si aggiunsero altri fattori, quali il sempre più difficile allevamento del baco a
causa della carenza di manodopera, di varie epidemie e di sconvolgenti terremoti,
così che la bellissima arte della seta divenne un ricordo lontano.(....) tratto da
http://www.mpdrc.it/public/upload/17062009211019_storia_seta.pdf
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Anche nel territorio di Acquaro e dintorni, pare ci fossero un tempo, tanti alberi di gelso, soprattutto bianco, più adatto alla bachicoltura e molto probabilmente introdotti in Calabria dai Bizantini.
La povertà del tempo, che spesso sfamava le famiglie col solo lavoro delle campagne, portava le nostre antenate ad arrotondare un pò con questa coltura non molto pesante. Era infatti un lavoro che potevano fare un pò tutti con un pò di buona volontà.


Alcuni acquistavano le minuscola uova che tenevano al caldo o meglio ancora, nascoste nel petto (da qui il proverbio) per farle schiudere, altri acquistavano le larve già formate che bastava mettere in un "cannizzo" che era una specie di graticcio di canne a piani. Qui mangiavano foglie di gelso per tre volte al giorno per 5 giorni e poi s'addormentavano ingrossando a vista d'occhio. Questo periodo durava  circa  venti giorni e ad ogni risveglio, il bruco cambiava pelle. Quando smetteva di mangiare era tempo di metterlo a riposo. Si preparavano quindi dei fasci di "bruvera" (erica) o ginestra dove il baco si rinchiudeva nel suo bozzolo (cucuju)

Il baco (in dialetto calabrese ,"siricu", probabilmente  derivante da Siria), costruiva il bozzolo con la sua bava che altro non è che la seta grezza. Quando il bozzolo risultava duro al tatto, era pronto da lavorare. Chi era attrezzata al mestiere procedeva alla "scunocchiatura" che consisteva nell'immergere i bozzoli in acqua calda per uccidere il baco e poi  procedere alla fase successiva di "manganiare" cioè battere con un bastone (manganello), per allargare il filo ed acconciarlo in matasse da tessere al telaio per uso personale. Chi non voleva o non poteva farlo, aspettava l'arrivo dei "cucujiari"che erano gli acquirenti di bozzoli che avrebbero provveduto  a rivenderli alle tante filande che operavano in Calabria, e che avrebbero anche provveduto a colorarle a piacimento.


(Anna Maria Chiapparo 2011)

A "gozza"

'A "gozza" era un vaso di terracotta, piuttosto panciuto, con due manici o anse laterali ed un collo stretto, utilizzato  soprattutto per l’acqua , ma talvolta anche per il vino. I greci lo chiamavano βόμβος ed il latini bombus, da qui sicuramente ne deriverebbe il nome "bummulu", in alcuni luoghi di Calabria e Sicilia.  Il contenitore veniva ampiamente adoperato sia dai nostri antichi contadini che dalle massaie ed era particolarmente caro alle famiglie, ma, quando ancora non c’era la possibilità di mantenere l’acqua o il vino freschi, soprattutto in estate, era consuetudine ricorrere ad uno stratagemma che ancora oggi molti anziani del nostro paese ricordano. Appena "a gozza" veniva comprata e riempita di liquido, nessuno poteva avvicinarsi, o meglio era vietato alle donne di prenderla, in quanto soltanto il capofamiglia o comunque un maschio doveva accingersi ad un primo, lungo sorso dal vaso, perché così facendo l’acqua o il vino si sarebbero mantenuti per sempre freschi, anche sotto il sole

A zia Marianna e il cuculo

La leggenda popolare narra che gli antichi contadini del Sud credevano che il cuculo, ‘u cuccu conoscesse il destino di ogni uomo e fosse in grado di rivelare con il suo canto il momento del matrimonio e della morte: ogni gorgheggio corrispondeva ad un anno. Una antica leggenda popolare racconta che ‘za Marianna, una anziana signora del Pollino si rivolse allu cuccu, con una filastrocca, per sapere quanti anni gli restavano ancora da vivere. Dopo diversi ritornelli la vecchia ricevette la risposta dal cuculo con tre canti ripetuti: Cucù, cucù, cucù. Allora la donna, già in età avanzata, comprendendo che gli rimanevano soltanto tre anni di vita, consumò tutti i suoi beni ma allo scadere del terzo anno  la vecchia non morì affatto  e  si ritrovò senza nessuna cosa per sopravvivere. La poveretta, colpita dalla sfortuna ed ingannata dall’uccello fu costretta a mendicare e, mentre chiedeva l’elemosina,  ripeteva all’infinito la seguente cantilena: ‘za Marianna è arrabbiata che il cuculo l’ha ingannata. Fate l’elemosina a ‘za Marianna che il cuculo gli ha rubato gli anni .(Antonio Iannibelli)

Ad Acquaro, ricordo da piccola, che il cuculo si sentiva verso il periodo di maggio, perchè ghiotto di ciliege mature in quel periodo. Anche da noi c'era una filastrocca che si soleva cantare chiedendo il responso all'uccellino che rispondeva coi suoi cucù:

Cuccu, cuccu di Militu,
quanti anni 'nci vola u mi maritu?

Cuccu, cuccu d'uaru,
quanti anni 'nci vola pemmu muaru?

Cuculo di Mileto, quanto ci vuole perchè io mi sposi?
Cuculo d'oro, quanto ci vuole perc hè io muoia?

Ogni cucù, sembrava significasse un anno, ma come ben ci spiega la zia Marianna...non era tanto affidabile questo simpatico  "divinatore"... direi burlone!

La leggenda di Pollino

Lussureggiante, in uno sfolgorio sovrannaturale di colori, inebriato di profumi,  è il monte Pollino, quel monte  che dà il nome a tutto il massiccio del Parco Nazionale, già celebre nei secoli passati  per l’abbondanza e la varietà delle sue erbe aromatiche e medicinali e per le sue piante officinali, che crescono spontanee e preziosissime, tanto decantate per le loro virtù terapeutiche, in grado di curare la mente e il corpo.  Alcune di queste specie sono, tuttavia,  pericolose,  altre, addirittura, velenose. Forse proprio per questo motivo, ricordando la sua flora erbacea, arborea e cespugliosa, la leggenda e la storiografia antica definirono il Pollino come  “il monte di Apollo”, il guaritore, il dio medico, "colui che scaccia il male", “colui che ha il potere di scatenare o di allontanare le pestilenze”.  Apollo, come ben si sa ebbe poi un figlio, Asclepio, al dio della medicina, quale insegnò, i segreti per curare e guarire ogni malattia. Secondo altri, invece, il monte doveva chiamarsi anticamente Pellino, in memoria degli Ausoni Pellenioi, i figli del sole e del loro capostipite Ausonio, figlio di Ulisse e della maga Circe (o di Ulisse e della ninfa Calypso)

Le ninfe di Cerchiara

Le sorgenti termali calabresi vantano un'antica tradizione che si perde in curiose leggende e miti ancestrali tutti da scoprire.
Una delle sorgenti più interessanti da questo punto di vista è quella che nasce nella Grotta delle Ninfe, situata alle pendici del Monte Pollino, a Cerchiara di Calabria. Secondo la leggenda, la Grotta delle Ninfe Lusiadi era un antro segreto che nascondeva agli occhi dei mortali l'alcova della Ninfa Calipso. Altre leggende raccontano che la stessa caverna fosse la dimora delle Ninfe Lusiadi, che custodivano gelosamente il loro segreto di bellezza eterna, legato all'utilizzo delle acque sulfuree che nascono da questa sorgente termale.
Si tratta di un incantevole antro che, in alto, si apre in una fessura dalla caratteristica forma di mezzaluna, da cui di giorno si insinua la luce del sole. All'interno della suggestiva grotta calcarea, si è creata una piscina di acqua termale che si mantiene costantemente sui 30 gradi centigradi e da cui fuoriesce un ruscello che corre verso il mare, portandosi dietro il suo caratteristico odore sgradevole.. Si tratta infatti di acque sulfuree che, seppure notoriamente non dotate di un buon odore, erano già note agli antichi Sibariti per la cura delle malattie della pelle e di quelle reumatiche.
Le mitiche acque sulfuree alimentano l’omonimo complesso termale, costruito intorno alla grotta, senza intaccare la bellezza naturale del luogo.

La leggenda di Fata Morgana

Se in una calda giornata estiva, passeggiando sullo splendido lungomare reggino che D'Annunzio definì "il più bel chilometro d'Italia", vi capitasse di vedere paesi e palazzi della costa siciliana deformarsi e specchiarsi tra cielo e mare, vicini a tal punto da distinguerne gli abitanti, non dovete impressionarvi. Siete solo vittime di un incantesimo. E' la Fata Morgana, un fenomeno ottico simile a un miraggio che si può osservare dalla costa calabra quando aria e mare sono immobili. La leggenda racconta che anche Ruggero I d'Altavilla fu incantato dal sortilegio. Per indurlo a conquistare la Sicilia, con un colpo di bacchetta magica la Fata Morgana gliela fece apparire così vicina da poterla toccare con mano. Ma il re normanno, sdegnato, rifiutò di prendere l'isola con l'inganno. E così, senza l'aiuto della Fata, impiegò trent'anni per conquistarla.



Da Wikipedia
In ottica la Fata Morgana, o Fatamorgana, è una forma complessa e insolita di miraggio che si può scorgere all'interno di una stretta fascia al di sopra dell'orizzonte.[1] Il nome italiano è conosciuto anche all'estero,[2] perché si tratta di un fenomeno frequentemente osservato nello Stretto di Messina. Esso fa riferimento alla fata Morgana della mitologia celtica, che induceva nei marinai visioni di fantastici castelli in aria o in terra per attirarli e quindi condurli a morte.[3] Tale fenomeno, che può essere osservato a terra o in mare, nelle regioni polari o nei deserti, distorce enormemente l’oggetto (o gli oggetti) su cui agisce il miraggio, tanto da renderli insoliti e irriconoscibili. Può riguardare qualsiasi tipo di oggetti "distanti", come isole, coste o barche. Il soggetto è mostrato in rapida evoluzione, in posizioni diverse a quelle originarie, in una visione che può passare senza soluzione di continuità dalla compressione all'allungamento.


giovedì 15 settembre 2011

U capillaru & Co!

Girando per internet, l'occhio m'è caduto sulla foto di  questo motocarro pieno di oggetti di plastica, di un venditore ambulante. All'improvviso quanti ricordi!
Fino ad una ventina d'anni fa i supermarket non erano molti e quello che serviva per la casa si comprava quasi sempre al mercato o quando si saliva a Vibo dove c'era più scelta. A qualsiasi ora del giorno, però non mancava mai l'eco del venditore di turno che col suo furgone, motocarro o auto, non offrisse la sua mercanzia. La mattina potevamo sentire le grida  dei venditori di pesce che arrivavano da Bagnara e Pizzo e molti venditori di frutta e verdura. A dire la verità, molti, la verdura se la coltivavano da sè negli orti, ma qualcosa da comprare c'era sempre. Passavano poi, molti "marocchini" come li chiamavamo noi, con le vistose coperte caricate sulle spalle sia d'estate che d'inverno. Solo in seguito si sono attrezzati con carretti e carrozzelle da spingere, carichi di ogni ben di Dio di indubbia provenienza.C'erano  i venditori di detersivi ed ogni tanto appariva una novità che incuriosiva tutto il vicinato.
Non era raro, infatti che  ogni tanto  sbucasse fuori qualche guardingo venditore tutto elegante che lasciava l'auto da qualche parte e girava per i vicoli ad offrire la sua speciale mercanzia:oro!  Tirava fuori da valigette, catene, bracciali, orologi, interi set di posate di presunto argento massiccio, ed in poco tempo era capace d'attirare un capannello di donne curiose, ma sicuramente più scaltre di lui! Che io ricordi, mai nessuna vicina ha mai comprato nulla, per paura che si trattasse di merce rubata o piuttosto falsa.
Una o due volte l'anno arrivavano anche "i Napulitani". Loro vendevano corredo ed arrivavano con un bel furgone carico di ogni ben di Dio che avrebbe ammaliato gli occhi di qualsiasi sposina alle prime armi. Non le nostre mamme. Loro avevano l'occhio fino. Capivano subito se era roba buona o di scarsa qualità, ma qualche piccolo affare lo facevano sempre. Era uso, infatti, per chi aveva figlie femmine, preparare il corredo sin da piccole "a cincu", a "diaci", a "dudici", a "vinti", le più facoltose! Significava preparare cinque, dieci,ecc, coperte, tovaglie, asciugamani e così via. Più si poteva fare, meglio era, per non fare brutta figura con le future suocere delle figlie. Si prevedeva sempre qualche capo più prezioso e poi la roba più "giornaliera", come la chiamavamo. Molte di noi ragazze sapevamo ricamare e fare l'uncinetto e così le mamme compravano spesso delle intere pezze di "trusciu", cioè tele intere di stoffa per lenzuola e tovaglie da usare a nostro piacimento. Ricamate ed abbellite con pizzi, diventavano preziosi ed originali per ognuna. Erano i lavori di cui andare fiere davanti alle suocere col famoso: "l'ho fatto io!"
Il venditore più curioso di tutti, andando un pò indietro nel tempo, a quando ero ancora bambina, era "U capillaru". Era una strana vendita la sua perchè piuttosto usava barattare ciocche di capelli con i suoi oggetti. Allora le nonne e le mamme, ma soprattutto noi bambine, portavamo i capelli lunghi.Loro,  raccolti a crocchia intrecciata sul capo ed ogni volta che si pettinavano, qualche capello rimaneva sempre nel pettine. Non si buttava! Andava a finire in una bustina, in una scatolina, "po capillaru". Il bottino aumentava vistosamente quando a noi bambine, spuntavano le frangette o ce li  accorciavano per farli irrobustire...dicevano. Quante belle  trecce sono cadute sotto le forbici! La voce che circolava sul "capillaru" era che lui vendeva i nostri capelli per fare le parrucche, altri dicevano che servivano per le bambole. In realtà non abbiamo mai saputo dove finivano i nostri capelli!
Quando il "capillaru" arrivava, col suo motocarro stracarico, portava sempre qualche novità. Oggi diremmo che erano tutte cineserie, perchè infatti, era proprio quella merce che cominciava a varcare i nostri confini. Rigorosamente tutto di plastica. Bicchieri, colapasta, ciotole, portasapone, bidoni, secchi ecc.Lui esperto soppesava i capelli e decideva cosa dare in cambio. Le donne se erano contente dello scambio, prendevano e se ne andavano, altre curiose aspettavano di vedere lo scambio della vicina. Spesso, non erano contente del baratto e per ripicca non glieli davano aspettando di raccoglierne un pò di più per la prossima volta con la speranza di prendere qualche oggetto più utile. Il venditore cercava sempre di accontentare tutte, perchè era il suo lavoro e non voleva sicuramente tornare a mani vuote. Spesso accomodavano con l' aggiunta di poche lire per equilibrare il prezzo e tutti erano più contenti. Naturalmente, noi bambine eravamo felici quando le mamme prendevano qualcosa per noi: mollettine per i capelli, qualche giocattolino, penne per la scuola...
Anche questi momenti facevano parte della coralità paesana, come la chiamo io. Tutto il vicinato sapeva quello che si faceva, che si comprava, che si decideva...Chissà se da qualche parte esistono ancora "i capillari" coi loro motocarri stracarichi di curiosità allora... robetta, oggi...

U migranti

Quandu si parte suli, pe lavuru,
cu tant'arraggia 'nto cuari,
mentra a machina ti porta luntanu,
viarzu chiju trenu chinu i speranza,
è pe tutta a famijja doluri i panza.
Ciarchi u ti fai forte pe no giangire
davanti ai fijji ca puannu sentire.
Tantu 'ndai tiampu quandu si sulu
e arriadu a porta non truavi a nuju...
Guardandu i campagni ca scurranu
du finestrinu duni pe tuttu,
 a curpa o destinu.
Giangi e su lacrimi amari
pecchì su ricuardi assai cari.
Pianzi e non vorristi penzare,
ma sai ca tantu no pò cangiare.
'Ncunu annu, pianzi, i malavita,
luntanu da casa,da mujjiari e di fijji,
cercandu 'cunu sordu mu ti ripijji.
Appena finisci a casa i pagare,
o paisi, pianzi i tornare...
Quanta tristezza 'nta stu
viaggiu accussì luangu:
stai partiandu e già
pianzi o rituarnu.
Passanu uri e magari juarni,
u trenu si ferma e
cumincia st'avventura.
Tuttu para bellu e ordinatu,
ma sai già ca tuttu è cangiatu.
Nova vita e nuavu lavuru,
puacu a puacu ti fannu chiù sicuru,
ma u cuari è sempa chiù scuru.
Non tind'accuargi, ma cuminci
a cumpruntare chiju ca na vota,
a casa no potivi supportare.
Ora ti manca e no sai spiegare,
pecchì ora ti vena a turmentare.
Solitudine e nostalgia, chianu,
chianu diventanu na malatia,
ma no  'nda parri cu nuju mai
pecchì si calabrisi e pianzi
a figura ca ci fai.
Nui simu forti e coraggiusi
figuramundi si 'ndabbattimu
 pe sti cuasi.
O telefonu fai u prisentusu.
Ci cunti a mujjiarita ca
si capusquadra
pe no darci penziaru,
e magari no cunti nu zeru!
Suffri sulu, sulu e ti fai forte
penzandu ca a tuttu
c'è rimedio tranne ca
a mala sorte.
Ringrazi Dio ca hai lavuru,
pane e guadagnu ed ora
pua fare sparagnu.
A stanchizza no ti fa paura,
ca puru a Calabria c'era sudura.
Chista è diversa, ciartu u sai,
ma chi ci vua fare,
a vita è dura assai!
Quandu in ferie tuarni o paisi,
pianzi già a chiju chi farai...
Saluti a destra ed a manca
diciandu a tutti ca jà stai buanu.
Ti guadi chiji juarni dormiandu
a suannu chinu, tantu per ora,
non si chiù contadinu.
Pua, all'ura i ripartire sinda parra...
Tuttu ricumincia chianu, chianu,
ma armianu ora, già u sai
chiju chi t'aspetta luntanu.

Anna Maria Chiapparo (dialetto Calabrese --- acquarese- Acquaro VV)

lunedì 12 settembre 2011

La leggenda di donna Canfora


Per oltre un secolo i fratelli Arudi e Kareddin terrorizzarono le nostre riserve portandosi con gli averi gli uomini, le donne e i bambini. Anzi Kareddin addirittura sostava spesso impunemente a Tropea, dove dimorava Flavia Caetano, figlia del governatore di Reggio, a lui data in moglie. A volte per consumare con maggiore facilità le loro razzie si presentavano sulle spiagge sotto mentite spoglie di mercanti orientali.
Con questo stratagemma un giorno tentarono di rapire la leggendaria Donna Canfora sul litorale di Torre Ruffa.
Era Donna Canfora, secondo la leggenda locale, una gentildonna ricchissima, adorna delle più rare virtù e di suprema bellezza. Rimasta ancora giovane vedova, respingendo ogni offerta d'amore, volle consacrare la sua vita alla memoria dell'infelice consorte perduto.
Un giorno però la sua cameriera giunse a casa con una bella notizia: sulla spiaggia di Torre Ruffa era giunta dal lontano oriente una nave carica di stoffe di seta, di grosse gemme, di piume candide come la spuma del mare, di pelli, di tappeti rarissimi, di maioliche stupendamente dipinte. Tutti correvano giù alla marina, per ammirare tante cose belle esposte sulla nave, alle murate, agli alberi, a prora, a poppa, dovunque fra mille vivi colori.
- Sono meraviglie - diceva la cameriera a Donna Canfora, la quale aveva abbandonato l'arcolaio per ascoltarla - meraviglie che si vedono una volta sola nella vita. Andiamo, Signora; troverete laggiù le vostre amiche, chè tutte sono accorse - Su, voglio vestirvi subito subito, venite, andiamo.
Ma Donna Canfora era assai triste quel giorno e funesti presentimenti le attraversavano la mente.
Ella disse: - Stamane l'arcolaio cigolava troppo. - Che ne dici, non è questo forse un avviso del Signore?
- Ma che dite, Signora! L'arcolaio è unto da pochi giorni. E' mai possibile che cigoli?
Rispose Donna Canfora: Mi batte il cuore fortemente. Tristi sogni ho fatto questa notte e più volte mi è parso di vedere qui dinanzi a me, lui, il povero mio marito. Che succederà mai?
Prima di uscire Donna Canfora volle visitare tutta la casa, poi finalmente triste e pensosa si avviò verso il mare. Sulla riva c'era gran folla, mentre una leggera brezza gonfiava le vele di vario colore facendole scintillare al sole. Appena Donna Canfora comparve, la folla si divise in due ali facendola passare in mezzo come regina. Il Capitano della nave le andò incontro con viso sorridente e le disse: - La fama delle vostre virtù giunse fino ai lidi più lontani dell'Arabia e della Persia. Donna Canfora ringraziò e si lasciò guidare fin sulla nave. Ad un tratto, però, la ciurma, ad un cenno del comandante, cominciò a tirare l'ancora e ad issare le vele. La folla, accortasi del pericolo, lanciò grida furibonde ed imprecazioni disperate, ma già la nave libera dagli ormeggi scivolava leggera sull'acqua calmissima ed il comandante trascinava verso la sua cabina la bella Donna Canfora. Allora, vedendosi sola tra quei barbari, ella chiese di essere lasciata libera un istante per dare l'ultimo saluto alla sua casa e alla sua terra natale. Dritta sulla poppa guardò a lungo la grande distesa marina, gli amici che agitavano le braccia in un gesto disperato, la riva che si allontanava veloce e poi, sollevati gli occhi al cielo, come per chiedere perdono a tutti, si lanciò in mare gridando: <<Impara, o tiranno, che le donne di questa terra preferiscono la morte al disonore!>>. Le vesti di broccato azzurro, appesantite dall'acqua, non le diedero la possibilità di guadagnare la riva e così scomparve fra le onde senza mai più risalire. In quel posto, in memoria di Donna Canfora, le acque diventarono d'un azzurro cangiante, a volte verde smeraldo, a volte turchese striato d'oro e d'argento e il fondo si coprì di alghe, di attinie e di bellissime asterie dalle forme svariate e dai mille colori. Così quando l'eco dello sciacquio dell'onda sulla battigia si perde nella campagna, sospinta dalla brezza marina, i contadini locali raccontano ai figli la leggenda di Donna Canfora ed insegnano loro che quel monotono murmure non è altro che l'accorato lamento col quale ella saluta ancora ogni notte la sua casa e la sua terra natale.



Agostino Pantano

sabato 10 settembre 2011

Il mistero di Malamotta

Tanti anni fa, quando ero ancora una bambina, avevamo un uliveto su, nelle campagne limitrofe ad Arena (Maguli). La strada per arrivarci era uno stretto sentiero che s'arrampicava su per la collina di Malamotta e passava vicino alla famosa casetta diroccata di qualche post più sotto.
Non era tanto vicino al paese ed ogni volta era veramente una sfacchinata salire e scendere, magari carichi di sacchi di ulivi. Poi, per fortuna  lo vendemmo, ma non abbandonammo quella strada, perchè sempre su quella collina, ma più sotto, c'era l'uliveto di mio nonno. Quel sentiero, quindi, ho avuto modo di conoscerlo molto bene

Le colline di Acquaro, hanno ognuna una vegetazione caratteristica, ma la macchia mediterranea prevale sempre. Soprattutto Malamotta, che si staglia sulla piazza principale, è un tripudio di eriche, corbezzoli, ginestre e biancospini quasi ovunque. Quasi, appunto...

Addentrandosi un pò,  lasciando alle spalle la parte che si scorge dal paese, il sentiero si appiana per un pezzo. Negli anni ottanta cercarono di fare una strada da percorrere con mezzi, ma da allora, tolta molta della naturale vegetazione, vi è maggior  pericolo di allagamenti e frane verso il paese.
Nel punto dove la strada sembra più scorrevole, sulla sinistra, salendo, c'era un pezzo di territorio che ai nostri occhi sembrava un pò inquietante. Sono passati molti anni e non saprei come definirlo, ma il ricordo è ben vivo nella mia mente. Era un luogo nerastro e rossiccio insieme, con sparuti ciuffi d'erba insignificante qua e là. Si estendeva per una decina di metri e la terra, sempre dura, anche dopo molte piogge,  sembrava ricoperta da una crosta scura e liscia. Dava subito nell'occhio proprio perchè mancava del tutto la bella  vegetazione che c'era  intorno.
Per bravi geologi quel terreno sarebbe a dir poco insignificante, ma per la gente del paese aveva  un significato nascosto  tramandato nel tempo.
Ricordo mia nonna e mia madre che mi raccontavano sempre la stessa  storia scarna di notizie.
Molti anni addietro, quando, anche ad  Acquaro  c'era il brigantaggio, si narra che dei briganti si fossero nascosti su Malamotta e si fossero spartiti il bottino di un furto prezioso ed inconsueto: un crocifisso d'oro rubato in una chiesa. Da allora, su quel terreno, teatro di un simile scempio, Dio per punizione, pare non voglia più far crescere nulla.
Del resto, anche la casetta diroccata, col pino, che guardava tutto il paese, si narra che fosse un rifugio di briganti, vedendo da giù delle strane fiaccole che illuminavano la notte.
Nei miei ricordi, ascoltando quelle storie, rivedo ancora la paura con cui siamo cresciuti avvolti dall' alone di mistero che aleggiava  e che riportava echi di fantasmi e briganti cattivi (jerjiani) che giravano di notte nascosti da  lunghi mantelli neri. Per questo, la notte, soprattutto, durante i temporali, evocava cattive visioni che facevano tremare ed immaginare strane storie tramandate. Non so se il terreno sia ancora incolto. Se lo è ci sarà sicuramente una spiegazione scientifica, ma a ripensarci bene è anche bello che ogni paese abbia la sua storia e soprattutto le sue leggende.

scritto da
(Anna Maria Chiapparo 2011)

Cavalieri che sfidano il tempo

Su per tortuose colline o per strade larghe ed ormai asfaltate, li vedi spuntare di qua e di là... maestosi, alteri, complici, silenziosi, rugosi come vecchi stanchi, custodi di mille segreti. Pensierosi portatori di mille pene chiuse nel cuore. Custodi di un tempo che fu nelle mani di chi li piantò. Cavalieri del tempo che scorre e li cambia. Chiome pesanti ed argentee come canuti signori che, lenti ormai nei movimenti, sanno tanto ascoltare, tanto offrire, ancora amare... Secoli d'intemperie li hanno forgiati, scavati, corrosi, piegati, ma mai distrutti, anzi rinvigoriti. Ulivi dal frutto prezioso. Compagni d'intere giornate. Confessori di mille pensieri a tu per tu col cuore. Piangenti e tristi come noi nella pioggia; nel vento chiacchieroni di tante ciarle che arrivano lontano. Culle per passerotti curiosi. Fioriti come velo di spose. Generosi come mamme allattanti... Sono tanti gli ulivi da noi. Hanno radici lontane toccate da mani greche, hanno sfamato e riscaldato tanto. Un olivo è molto di più di quel che è: è un amico prezioso a cui ti rivolgi nella buon'annata cercando il suo aiuto. In lui speri in primavera quando lo curi scrutando i suoi fiori. In lui credi quando non ti delude e ai suoi piedi ti fa trovar i suoi tesori. Raramente delude, anche se non lo curi, ma sai che l'amicizia è una pianta che va curata, altrimenti muore... ma non muore solo per mancanza di cure, soprattutto muore per mancanza d'amore. L'olivo abbandonato a se stesso non morirà subito perché tenace e cocciuto come chi l'ha voluto e non si rassegna facilmente, spera ancora. Spera sempre in una nuova potatura che lo rinvigorisca. Aspetta fiducioso e paziente ricordando i momenti passati insieme quando sbuffavi sotto il sole o gelavi nel freddo inverno con le mani nella terra a raccogliere i suoi doni. Non ci pensi, ma ti osservava silenzioso e curioso seguiva i tuoi gesti. Tu non te ne curavi e pensavi solo ad un buon raccolto, egli, invece aspettava una carezza, un grazie, uno sguardo alle sue fronde solo a guardar le fronde, non quello che c'era dentro... Immagino gli uliveti come mondi incantati che si trasformano lontano dagli occhi umani. Mondi animati dai tanti pensieri che prendono vita e si raccontano da sè. Passando molte ore china a raccogliere, non vedevo l'ora di finire e tornare a casa al caldo, ma c'erano giorni un po' strani (o forse magici?) in cui mi estraniavo e venivo quasi rapita dal tempo che mi portava a vedere antichi avi, curvi come me a cercare le olive preziose, ma non era questo che m'incuriosiva, ma i loro vetusti pensieri. Chissà a cosa pensavano lavorando... ed io, noi? Io inseguivo i miei sogni volando nell'azzurro del cielo e parlando con pettirossi curiosi che s'avvicinavano più del dovuto. Inseguivo farfalle colorate che si sciupavano presto e desideravo essere come rondini forti, capaci di fare lunghi viaggi... Poi, improvviso, lo stormire del vento tra le foglie d'argento, mi destava. Trovavo accanto quella corteccia rugosa e dura, qua e là coperta di soffice muschio vellutato che mi faceva intristire, ma mai confondere. Era in quei momenti che mi pareva d'udire una voce cullante, portata dal vento al di là della collina,  rinfrangersi contro il dirupo assolato intento alla sua vita. Il cielo trasparente, come coltre turchina attutiva i rumori lontani e si distingueva solo il canto degli uccelli. Era la voce della natura che intendeva essere protagonista e non spettatrice, ed allora capivo che tutto ha un senso, tutto è vita. Io penso che gli ulivi, come tutte le piante, sappiano ascoltare e accarezzano il cuore come solo loro sanno fare. Capiscono i nostri silenzi e le nostre rabbie senza bisogno di parole... Noi, egoisti che lasciamo ovunque i nostri pensieri senza curarci di chi li ascolterà, andiamo lontano, torniamo, cambiamo... loro, sempre lì, pazienti cavalieri del tempo che scorre. Da lontano pon-pon sbiaditi, da vicino, silenziosi amici... Mi sembra di riveder le "terrazze" di Malamotta, ma so che tutto è cambiato... Io li ho traditi, altri li han recisi, ma so che la loro voce, flautata dal vento non morirà mai. Vivrà per sempre portata come un tam-tam infinito di chioma in chioma che supera il cielo ed io, ovunque sarò, la sentirò ogni volta che vedrò un albero di ulivo, silenzioso custode del tempo che fu, che è, e sarà.


Anna Maria Chiapparo

venerdì 2 settembre 2011

Festa di Maria della Montagna di Polsi


Si vedono le mille facce delle Calabrie. Le donne intorno dicono le parole più lusinghiere alla Madonna, perché si commuova. […] Sul banco coperto di un lino, le donne buttano gli orecchini e i braccialetti; gli uomini tornati da una fortunata migrazione le carte da cento e da più: è una montagna d’oro e di denaro che per la prima volta nessuno guarda con occhi cupidi.

La Vergine guarda sopra tutti, e i gioielli degli anni passati la coprono come un fulgido ricamo […].

Al terzo giorno di Settembre si fa la processione e si tira fuori il simulacro portatile […]

tra lo sparo dei fucili che formano non si sa che silenzio fragoroso, non si sente altro che il battito di migliaia di pugni su migliaia di petti, un rombo di umanità viva tra cui l’uomo più sgannato trema come davanti a un’armonia più alta della mente umana. Le semplici donne che non si sanno spiegare nulla, si stracciano il viso e non riescono neppure a piangere […]".

(Corrado Alvaro - descrizione della festa più animata della Calabria)

3 settembre festa della Madonna della Montagna di Polsi

Il Santuario è sorto nel cuore dell'Aspromonte a 865 metri di altezza, all'orquando, nel 1144 un pastore che cercava un torello scappatogli, lo trovò che scavava nel terreno dissotterrando una strana croce di ferro.
Inginocchiatosi, gli apparve la Madonna che gli indicò un punto dove voleva che sorgesse una chiesa per venerarla. Tutto questo verrà attuato grazie ai Monaci Basiliani che porteranno avanti la devozione alla Santa Croce
e alla Madonna cominciando a costruire il santuario che verrà rimaneggiato più volte fino all'attuale stile barocco.

La bella statua, molto pesante fu costruita a Messina in pietra siracusana, nel diciottesimo secolo.
La devozione alla Madonna della Montagna è per tutti i calabresi, soprattutto reggini, un appuntamento da non mancare. Carovane di pellegrini partono da ogni dove per raggiungere il luogo sacro. Fino a qualche anno fa, la strada era percorribile solo con mezzi pesanti come i camion che spesso partivano di notte per arrivare il giorno della festa. Anch'io un anno ci andai con mia madre, ma allora si viaggiava già coi pulman.
La cosa che mi fece molto impressione, ed è una scena che ho ancora davanti agli occhi,fu, vedere delle donne che inginocchiate, si trascinavano da fuori, fino all'altare trascinando la lingua sulla terra. Ero ancora giovane e sapevo di molti "voti" ai Santi, ma quello non l'avevo ancora visto. Ne restai un pò impressionata e mi domando ancora se i santi, Dio, la Madonna, vogliano queste cose o preferiscano meglio un atto di carità umana e fraterna.Molto spesso ci ritroviamo a compiere gesta strane tralasciando di aiutare il bisognoso che ci sta accanto.


La festa della Madonna della Montagna è comunque una delle feste più folkloristiche della Calabria. Ritrovo di gitani e pellegrini che suonano e ballano in continuazione, sembra una festa di altri luoghi, invece anche questa è Calabria.




Anna Maria Chiapparo

Malamotta


Malamotta è presente da sempre nel mio passato..."sono cresciuta" con questa collina...chissà quante volte l'avrò percorsa, o meglio scalata... La strada non era bella, né facile prima che facessero quella spianata che s'intravede dalla piazza. Noi facevamo quel sentiero stretto e scosceso che passava sotto le grandi querce che mi sembra esistano ancora.

Io bambina, amavo correre avanti per poi fermarmi ad aspettare i miei seduta sotto le querce ad osservare il paese da lassù e lo paragonavo ad un grande presepe silenzioso. Vedevo la lunga scia grigia che tagliava il paese e si snodava verso Manetta...la strada...che speravo un giorno m'avrebbe portata lontano da lì...sognavo posti più belli, più vivi.

Ricordo il freddo pungente dell'autunno avanzato che annunciava l'inverno e il vento che soffiava forte come a volermi spingere giù. Il profumo della primavera col canto degli uccelli curiosi che s'insinuavano dappertutto senza paura e il bianco bellissimo del biancospino che pungeva...

i fiori delicati cadevano dolcemente al solo tocco ed allora rinunciavo a raccoglierli accontentandomi di guardarli da lontano come facevo coi fiori di pesco che coloravano la collina disseminati qua e là. Quanti mazzolini di violette avrò raccolto... Il pino solitario che mi faceva sognare il mare (chissà perché), forse perché da noi se ne vedono pochi...

Lo ricordo da sempre vicino alla casetta diroccata piena di rovi e di scarabocchi sui muri fatti dai monelli.

Ogni volta che vi passavo vicino, mi piaceva immaginare chi l'aveva abitata e la vita che vi conducevano, come faccio ancora oggi vedendo palazzi antichi di nobili ormai abbandonati all'incuria del tempo e dell'uomo. A volte mi sembra di sentire un vocio sommesso di nenie lontane, di bambini festosi e d'antichi rosari latini... Ricordo vivamente il grosso incendio che ci mise paura per giorni. Le alte fiamme coloravano il cielo di un rosso spaventoso che inquietava...il vecchio tronco del pino arse per tutta la notte e ricordo ancora il tonfo pauroso che udimmo al mattino presto quando cessò di esistere la vecchia leggenda... E la magia della neve... Quando abbiamo cambiato casa, Malamotta era sempre davanti ai miei occhi. Su quella collina vedevo il cambiare delle stagioni.

Sulle nuvole che la sfioravano, sognavo mondi lontani portati dal vento. Da un balcone m'affacciavo verso il mondo col potente mezzo della fantasia...dietro, alle spalle, quattro mura di prigionia che oggi diventano nostalgia.



(Scritto da Anna Maria Chiapparo)

N.B. Le immagini non sono del luogo. Sono prelevate da internet secondo la mia fantasia per meglio descrivere il ricordo e il posto. Solo quella panoramica è reale ed è tratta dal sito della pro loco di Acquaro.

Dolci colline


Corre la mente leggera tra colline addolcite di eriche fiorite. Qua e là qualche biancospino storto che vuole sfoggiare le sue chiome. Rari rami di pesco e ciliegio in fiore.
La dolce primavera delle mie colline era un qualcosa di speciale che nessun pittore avrebbe saputo eguagliare.

C’erano giorni così belli in cui l’aria sembrava veramente sospesa tra cielo e terra, in un moto irreale che non si può descrivere.
Anche le rondini sembravano avere un che, di diverso in quei giorni ed il vento sussurrava una dolce melodia che toccava il cuore. Ovunque permeava il profumo delicato dell’erica selvatica che sembrava innevare tutto coi suoi rigogliosi ciuffi.
Gli ulivi secolari, sembravano stanchi ed assonnati come vecchi vissuti, ma la loro vita sfavillava nelle chiome d’argento, coronate di candido nevischio che faceva presupporre sempre un felice raccolto. Non deludevano quasi mai, tranne rare stagioni smorzate dalla calura estiva che rovinava le aspettative.


C’era una collina, in particolare, che era la finestra delle mie stagioni. Lì, ci sono cresciuta. M’abbarbicavo per i suoi pendii ed ogni volta scoprivo angolini di piccoli paradisi, nascosti all’occhio umano e che facevo miei. L’autunno era la mia stagione preferita, ma la primavera era sempre un sogno da cui non avrei voluto svegliarmi.
Ora trovavo un nido caduto, poi un raro fiore mai visto prima, una pianta selvatica che mi ricordava l’usanza dell’Ascensione, un insetto nuovo che armeggiava con rametti strambi, un uccellino tutto grigio che non conoscevo…le mie amate viole

che sembravano chiamarmi col loro profumo. Molto spesso evitavo di raccoglierle per non sciuparle ed ogni mattina, passavo a salutarle finchè non le vedevo tutte scolorite. Avevano finito la loro vita, ne rinasceva spesso qualcuna, ancora curiosa di far capolino al sole.
Le ginestre,

poi, sembravano regine con corone di sole. Svettavano solitarie tra il bianco delle eriche e catturavano lo sguardo con quel giallo intenso che ammaliava pure le api golose. E non di rado capitava di trovare qualche fragolina selvatica nascosta nei luoghi più impensati.


Il ruscello

era il posto magico per eccellenza. Lì vi era un mondo a sè, dove la vita era un brusio continuo di insetti indaffarati, di lucertole curiose, di libellule dorate e colorate,

di ranocchie che guizzavano al minimo rumore e numerosi girini sempre in movimento.
Ogni tanto qualche biscia sgusciava veloce facendomi sussultare.
Adoravo il verde rigoglioso delle rive.
Mentre su, in alto, dove batteva il sole,l’aria dava un alone romantico e diffuso di leggerezza, nella brezza del vento profumato, giù era tutto più frenetico. Si toccava, proprio la nuova vita sul nascere, il risveglio della natura in tutti i sensi con lo sbocciare dei nuovi fiori ogni mattina, dei girini che crescevano giorno per giorno, delle lucertoline più numerose.

Il gorgoglio dell’acqua argentina e quel verde! Un verde meraviglioso e vivo che può esistere solo in natura e che penso, mai nessuna mano d’uomo potrà creare.


Era e, sono sicura, è, sempre una dolce primavera, sulla mia collina. Cambieranno le strade, i viottoli, taglieranno gli alberi, abbelliriranno posti, stravolgeranno qualcosa, ma i miei piccoli paradisi, nascosti tra le fronde di rami secchi, tra l’erba fresca, sulle rive del ruscelletto, su, per i pendii…quelli, non cambieranno mai.


Siamo noi che cambiamo e magari non ci fermiamo più ad osservare con gli occhi di un tempo, la dolce primavera che ci regala sempre tanti doni.



(Anna Maria Chiapparo)

Ricordi di scuola

Rivado indietro nel tempo quando il cielo delle mie primavere era sempre azzurro e l'aria  frizzantina ci stuzzicava con  la smania di uscire, di correre all'aperto per i vicoli del quartiere sempre affollato.
Corse e nascondini fino a sera quando l’aria diventava dolce all’improvviso e ci faceva crollare di stanchezza.
La mattina, poi, a scuola, non era mai un peso. Anche lì era bello stare e non ci si annoiava mai col nostro maestro.
Sapeva come prenderci e nelle belle giornate di primavera non mancava mai una  passeggiata al campo sportivo.
Non distava molto dalla scuola. Pochi metri e c’eravamo già, ma per noi era pur sempre una passeggiata. Il campo non era altro che una  distesa di terra battuta con qualche ciuffo d’erba qua e là e molte buche ai lati dove spesso ristagnava l’acqua piovana, ma per noi bimbi era un posto splendido dove far volare le nostre fantasie.
Quante corse intorno a quelle  porte sfondate! Il maestro tornava bambino insieme a noi e non sembrava mai stanco quando inventava giochi e formava le squadre per la partita di “palla prigioniera”.
Quando s’alzava un pò di vento ecco allora la magia più bella: portava con sè l’aquilone che aveva costruito con pazienza e si divertiva con noi a farlo volteggiare sapiente.  Le lunghe code colorate sventolavano birichine e curiose per poi diventare fiere e tirate, su, a sfidare il vento come a dirgli che, anche se  di semplice e fragile carta velina, non avevano paura di nulla!
Quant’allegria c’era in noi in quei momenti. Non guardava mai l’orologio, anche perchè allora non dovevamo temere il cambio dell’ora di lezione. Capitava spesso che passassimo intere giornate lì all’aria aperta.
Tornavamo in classe stanchi, ma sempre felici e con qualcosa in più.


(Anna Maria Chiapparo)

giovedì 1 settembre 2011

Semplicemente Calabria

Tanti anni fa non ci conoscevano o forse facevano finta di non conoscerci. Spuntarono frotte di briganti e diventammo terra di briganti
Eravamo ignoranti in tante cose e ci chiamarono terra d'ignoranti e zoticoni con la testa dura.
Poi arrivò da lontano l'eco americana e qualcuno cominciò a partire per terre sconosciute. America, Argentina, Australia. Lunghi e pericolosi viaggi in balia di onde e di navi sovraccariche di disperati in cerca di fortuna. Prima soli, poi con le famiglie al seguito.
Erano anni di tristezza e di miseria e ci chiamarono popolo di "migranti". Arrivarono gli anni 50-60 e la migrazione cambiò rotta verso Germania, Svizzera,Belgio, Francia e nord Italia. Le stazioni erano affollate di giovani solitari con la solita valigia di cartone e di famiglie cariche di bambini e fagotti pesanti.Pochi vecchi lasciati a custodire gli antichi ricordi nei paesi svuotati. Eravamo diventati "meridionali".
E' stato difficile ambientarsi. Trovare ospitalità , lavoro e case in affitto.
Poi qualcuno ha visto in noi tanta buona mano d'opera a poco prezzo ed è successo il miracolo. Siamo diventati operai di fabbriche, manovali, carpentieri, facchini, contadini costretti a lavorare in campi enormi lontani dalle proprie terre e siamo diventati " terroni".
I primi agi, le prime vacanze ritornando giù a trovare i propri cari e ritornare su carichi di ogni ben di Dio, della terra e della fatica per fare qualche regalo agli amici del nord, quelli tutti bianchi, bianchi che osano sfacciatamente chiamarci terroni perchè tanto non ci offendiamo. Soppressate,
olio buono, vino novello, le cipolle di Tropea, l'origano profumato, arance e mandarini per tenere buono il capo, pensando di accaparrare un pò più di benevolenza. I sapori e i profumi della nostra terra arrivano su e varcano pure i confini.
Diventiamo la terra del peperoncino e delle soppressate. Del capicollo e del bergamotto.
Dei dolci tipici.
Il salario fisso permette i primi acquisti extra. Il primo televisore, il frigorifero, il forno a gas, la prima automobile! Sarà bellissimo ritornare in vacanza al paesello con la macchina! Immaginiamo già il volto dei cugini, dei parenti invidiosi, le lacrime di commozione degli anziani genitori.
E si potrà pure andare al mare e ritornare su, al nord abbronzati come veri terroni, ma stavolta sotto un sole piacevole e non di fatica.
Viaggiano molto pure le cartoline e i nostri ridenti paesini con le belle spiagge e i boschi rigogliosi cominciano a stuzzicare le fantasie dei nordici che stufi dei lunghi e rigidi inverni, cominciano a sognare spiagge assolate e sapori sconosciuti. E' la Calabria turistica che sa di salsedine dei suoi mari e di resina della Sila e dell'Aspromonte.
Non siamo più solo "migranti,meridionali e terroni".Le bellezze della nostra terra cominciano a varcare tutti i confini e chiedono posto d'onore come tante altre. Poi un giorno, ignari pescatori tirano su dal mare qualcosa di veramente pesante.Che sarà mai questa pesca tanto strana? E' l'era dei bronzi di Riace
Dici Bronzi, dici Calabria. Dici Aspromonte e non dici Madonna della montagna, ma senti "'ndrangheta".
Quante cose per dire Calabria.E non sarebbe ancora finita.Dici liquirizia, cedro, boschi, spiagge, cultura...E se dicessimo Calabresi o semplicemente: Calabria?!
(Scritto da Anna Maria Chiapparo)