Pensieri...

La Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si è divertito a mescolarli insieme. (Guido Piovene)











«Se rinuncio ad amare la mia terra, contribuisco a distruggerla».



(Doris Lo Moro)











Chi di noi non ha mai sognato, specialmente in età adolescenziale, di scappare via dalla propria terra, dal proprio paese natìo?



Io penso sia una cosa capitata un pò tutti.



Evadere dalla solita routine, cercare cose e volti nuovi, viaggiare...è normale...



Poi, magari arriva quel tempo in cui ti soffermi a pensare e ripensare e forse t'accorgi che quello che hai trovato, seppur fondamentale, ti ha fatto perdere o lasciare indietro nel tempo, cose che credevi di odiare e non sopportare, e che poi ti stuzzicano, ti cercano, ti mancano...e che forse amavi...solo che non lo sapevi. (Anna)











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lunedì 12 settembre 2011

La leggenda di donna Canfora


Per oltre un secolo i fratelli Arudi e Kareddin terrorizzarono le nostre riserve portandosi con gli averi gli uomini, le donne e i bambini. Anzi Kareddin addirittura sostava spesso impunemente a Tropea, dove dimorava Flavia Caetano, figlia del governatore di Reggio, a lui data in moglie. A volte per consumare con maggiore facilità le loro razzie si presentavano sulle spiagge sotto mentite spoglie di mercanti orientali.
Con questo stratagemma un giorno tentarono di rapire la leggendaria Donna Canfora sul litorale di Torre Ruffa.
Era Donna Canfora, secondo la leggenda locale, una gentildonna ricchissima, adorna delle più rare virtù e di suprema bellezza. Rimasta ancora giovane vedova, respingendo ogni offerta d'amore, volle consacrare la sua vita alla memoria dell'infelice consorte perduto.
Un giorno però la sua cameriera giunse a casa con una bella notizia: sulla spiaggia di Torre Ruffa era giunta dal lontano oriente una nave carica di stoffe di seta, di grosse gemme, di piume candide come la spuma del mare, di pelli, di tappeti rarissimi, di maioliche stupendamente dipinte. Tutti correvano giù alla marina, per ammirare tante cose belle esposte sulla nave, alle murate, agli alberi, a prora, a poppa, dovunque fra mille vivi colori.
- Sono meraviglie - diceva la cameriera a Donna Canfora, la quale aveva abbandonato l'arcolaio per ascoltarla - meraviglie che si vedono una volta sola nella vita. Andiamo, Signora; troverete laggiù le vostre amiche, chè tutte sono accorse - Su, voglio vestirvi subito subito, venite, andiamo.
Ma Donna Canfora era assai triste quel giorno e funesti presentimenti le attraversavano la mente.
Ella disse: - Stamane l'arcolaio cigolava troppo. - Che ne dici, non è questo forse un avviso del Signore?
- Ma che dite, Signora! L'arcolaio è unto da pochi giorni. E' mai possibile che cigoli?
Rispose Donna Canfora: Mi batte il cuore fortemente. Tristi sogni ho fatto questa notte e più volte mi è parso di vedere qui dinanzi a me, lui, il povero mio marito. Che succederà mai?
Prima di uscire Donna Canfora volle visitare tutta la casa, poi finalmente triste e pensosa si avviò verso il mare. Sulla riva c'era gran folla, mentre una leggera brezza gonfiava le vele di vario colore facendole scintillare al sole. Appena Donna Canfora comparve, la folla si divise in due ali facendola passare in mezzo come regina. Il Capitano della nave le andò incontro con viso sorridente e le disse: - La fama delle vostre virtù giunse fino ai lidi più lontani dell'Arabia e della Persia. Donna Canfora ringraziò e si lasciò guidare fin sulla nave. Ad un tratto, però, la ciurma, ad un cenno del comandante, cominciò a tirare l'ancora e ad issare le vele. La folla, accortasi del pericolo, lanciò grida furibonde ed imprecazioni disperate, ma già la nave libera dagli ormeggi scivolava leggera sull'acqua calmissima ed il comandante trascinava verso la sua cabina la bella Donna Canfora. Allora, vedendosi sola tra quei barbari, ella chiese di essere lasciata libera un istante per dare l'ultimo saluto alla sua casa e alla sua terra natale. Dritta sulla poppa guardò a lungo la grande distesa marina, gli amici che agitavano le braccia in un gesto disperato, la riva che si allontanava veloce e poi, sollevati gli occhi al cielo, come per chiedere perdono a tutti, si lanciò in mare gridando: <<Impara, o tiranno, che le donne di questa terra preferiscono la morte al disonore!>>. Le vesti di broccato azzurro, appesantite dall'acqua, non le diedero la possibilità di guadagnare la riva e così scomparve fra le onde senza mai più risalire. In quel posto, in memoria di Donna Canfora, le acque diventarono d'un azzurro cangiante, a volte verde smeraldo, a volte turchese striato d'oro e d'argento e il fondo si coprì di alghe, di attinie e di bellissime asterie dalle forme svariate e dai mille colori. Così quando l'eco dello sciacquio dell'onda sulla battigia si perde nella campagna, sospinta dalla brezza marina, i contadini locali raccontano ai figli la leggenda di Donna Canfora ed insegnano loro che quel monotono murmure non è altro che l'accorato lamento col quale ella saluta ancora ogni notte la sua casa e la sua terra natale.



Agostino Pantano

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