Pensieri...

La Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si è divertito a mescolarli insieme. (Guido Piovene)











«Se rinuncio ad amare la mia terra, contribuisco a distruggerla».



(Doris Lo Moro)











Chi di noi non ha mai sognato, specialmente in età adolescenziale, di scappare via dalla propria terra, dal proprio paese natìo?



Io penso sia una cosa capitata un pò tutti.



Evadere dalla solita routine, cercare cose e volti nuovi, viaggiare...è normale...



Poi, magari arriva quel tempo in cui ti soffermi a pensare e ripensare e forse t'accorgi che quello che hai trovato, seppur fondamentale, ti ha fatto perdere o lasciare indietro nel tempo, cose che credevi di odiare e non sopportare, e che poi ti stuzzicano, ti cercano, ti mancano...e che forse amavi...solo che non lo sapevi. (Anna)











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sabato 17 settembre 2011

Il baco da seta in Calabria

"O primu d'aprila, mettalu 'ncaddu e no dira".
Era questo un vecchio proverbio acquarese comune, fino agli anni 40-50. "Il primo di aprile, mettilo al caldo e non lo dire" era riferito all'uovo del baco da seta.

La storia vuole che la coltura del baco  fosse antichissima e nata per caso...
                        
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LA STORIA
La scoperta della seta si deve, secondo un’antica leggenda all’imperatrice cinese Xi
Ling-Shi. L’ imperatrice stava passeggiando, quando notò dei bachi. Ne sfiorò uno
con un dito e dal bruco miracolosamente spuntò un filo di seta. Man mano che il filo
fuoriusciva dal baco, l’imperatrice lo avvolgeva attorno al dito, ricavandone una sensazione
di calore.
Ella scelse quei fili e tessé un fazzolettino. Alla fine, vide un piccolo bozzolo, e
comprese improvvisamente il legame fra il baco ed il filo di seta.
Insegnò quanto aveva scoperto al popolo e la notizia si diffuse. La produzione della
seta dalla Cina si diffuse lentamente anche verso l’occidente, arrivando in Italia, in
Calabria e nelle regione meridionali intorno al X secolo forse per merito degli arabi o
dei greci di Bisanzio.Tante furono le leggende che si sono succedute
intorno alla nascita della seta in Calabria.Unico documento certo della sua diffusione
è un rogito notarile citato, quale testimonianza certa, dallo storico e studioso francese
Andrè Guillon, risalente al 1050 nel quale si legge, che fra i beni della Curia metropolitana
reggina, figura un campo di migliaia di gelsi. (..........)
IL DECLINO
La decadenza dell’arte della seta in Calabria fu determinata soprattutto dal monopolio
vessatorio che il governo aveva cominciato ad esercitare su di essa che impedì ogni
progresso, e mentre al Nord Italia la seta veniva sempre più valorizzata, al Sud invece
rimase allo stato primitivo e con metodi antiquati di lavorazione, per cui le sete calabresi
perdettero ogni pregio.
A ciò si aggiunsero altri fattori, quali il sempre più difficile allevamento del baco a
causa della carenza di manodopera, di varie epidemie e di sconvolgenti terremoti,
così che la bellissima arte della seta divenne un ricordo lontano.(....) tratto da
http://www.mpdrc.it/public/upload/17062009211019_storia_seta.pdf
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Anche nel territorio di Acquaro e dintorni, pare ci fossero un tempo, tanti alberi di gelso, soprattutto bianco, più adatto alla bachicoltura e molto probabilmente introdotti in Calabria dai Bizantini.
La povertà del tempo, che spesso sfamava le famiglie col solo lavoro delle campagne, portava le nostre antenate ad arrotondare un pò con questa coltura non molto pesante. Era infatti un lavoro che potevano fare un pò tutti con un pò di buona volontà.


Alcuni acquistavano le minuscola uova che tenevano al caldo o meglio ancora, nascoste nel petto (da qui il proverbio) per farle schiudere, altri acquistavano le larve già formate che bastava mettere in un "cannizzo" che era una specie di graticcio di canne a piani. Qui mangiavano foglie di gelso per tre volte al giorno per 5 giorni e poi s'addormentavano ingrossando a vista d'occhio. Questo periodo durava  circa  venti giorni e ad ogni risveglio, il bruco cambiava pelle. Quando smetteva di mangiare era tempo di metterlo a riposo. Si preparavano quindi dei fasci di "bruvera" (erica) o ginestra dove il baco si rinchiudeva nel suo bozzolo (cucuju)

Il baco (in dialetto calabrese ,"siricu", probabilmente  derivante da Siria), costruiva il bozzolo con la sua bava che altro non è che la seta grezza. Quando il bozzolo risultava duro al tatto, era pronto da lavorare. Chi era attrezzata al mestiere procedeva alla "scunocchiatura" che consisteva nell'immergere i bozzoli in acqua calda per uccidere il baco e poi  procedere alla fase successiva di "manganiare" cioè battere con un bastone (manganello), per allargare il filo ed acconciarlo in matasse da tessere al telaio per uso personale. Chi non voleva o non poteva farlo, aspettava l'arrivo dei "cucujiari"che erano gli acquirenti di bozzoli che avrebbero provveduto  a rivenderli alle tante filande che operavano in Calabria, e che avrebbero anche provveduto a colorarle a piacimento.


(Anna Maria Chiapparo 2011)

2 commenti:

  1. E' veramente interessante tutto quello che avete esposto.Credo che tutti i calabresi dovrebbero sapere almeno un quarto delle cose che si producevano in calabria.Complimenti ancora, vi auguro un buon lavoro e un pizzico di fortuna che non guasta mai, e un buon natale e auguri di buone feste a tutti i calabresi.Mi chiamo Domenico Campilongo, sono di Castrovillari, di nuovo ciao.

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    1. Grazie e benvenuto tra queste pagine.

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Se ti va lasciami un saluto. Mi farà piacere sapere che sei passato di qua e ti sei soffermato. Grazie