Pensieri...

La Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si è divertito a mescolarli insieme. (Guido Piovene)











«Se rinuncio ad amare la mia terra, contribuisco a distruggerla».



(Doris Lo Moro)











Chi di noi non ha mai sognato, specialmente in età adolescenziale, di scappare via dalla propria terra, dal proprio paese natìo?



Io penso sia una cosa capitata un pò tutti.



Evadere dalla solita routine, cercare cose e volti nuovi, viaggiare...è normale...



Poi, magari arriva quel tempo in cui ti soffermi a pensare e ripensare e forse t'accorgi che quello che hai trovato, seppur fondamentale, ti ha fatto perdere o lasciare indietro nel tempo, cose che credevi di odiare e non sopportare, e che poi ti stuzzicano, ti cercano, ti mancano...e che forse amavi...solo che non lo sapevi. (Anna)











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lunedì 10 ottobre 2011

Profumo amaro di gelsomino

Tra i tanti profumi della Calabria non possiamo non ricordare il profumo del gelsomino. Un'intero  tratto di costa, quella che va da Capo spartivento a Capo Bruzzano, porta prorio il nome di Costa o Riviera dei Gelsomini per la gran quantità di piante presenti in passato. Il fiore del gelsomino fu introdotto in Calabria verso il 1920 e qui, trovò clima molto favorevole allo sviluppo. L'idea venne all'industria delle essenze di Reggio Calabria che spediva  il  prodotto semilavorato in Francia per creare profumi.La povertà del tempo trovò subito buona manodopera nelle ragazze e donne dell'epoca che per racimolare qualcosa per la famiglia, lavoravano dapprima notti intere chine a raccogliere i minuscoli fiorellini stellati, poi dalle prime ore dell'alba fino al sorgere del sole che altrimenti avrebbe ossidato il bianco del fiore. Non di rado venivano impiegate anche bambine alla raccolta.
Raccoglitrici di gelsomino anno 1926
Per raccogliere, le donne indossavano dei grembiuloni con una grande tasca cucita davanti che una volta riempita veniva svuotata nelle ceste di canna. Le grosse ceste, dopo pesate per decidere la paga,  che infatti era a peso, venivano poi trasportate con carretti alla "fabbrica", dove lavoravano gli uomini.

lavoratori a Milazzo
Qui i fiori venivano pestati e macinati fino a formare una poltiglia giallastra e intensamente profumata  che veniva quindi spedita in Francia, soprattutto nella cittadina di Grasse dove si provvedeva alla  distillazione per farne profumi.
A raccontarla così sembrerebbe una storia quasi romantica che sa di profumo d'altri tempi, ma come tutte le storie che parlano di sudore e soprattutto di sudore di madri di famiglia, anche questa ha i suoi lati negativi rimasti nella storia.
Era come tanti altri, un lavoro sottopagato e sfruttato. Le raccoglitrici lavoravano scalze e molto spesso si portavano dietro i neonati caricati sulle spalle o addormentati nelle ceste accanto a loro. I più grandicelli aiutavano la mamma a raccogliere il prezioso e delicato fiore perchè leggerissimo, ce ne volevano tanti a riempire una cesta che veniva pagata poche lire.
Si sa di una paga di 25 lire al kg e per fare un kg, di fiori ce ne volevano circa 10.000.
Poi venne una svolta col primo sciopero indetto dalle raccoglitrici di Milazzo, in Sicilia che per prime incrociarono le braccia e per protesta calpestarono i fiori raccolti. Fu l'inizio di uno scipero che durò 9 giorni e vide in piazza quelle donne maltrattate e sfruttate, stanche di continue soverchierie...

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Dal web:


«A un certo punto venne indetto un colossale sciopero. A scioperare per prime furono le raccoglitrici di gelsomino della piana di Milazzo. Durò ben nove giorni e a proclamarlo fu Tindaro La Rosa della Cgil, nell' agosto del 1946. Le gelsominaie si interessarono anche al destino di altre lavoratrici sfruttate, le loro gesta si diffusero per tutta l' isola, molte di loro conobbero la cella. Ma queste donne continuarono a difendersi e a difendere, consapevoli di essere parte e rappresentanza di una categoria, e lo sciopero proseguì, si estese a macchia d' olio e coinvolse le impiegate che si occupavano dei semenzai di Mazzarrà Sant' Andrea, le cavatrici di agrumi di Barcellona di Sicilia, le incartatrici di Capo d' Orlando, le salatrici di sarde di Sant' Agata, le portatrici di argilla di Santo Stefano di Camastra, le raccoglitrici di olive dei monti Nebrodi e delle Madonie. Superò perfino lo Stretto, tracciando un' inquietante mappa del lavoro nero femminile....."

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Dal web:

«Ma un giorno le raccoglitrici incrociarono le braccia e fecero cadere a terra il gelsomino delicato, che il sole appassì e fece nero», così avrebbe narrato Vincenzo Consolo in suo libro di qualche anno fa. A coordinare le rivendicazioni delle agguerrite gelsominaie - alcune di loro conobbero la camera di sicurezza - fu il comunista milazzese Tindaro La Rosa (1924-2003), che nel 1946 organizzò il primo sciopero. Sino ad allora ciascuna donna percepiva per ogni chilogrammo di fiore raccolto, quantitativo corrispondente ad oltre 6.000 gelsomini, appena 25 lire: non bastavano nemmeno a compensare il costo di un chilo di pane. La raccolta era dura e faticosa ed iniziava nella notte per continuare sino alle prime luci dell’alba. Non tutte riuscivano però a farcela, qualcuna spesso sveniva.

Grazie all’opera energica e battagliera del sindacalista La Rosa, il salario riuscì a lievitare sino alle 50 lire al kg. Il successo valse allo stesso La Rosa una bella bicicletta, offertagli in dono dalle gelsominaie. Fu il primo di una lunga serie di scioperi che attirarono l’attenzione della stampa nazionale ed estera e che continuarono periodicamente sino agli anni Sessanta, quando il numero delle raccoglitrici ascendeva a circa 2.500 unità.

Tra le diverse battaglie di queste ardite lavoratrici si ricordano quella del 1950 per l’introduzione della bilancia automatica (tara fissa), le agitazioni rivolte ad ottenere in dotazione stivali e grembiuli ed ancora quelle che miravano ad escludere i bambini dal lavoro di raccolta.

«Quando scendevano in sciopero - avrebbe raccontato anni dopo lo stesso Tindaro La Rosa - la presenza della forza pubblica era imponente. Quel che ottenevamo noi con le gelsominaie, non riuscirono mai ad ottenere con altre categorie bracciantili i sindacati provinciali, i quali nel 1959 si resero responsabili di una brutta storia, firmando un contratto che assegnava soltanto 10 lire di aumento al chilogrammo. Saputa la notizia, mi misi in giro per organizzare lo sciopero; l’astensione delle donne fu straordinaria e quel contratto fu stracciato».

Le ultime rivendicazioni delle gelsominaie si sarebbero registrate negli anni Settanta, quando ormai il loro numero si era ridotto ad appena 250.
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Ecco un'altra storia di Calabria. Storia amara, ma anche di rinascita. Storia di donne energiche che si sanno piegare, ma che non abbassano la testa per far valere i propri diritti, anzi, capaci di farsi sentire ed apprezzare...



Chiapparo Anna Maria (2011)


martedì 4 ottobre 2011

Storie del conte di Melissa



Melissa vanta un’origine millenaria: pare sia stata fondata dagli equipaggi delle navi micenee che approdarono nel territorio circa 3400 anni fa. E Melissa era anche il nome di una sacerdotessa di Delfi e di alcune figlie di Melisseo. Secondo altri il nome deriva dal greco “Melissa”: ape o miele, come testimoniano le api del suo stemma; secondo altri, ancora, sulla fama di cui godeva la maga Melissa. Gli abitanti tramandano la leggenda dello “ius primae noctis”, che il conte Campitelli esercitava sui sudditi: dopo ogni matrimonio rapiva la sposa e se la portava nel castello attraverso le gallerie che collegavano la chiesa di S. Giacomo (XVI secolo). La leggenda racconta che nel 1633 il conte Francesco Pignatelli fu ucciso da un giovane sposo e dai fratelli della sposa. Nella storia moderna, Melissa è legata alle lotte per la terra del 1946-1949 dopo che sul fondo Fragalà rimasero trucidati dalla polizia tre contadini.
Il Castello di Melissa con le sue tre torri circolari rappresentò per secoli il potere feudale. Inoltre intorno al 1615 il feudo si arricchì di un mastio esagonale detto “Torrazzo” (così viene chiamato ciò che resta della superba rocca). La costruzione poggia le sue fondamenta su una piccola altura rocciosa a breve distanza da Torre Melissa. Oggi il torrione, è aperto al pubblico ed ospita un piccolo museo di storia contadina.

L’aria che respiriamo è quella di un tipico borgo feudale, man mano che proseguiamo fino alla parte più alta dell’abitato per visitare i resti del castello appartenuto al Conte Francesco Campitelli nel XVII sec.
“A Mélissa si incontra poca gente”, è così che ci accoglie un simpatico vecchietto che facendo capolino dall’uscio della sua dimora attira la nostra attenzione, e con una voce flebile, segnata dagli anni: “Avete visto il Castello!?” – continua - “la conoscete la storia del conte di Melissa?”. Invitati a sederci, siamo rimasti volentieri ad ascoltarlo, consapevoli dell’opportunità di rievocare i fatti e le leggende del luogo attraverso i ricordi di un melissese. “Il Conte” - prosegue con calma - “era un uomo prepotente, sanguinario ed efferato, che aveva ripristinato lo ius primae noctis, tributo particolare che obbligava tutte le novelle spose del paese a consumare le prime notti di nozze nel suo regale letto. Irrompendo nella chiesa di S. Giacomo, sulla quale la famiglia Campitelli deteneva il patronato, alla fine di ogni celebrazione di matrimonio, rapiva la sposa ed attraversando passaggi sotterranei, collegati direttamente alla sua dimora, giungeva al castello, dove soddisfaceva le sue lussuriose voglie, strappando a delle giovani fanciulle quell’innocenza che riservavano per il loro amato. In seguito le ragazze venivano rimandate ai loro mariti con un carico di viveri. Ma arrivò il giorno in cui un giovane innamorato di una fanciulla di Melissa, non volendo cedere a tale sopruso, in accordo con alcuni amici, tese un agguato al Conte. Nascoste le roncole sotto i mantelli, penetrarono nel castello e lo uccisero. Il popolo aiutò a fuggire il coraggioso che aveva eliminato il feudatario e le sue prepotenze”.
Secondo un'altra leggenda la fanciulla era una giovane donna di cognome Raffa nativa di Cirò, che andava sposa ad un melissese. Al tentativo del Conte di rapire la sposa, attraverso la scaletta segreta che immetteva nella Chiesa di San Giacomo a Melissa, pose fine il fratello di lei, il quale lo accoltellò alle spalle. Invano i ferocissimi mastini addestrati, rotte le corde alle quali erano stati legati, al suo fischio, cercarono di salvarlo. Gettatisi dall'alto del Castello, perirono ai piedi di esso.
Del Campitelli oggi rimane un busto marmoreo nella chiesa di S. Giacomo che raffigura il Conte adagiato su una tavola di marmo, purtroppo ridotto in pezzi e divenuto per questo nella fantasia popolare “osceno”.
“Ma… Melissa non è anche il nome di una maga che abitava questi luoghi?” – accenna qualcuno del gruppo. “Melissa è il paese delle streghe” – riprende con una certa enfasi il nostro venerando amico – “si dice che le streghe fossero giunte qui dalla città di Benevento, un tempo chiamata Malevento, proprio perché abitata da queste creature. Perseguitate dall’inquisizione vennero a rifugiarsi nelle grotte di Melissa, confondendosi nel tempo con la popolazione locale. Figuratevi che fin’anche queste, per quanto malvagie, finirono con lo scontrarsi con il Conte repressore”. Magia dunque, di tradizione contadina e mediterranea, sentita come parte del mondo popolare ed in ogni caso accettata se addirittura sullo stemma comunale appare rappresentata una figura magica, ninfa o maga.

(Fonte: http://www.comune.melissa.kr.it/)

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lunedì 3 ottobre 2011

Storia delle origini di Acquaro (VV)

Caratteristica essenziale di Acquaro è la sua posizione, arroccato dentro una valle tra la collina di Malamotta con il suo pino secolare e le sue leggende sui briganti, tagliato dal suo bel fiume Amello, primaria e storica fonte di vita per Acquaro. Il nome del paese è dovuto molto probabilmente alla vicinanza dell'acqua; infatti la parte più antica del centro, era denominata Poteja, nome di derivazione greca, che significa luogo dove scorre l'acqua. Successivamente i Romani sostituirono il nome greco con Aquarium, cioè zona con abbondante acqua; con il passare del tempo, venne in ultimo denominato Acquaro. Sorto come casale di Arena, ne seguì le vicende fin dal periodo normanno, quando venne infeudato alla famiglia Conclubert che lo tenne fino al 1678. Passò quindi, per successione femminile, agli Acquaviva d'Aragona e dal 1694 appartenne ai Caracciolo di Gioiosa.
I terremoti del 1659 e del 1783 distrussero quasi interamente l'abitato. Tenacemente borbonico al tempo della Repubblica Partenopea, fu incluso nel cantone di Seminara. Con l'ordinamento disposto dai Francesi nel 1806 venne compreso nel cosiddetto governo di Soriano. La legge del 1811 ne faceva un Comune comprendente i villaggi di Limpidi e Semiatori. I villaggi di Semiatori, Bracciara, Potami, Pronia, a causa di frequenti terremoti e del fenomeno del briganatggio, cominciarono ad essere abbandonati dagli abitanti, dei quali una parte si stabilì in Acquaro. La successiva legge Borbonica del 1816 ribadiva quella precedente.
Gravi danni subì a seguito dell'alluvione del 1885 e del terremoto del 1905. Nel 1928 gli veniva aggregato il Comune di Dasà, che l'anno successivo ritornava autonomo. Nel 1929 fu costituito Comune autonomo. Il paese, dalle caratteristiche viuzze, conserva tracce del vecchio abitato.