Pensieri...

La Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si è divertito a mescolarli insieme. (Guido Piovene)











«Se rinuncio ad amare la mia terra, contribuisco a distruggerla».



(Doris Lo Moro)











Chi di noi non ha mai sognato, specialmente in età adolescenziale, di scappare via dalla propria terra, dal proprio paese natìo?



Io penso sia una cosa capitata un pò tutti.



Evadere dalla solita routine, cercare cose e volti nuovi, viaggiare...è normale...



Poi, magari arriva quel tempo in cui ti soffermi a pensare e ripensare e forse t'accorgi che quello che hai trovato, seppur fondamentale, ti ha fatto perdere o lasciare indietro nel tempo, cose che credevi di odiare e non sopportare, e che poi ti stuzzicano, ti cercano, ti mancano...e che forse amavi...solo che non lo sapevi. (Anna)











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martedì 29 novembre 2011

Quel che ci resta



Le lucine festose stanno già invadendo  le città, abbellendo balconi, ringhiere e giardini ormai freddolosi. Sempre più in anticipo, ogni anno che passa...Stelle rosse di Natale spuntano qua e là regalando allegria e gioia. Canzoncine melodiose, Babbi Natale con sempre più sembianze umane, si parano all'improvviso sul cammino invitandoti ad entrare nei negozi che traboccano di ogni ben di Dio. Caos, confusione di merci, di luci abbaglianti, di decorazioni che strabordano all'inverosimile per accalappiare lo sguardo ed il portafoglio. Fretta, c'è sempre tanta fretta. Si corre per non si sa dove, per non si sa cosa... l'importante è correre per arrivare a far tutto, per avere tutto pronto. Ci si scontra senza vedersi, senza sentirsi. Non c'è più calore in un abbraccio, in un augurio. Si guarda sempre oltre, più lontano... Ogni anno un nuovo albero alla moda. Un nuovo costoso pezzo per il presepe, se si trova ancora il tempo per farlo...la fontana, il mulino che gira, la mamma che culla, le pecorelle che camminano, la neve, la pioggia, il mare con le onde in movimento, gli angeli che cantano e che svolazzano veramente, il bambino che piange... tutto. Cos'è il tutto? A che serve il tutto se è fatto di niente? Anche la mia casa e il mio balcone sono addobbati a festa. I miei alberi sono due, e, non manca qualche pensierino. Il presepe quest'anno è piccolo, ma c'è. Ci dev'essere sempre... Le mie decorazioni sono diventate tante perchè accumulate negli anni. Ogni pezzo ha un significato, un ricordo. Non si possono buttare via i ricordi se hai voglia di ricordare. Si butta solo ciò che non hai voglia di ascoltare. Tutto parla. Basta saper ascoltare. Ci sono oggetti che sussurano al cuore, altri alle orecchie, altri all'anima, altri non ti dicono nulla perchè sordi come una campana stonata che non piace a nessuno. Stanno lì ad osservare senza dar nulla nè chiedere nulla, finchè inevitabilmente ti stancano ed allora li devi buttare per forza. Forse però, sei tu che non hai voglia di ascoltarli... chissà? In Calabria il Natale di tanti anni fa aveva un altro sapore. Sapore semplice, senza tanti artifici che stonavano. Era una pausa dolcissima dal duro lavoro in campagna. Già ai primi di dicembre adocchiavo i ramoscelli di mirtillo selvatico (morzida) e di corbezzolo (cacummarara) che mi sarebbero serviti a fare da sfondo al presepe e su cui attaccare le stelline di cartoncino. Cercavo i posticini nascosti dove cresceva il muschio più soffice, per andare poi, verso l'Immacolata a raccoglierlo a colpo sicuro. Ero felice quando cercavo il muschio, in giro per la mia campagna generosa. Piano, piano, il presepe era diventato cosa mia e nessun altro in famiglia ci metteva mano. I pastorelli erano di plastica, ma mi piacevano tanto e la mia felicità raggiungeva il massimo quando salivo con la mamma a Vibo a comprarne qualcuno nuovo... Non era molto grande il mio presepe perchè la casa era piccola, ma era un angolino accogliente che potendo, avrei tenuto tutto l'anno. Un piccolo mondo a sè, che racchiudeva una grande storia.
 L'albero arrivò quando io ero già adolescente. Ricordo che un anno ce ne regalò uno, un vicino. Un pinetto vero che profumava di bosco ed anche se era un pò ingombrante, m'adoperai subito ad addobbarlo anche se in casa non avevo nulla per farlo. Allora non c'era il supermercato sotto casa dove si trovava tutto, ed ormai a Vibo c'eravamo già andati per quella volta... La mia fantasia comunque, non si diede per vinta ed allora raccolsi tutti i piccoli giocattolini che trovai per casa e li appesi. Mancavano le ghirlande ed allora, forbici e gomitoli di lana colorati e feci anche quelle. Era un albero un pò strano, ma era il mio primo albero e ne ero contenta. Provai a mettere dei mandarini come palline, ma erano pesanti e rinunciai... Non ricordo l'anno preciso, ma ricordo che l'anno dopo mio padre decise che ci avrebbe regalato un alberello artificiale completo di addobbi e di luci. Da allora faccio sempre il presepe e l'albero. E' importante per me.

La festa iniziava l'otto dicembre con la fiera di Dasà per l'Immacolata. Lì ci si andava sempre. Era un rituale che non mancava mai perchè c'era la possibilità di comprare un pò di tutto senza salire a Vibo, più lontano. Lì i nostri genitori ci acquistavano i vestiti e le scarpe nuove per la festa e la mamma faceva rifornimento dei tipici dolciumi natalizi. Non mancava mai il torrone di Soriano di vari tipi e le susumelle (specie di biscotti) con la glassa e col cioccolato. Non usavamo ancora il panettone e il pandoro che arrivarono nella nostra tradizione piano, piano. La tradizione erano e sono i "curujicchji"
ossia pasta di pane ben lievitata, fritta a forma di ciambelle.
Non sono dolci, ma non mancano mai. Io non ricordo regali, cenoni e tombolate in casa mia, ma c'era serenità. Ognuno aveva il suo compito e tutto scorreva normale senza tanti pensieri. L'unico pensiero era quello di comprare qualcosa di nuovo da mettere per andare a messa e a far gli auguri ai parenti. Non cercavamo regali. Gli unici regali erano quelli dei nonni che ci davano qualche soldino che spendevamo ponderatamente. Anche il paese era tranquillo e ce ne è voluto perchè arrivassero le luminarie e gli zampognari. Era una festa religiosa cadenzata dalla novena a Gesù Bambino tutte le mattine all'alba, e dalla messa di mezzanotte e quella del giorno di Natale. Una visita ai parenti, la passeggiata per il corso e tutto finiva lasciando un bagaglio di auguri ricevuti e dati con la speranza e l'attesa di un nuovo anno migliore... ma non cambiava mai... era sempre lo stesso senza accorgerci che intanto crescevamo e cambiavamo noi, dentro, mentre tutto restava immutato e ci stava stretto. A pensarci era un Natale tenero e per nulla vuoto. Oggi i miei figli aspettano i regali da aprire la notte santa, dopo la messa. Quello che non ho mai avuto, cerco di dare loro, ma senza strafare, senza esagerazioni e cercando di fargli capire ciò che è importante. Non c'è bisogno di grandi regali, ma la gioia nel vederli scartare qualcosa che inevitabilmente è qualcosa di utile, è molto grande. Basta poco, ma la cosa più bella sono gli auguri che devono scambiarsi. Non è il pensiero che resta, ma quella parolina magica detta tra loro. Magari tra qualche anno non lo faranno più, ma chissà? Per ora siamo uniti e prego Dio che ci faccia rimanere tali per sempre. Sono i ricordi che ci restano quando tutto passa e se io ho ricordato stasera un pò della mia vita, un giorno saranno loro a ricordare quello che ho cercato d'insegnargli. La speranza è che non dimentichino e che cerchino d'ascoltare la voce del cuore che chiede attenzioni. Questo auguro anche a tutti quelli che vorranno leggere queste righe. Le cose che restano sono proprio le cose scontate a cui non facciamo caso. Gli oggetti che ci circondano e che passano inosservati... i ricordi, quelli resteranno sempre. Auguro a tutti di aver orecchie che sappiano ascoltare aldilà del mondo intorno ed entrino dentro al senso delle cose.
Sereno Natale a tutti.


Chiapparo Anna Maria

anche su:http://www.acquaro.net/index.php?option=com_content&view=article&id=507&Itemid=387

venerdì 25 novembre 2011

A cummare affaccendata


Nota: La seguente scenetta, che in realtà non è tra i ricordi ma ne è una conseguenza, vuole rappresentare uno spaccato di vita quotidiana delle nostri parti visto con un po’ d'ironia e di sorrisi.
A cummare affaccendata
di Anna Maria Chiapparo
                                                        


Personaggi:          

Vicenzina                              protagonista
Cumpare Ruaccu                   passante
Cuncetta                                passante
Maria                                    passante
Rosa                                      vicina di casa
Nicolino                                bambino
Cicciu                                    fruttivendolo
'Ntona                                    passante
Liberata                                 defunta

Scenetta
Mattina presto in paese. Si sente un forte rumore. La signora Vincenzina sta in casa sua a sbrigare le sue faccende domestiche...

Vicenzina: “Chi fu, chi fu? Fuàcu mio, chi sta succediandu, chi fu sta botta chi pare na bumba?”

Corre fuori spaventata ed intanto la campana suona a morto.

Vicenzina: “Maria, Maria, chi succediu? A sentisti sta botta?
Maria: “Si, ma no sacciu chi è.”
Vicenzina: “Madonna mia, puru u mortuariu sta sonandu mo. Chi mala jornata stamatina. Stava lavandu dui panni e cu sta botta schjiantai. Stanotta pua m'inzonnai nu mundu i rumbulijatini. Cu sapa cava u succeda.”

Ad un passante.

Vicenzina: “Cumpare Ruaccu, cui moriu?
Cumpare Ruaccu: “No sacciu cummare. Staiu scindiandu pa chjazza e viju chi si dicia.”
Vicenzina: “E sta botta na sentistivu? Cu sapa chi fu.”
Cumpare Ruaccu: “A cummare, vui siti coriusa, chi sacciu chi fu, mo staju nesciandu d'inta, ma sarannu cotraschjiuna chi jocanu cc'arriadu.
Vicenzina: “Si vui scherzati, ma ammia non mi paria cosa i cotrari, era truappu forte!”
Passa la signora Concetta.

Cuncetta: “'Ntisa dira ca moriu cummare Liberata.”
Vicenzina: “O povareja, ija moriu? Mi para ca chìssa avìa assai ch'era malata.”
Cuncetta: “Uh, ava! Non ti ricuardi ca fu o spitale i Surianu, pua sa portaru a Vibbu.”
Vicenzina: “Si, si povareja, io jivi puru u ma truavu quandu nesciu du spitale. Mianu male c'avìa a chija figghja c'assistia juarnu e notte. Chij'atra l'ava pe jassupa, cu sapa si vinna? A Torinu, mi pare ch'è.”
Cuncetta: “Criju i sì. A sta ùra a chjiamaru pecchì ava dui juarni ch'era chiù malamente. Vabbò, mo ti salutu ca staju jiandu o miadicu e a st'ura è chjinu.”
Vicenzina: “Vai, vai ma cui sapa a chi ura a levanu, fora i ccà?”
Cuncetta: “U sai ca no sacciu? Mancu nda vitta manifiasti, ma ora jà o miadicu appuru, ca puru io aju u vaju o luttu.”

Se ne va e Vincenzina rientra in casa e s'affaccia al balcone. Pensa...

Vicenzina: “Quantu cuasi c'aju i fare oja e ancora non cunchjudivi nenta.”

Vede uscire una vicina.

Vicenzina: “A Rosa, u sapisti ca moriu cummare Liberata?”
Rosa: “Si. U 'ntisa dira stamatina a farmacia. Povareja.”
Vicenzina: “Tu vai o luttu?”
Rosa: “Si, ma duapu mangiare.”
Vicenzina: “Allura mi chjiami ca viagnu puru io?”
Rosa: “Si, vabbò, appena mi lavu i piatti jamu.”

Si mette a raccogliere i panni e passano dei bambini.

Vicenzina: “O vui! Sì, dicu a vui cotrari. Chi fu chija botta i movanzi, chi cumbinastivu?”

I bambini stupiti.

Nicolino: ”Nui? Nui no ficiàmu nenta! Quale botta?”
Signora: “Jativinda pa casa, jati. Sempa ca jati girandu strati, strati u schjiantati aggìanti. Figghji i bona mamma.”

I bambini noncuranti le fanno il verso ridendo. Finisce di raccogliere i panni e se ne entra. Gironzola per casa senza riuscire a combinare nulla e scende di nuovo fuori dove intanto è arrivato il camion della frutta. Già fuori ci sono delle vicine e s'avvicina pure lei anche se non deve comprare nulla.

Vicenzina: “Ah Cicciu, quantu su sti pira?”
Cicciu: “N'euru e cinquanta. I viditi chi su belli? Su puru duci cuamu o zuccaru.”
Vicenzina: “Fuacu mio! Non si pò accattare nenta cchjù! Ti vuati e ti giri e riasti senza sordi 'nte mani.”
Cicciu: “A cui 'nciu diciti, cummare. Saparissivu i tassi chi 'ndi mangianu e quanti spisi po camiu.”

Il fruttivendolo, conoscendola, si rivolge alle altre signore e la lascia parlare mentre lei continua a toccare tutto.

Vicenzina: “A 'Ntona, tu vai o luttu?”
‘Ntona: “No sacciu. Si mi sbrigu pua vaju a chjiasi.”
Vicenzina: “A vabbò. Maramenta... a sentisti chija botta movanti?”
‘Ntona: “Si, ma vidi ca fuarzi era nu camiu juac'arriadu ca stannu scarricandu blocchetti.”
Vicenzina: “Blocchetti? Ca chi fannu? Adduva?”
‘Ntona: “Boh! Chi sacciu, stava passandu e 'ntisa puru io na botta ma mi pare ca era vicinu a casa i cumpare Pascale.”
Vicenzina: ”Quant'è sta lattuca? Mamma mia ch'è brutta, però. E' tutta mangiata da lupa. E sti pipi? Vorria dui pimmadora, ma chi sacciu, i sti tiampi non hannu nè amuri, nè sapuri.”

Il fruttivendolo finisce di servire le signore, sapendo che lei non comprerà nulla.

Cicciu: “A cummare, aju fretta. Si boliti 'ncuna cosa mentra su 'ccà.”
Vicenzina: “No, no. Pe stamatina non mi serva nenta. Domani passi?”
Cicciu: “No sacciu. Vidimu, arrivederci.”

Il camion se ne va, ma lei non ha voglia di rientrare e si rivolge alla vicina.

Vicenzina: “Mianu male ca nescìu sta bella jornata stamatina. Accussì s'asciucanu i panni. Avaria u cacciu i lanzola, ma i cangiu domani secundu u tiampu. Pua, cchjù è tardu.”
Rosa: “Io avaria u vaju all'uartu ca a st'ura a scariola è tutta spicata. Cu tutta chij'acqua ava assai ca non vaju.”
Vicenzina: “Io mandai a marituma ajìari e minda portau nu puacu, ma ancora mancu a cucinai. Fuacu mio! Stamatina 'ndavaria cuasi i fare e pare ca chi sacciu... mi siantu nu puacu strana... mi vuatu e mi giru e no staju cumbinandu nenta.”
Rosa: “E chi sacciu io cuamu simu cumbinati, mah!”
Vicenzina: “Comunque, u sai chi ti dicu? Non jire all'uartu, ca è tuttu chjinu d'acqua e tuttu allupatu.”
Rosa: “Mah, mo viju.”

Torna cumpare Ruaccu dalla piazza.

Cumpare Ruaccu: “Dìcia ca moriu Liberata”
Vicenzina: “Sì, sì u sacciu, ca mu dissaru appena passastivu vui e u sapiti chi era chija botta?”
Cumpare Ruaccu: “Ancora cu sta botta!”
Vicenzina: “No, no, u sacciu. Era nu camiu chi scarricava blocchetti cc'arriadu, ma cu sapa chi fannu?”

La campana suona il mezzogiorno.

Cumpare Ruaccu: “Chi m'interessa a mia! Pemmò vaju u mangiu ca a sta ura mugghjìarima preparau. Vi salutu. E pua u vidistivu? U  'mportanti è ca non era na bumba!”

Risponde, ridendo ironico mentre se ne va.

Vicenzina: “Si, si. Mianu male. Cu tutti sti cuasi chi si sentanu dira, madonna mia.”

Entra in casa e comincia a preparare da mangiare, ma non si rende conto che è passata tutta la mattinata e non ha fatto niente. E pensare che era molto affaccendata...

Anna Maria Chiapparo (tutti i diritti riservati)

domenica 20 novembre 2011

Duapu mangiare

'Nto viarnu, quandu è tiampu d'alivi,
'nto pajisi ci su sulu viacchiariaji,
ca fuarzi abbàdanu e niputiaji.
Tutti 'nte campagni a lavurare,
puacu e nuju si vida duapu mangiare.
'Nta stati è tutta natra cosa...
Quandu si rivijjanu i riposare,
tutti cumincianu a chiacchiàriare.
L'omani scindanu pa chiazza frettulusi
e i cotrari aspettanu coriusi.

Aspettanu i scappare pe fora
quandu l'aria è ancora caddalora.
'Nte strati nescianu siaggi e seggiattiaji,
fimmani rande e cotrariaji..
.
Tutti hannu i dira 'ncuna cosa
quandu u juarnu cumincia u si riposa.
Animali pasciuti e l'uarti controllati...
chista è l'ura di chiacchiarijati.

'Nte vichi chiù friscusi e 'nte scali chiù
 silenziusi, ci su tanti fimmani coriusi.
No servanu nè gazzetti e nè giornali,
pecchì su miajju du telegiornale.
Si 'ncuna cosa per casu non s'appura,
ci penza u maritu u porta l'ajjatura.
'Nte strati, 'nta chiazza, a chiasi o jo miadicu,
tutti tajjanu e fannu u riaficu.
Ma du riastu, chi c'è i fare?
'Nte pajisi è chistu u duapumangiare!


Chiapparo Anna Maria (Tutti i diritti riservati)

Vi cuntu du dialettu

Sapiti, na vota, cu na perzuna inventammu
 nu passatiampu  assai coriusu...
Mi dissa u ci dicu cuamu si dicìanu cìarti cuasi
o mio paisi.

 A chi bella trovata! Sapiti ca mi trovai impreparata?!
Cuminciai a penzare, e tanti cuasi strani, m'avia scordatu!
E' strana a mimuaria quandu non è allenata.
Tuttu si jungia e diventa cosa i jornata!

Paruali strani, ciartu 'ndavimu...
Ci penzai nu puacu e allura: a curria,
 u carijjuattu, u salaturi
e u puzzuniattu...e pua chiù 'ndaju e chiù 'nda miattu!
Mi ricordai paruali ca di tantu tiampu ne dicìa
e fu na sorpresa puru pe mmia.

A brocca e u gozzariaju, u cotraru e u cotrariaju;
a zita e i cotraschiuni, coddari e coddaruni.
I frittuli e i salimuari, i pruppuna e i satizzuna!
Non vi dicu e non vi cuntu quandu ci dissa ch'era u tambutu!

A sporteja e u panaru, u vijuazzu e u tambutaru!
A majija pe 'mpastare e a lumera pe 'lluminare.
U salicu pe ligare e a ligami pe 'mbazare.
U runcijju pe tajjare e po frunti u jijju a cumpruntare!

U cumpariaju e u cotrariaju, u nannu e puru u zitiaju.
A 'nchianata e puru a 'ncrinata.
Ogni cosa paria preparata. I ricuardi arrivaru
e penzai puru o magaru!

U piruniaju, u landiuni e puru o stuppiaju.
A cordeja, i zinzuli e a poseja,
 u stuaccu e puru da jocata o tuaccu!
Mi ricordai di coddareja e puru i Bettareja e da Cialateja...
Da suriaca e da scariola fatta 'nzalata.

A calia e u cacau, u 'nzuju e di tiralli,
ca pianzu ognunu i nui mangiau.
A panata e di lordita, prestanachi e curujicchia...
e magari puru i picchia.

M' accorgivi ca non era tantu rimbambita...
U dialettu non du scordamu puru si no parramu.
Simu d'Acquaru e Calabrisi e du portamu 'nta ogni paisi.


Chiapparo Anna Maria               (Tutti i diritti riservati)


sabato 19 novembre 2011

Fijji fimmani e fidanzamento

foto di fidanzati presi dal sito http://www.librizziacolori.eu/gente/foto_di_ieri/foto_di_ieri_1.htm


"Fijjia 'nta fascia e dota 'nta cascia". (Figlia in fascia e dote nella cassapanca)
Questo vecchio proverbio calabrese indica bene che molti anni fa, avere una figlia femmina in casa, era sì una gioia, ma anche un pensiero in più perchè si doveva pensare per tempo alla dote e quindi al matrimonio.
Le figlie  erano una manna dal cielo per aiutare in casa quando le madri lavoravano fuori nei campi o presso i nobili, ma allo stesso tempo si sperava per loro in una buona sorte, cioè trovare un buon marito ed accasarsi al più presto piuttosto che ritrovarsele zitelle per casa.

Fin da piccole venivano indirizzate ai lavori  domestici per non sfigurare un giorno col marito, ma soprattutto con la futura suocera, mentre  nei ritagli di tempo libero si adoperavano a ricamare il proprio corredo o a cucirsi qualche vestito dalla sarta (majistra), dove di solito passavano i pomeriggi estivi ad imparare a cucire, tagliare, ricamare  e rammendare. Molte di loro diventavano delle vere sarte (majistri i tajjiu) e sfruttavano quest'esperienza come  lavoro in paese.
Una figlia era un piacere per gli occhi dei padri, ma anche un cruccio insistente a cercare di tenerla sulla dritta via per non dare adito alle malelingue e peggio ancora, diventare  oggetto di chiacchiere infamanti (malanominata), per non rovinare il buon esito di un eventuale  fidanzamento.
Ogni paese, ogni zona aveva le sue usanze e tradizioni consolidate negli anni, per qualsiasi cosa.
Per quanto riguarda il fidanzamento, era raro che i due ragazzi si conoscessero da sè, anche se spesso capitava,  nei campi o per le strade, magari all'uscita dalla messa.
L'usanza più in voga, era quella di mettere in mezzo una terza persona, di solito un amico di famiglia della ragazza o  una persona stimata in paese, spesso anziana e quindi più saggia.
Adocchiata la ragazza, il giovane la proponeva ai suoi genitori che se contenti della scelta del figlio, si adoperavano a mandare questa terza persona, "u 'mbasciaturi" una specie di messaggero che faceva da tramite tra le due famiglie. La madre della sposa, se la richiesta veniva da persone che a lei garbavano, spesso s'inorgogliva facendo un pò la preziosa con una specie di tira e molla per farsi pregare, ma allo stesso tempo con la malizia di non farsi scappare da sotto al naso il  buon partito. Spesso, la figlia, non assisteva ai discorsi dei grandi e se non origliava, o non veniva messa al corrente dai suoi, non sapeva nemmeno che in quegli incontri si decideva il suo futuro.
Se la cosa andava in porto si stabiliva un incontro col giovane accompagnato dai genitori e lì si discuteva delle doti fisiche e morali dei due ragazzi, ma anche di quella materiale, che riguardava il corredo, la casa, se vi era la possibilità e i più fortunati anche di qualche gruzzoletto di denaro.
Se il giovane aveva un lavoro sicuro, era molto ben accetto, anche se faceva il contadino, ma un artigiano (mastru) era più favorito.
Quando tutto era deciso si stabiliva un giorno per la festa ufficiale di fidanzamento (u singu) dove il ragazzo non solo regalava l'anello, ma di solito un'intera parure con collana ed  orecchini. La ragazza regalava un anello e se vi era la possibilità anche un orologio.
La festa era molto importante per le famiglie e per i ragazzi perchè il fidanzamento diventava ufficiale e quindi i due giovani potevano andare insieme a messa, mangiare insieme nelle feste comandate ecc, ma sedendo sempre a debita distanza e se dovevano uscire non erano mai da soli. Capitava infatti che avessero dietro una sorella o fratello o in mancanza qualche cugina, ma anche la madre stessa della ragazza. Questo per non essere criticati da vicini e paesani. Era molto importante la buona reputazione e la serietà almeno fino al matrimonio anche per evitare che il legame venisse sciolto per qualche ripicca dei suoceri, con grande dispiacere e vergogna per la ragazza che ne  restava segnata. Un classico segno di fidanzamento si poteva notare nella ricorrenza delle Palme. I giovani fidanzati erano in dovere d regalare una bella palma intrecciata alla propria ragazza che ricambiava con una bella ciambella (curujia) dolce, con le uova intere (tiralli) fatta con le proprie mani nella settimana santa e regalata per Pasqua.
                                                                    

tiralli
 Per la festa si invitavano parenti ed amici più stretti festeggiando con "nacatuli" e rosolio fatto in casa se si faceva solo un rinfresco, se invece si poteva fare di più, si preparava un vero ed abbondante pranzo con ogni ben di Dio.


In quelle occasioni i veri protagonisti di tutto sembravano i genitori piuttosto che i ragazzi, spesso seduti vicini, ma che nemmeno si parlavano e conoscevano. Tutti facevano a gara ad elogiare le doti dei propri protetti e i ragazzi restavano chiusi ed intimoriti dai discorsi dei grandi che programmavano il loro futuro insieme, a volte senza nemmeno chiedere, soprattutto alla fidanzata, se erano o meno d'accordo a quel legame. Molti di quei matrimoni sono stati veramente felici  anche se pieni di sacrifici, ma molti altri sono stati dei veri strazi e supplizi, senza alcun amore e rispetto, soprattutto perchè non ci si poteva ribellare ad un marito-padrone che accampava diritti sulla moglie e sui figli senza che questi potessero ribellarsi. Col tempo e con le dovute leggi, molte cose, per fortuna, sono cambiate, soprattutto la possibilità di potersi scegliere da sè i propri compagni di vita, senza lo zampino dei genitori despoti che spesso continuavano ad intromettersi nella vita dei propri figli anche dopo sposati.

Queste erano un pò le usanze degli anni dal dopoguerra al settanta, circa, ma  mia nonna mi raccontava di altre usanze antiche che a sentirle oggi sembrano veramente strane, ma che al tempo avevano fondamentale importanza per la buona riuscita di un matrimonio. Era normale sottostare a certe tradizioni per non farsi criticare. La parola degli altri era sempre importante e tenuta da conto.
"u zzuccu"  oppure   "u ccippu"
                          
                                                                     " U zzuccu"



Quella che più si ricorda al mio paese e che anche mia nonna mi raccontava, era l'usanza del ceppo davanti alla porta.
Praticamente, un ragazzo adocchiava una ragazza ed allora sceglieva un bel ceppo (zzuccu) e lo portava di notte davanti all'uscio dove questa abitava. La mattina appena il padre o la madre aprivano la porta, trovavano la sorpresa e sapendo che il giovane autore del gesto era sicuramente nascosto nei paraggi, decidevano o meno se accettarlo anche perchè in realtà sapevano già chi gironzolava attorno alla figlia. Di solito la protagonista di questa scenetta era la madre che  per la solita teatralità che distingueva la vita del passato, facendosi sentire dal vicinato e dall'autore nascosto,  se accettava, rumorosamente e inscenando, con la famiglia, che accorreva all'evento, entrava in casa il ceppo, altrimenti, altrettanto teatralmente, se rifiutava, lo spingeva lontano da casa sua e intonava una vecchia filastrocca:

"Cui misa u zzuccu avanti a porta?
Cui u misa u pò cacciare ca non ajiu fijji i maritare!

(Chi ha messo il ceppo davanti alla mia porta?
Chi l'ha messo lo può levare che non ho figlie da sposare!)

In questo caso il giovane se ne andava mogio, mogio, magari con l'intenzione di riprovarci escogitando un altro espediente, mentre se la risposta era positiva, se ne andava allegramente e speranzoso dei futuri sviluppi che l'avrebbero visto presto in quella casa come fidanzato ufficiale della ragazza che aveva adocchiato.




(Chiapparo Anna Maria  2011)

(Tutti i diritti riservati)

martedì 15 novembre 2011

La via IV Novembre

Via IV Novembre intravista dalla piazza
Non poteva mancare un ricordo di via IV Novembre. Per chi non lo sapesse, è quella via in discesa, dietro la chiesa matrice, che porta in piazza. Non vi ho abitato tanto, ma per molti anni l'ho anche percorsa, più volte al giorno, per andare dai miei nonni. Purtroppo non ho neanche avuto il tempo per affezionarmici. I motivi credo siano tanti. Intanto, i luoghi dove si cresce da bambini, rimangono sempre più impressi degli altri e poi, forse, vi sono arrivata in un'età in cui non pensi più a certe cose perché ne hai altre per la testa, magari proiettate al futuro... Inutile dire che i vicini erano persone meravigliose e non è una frase fatta o di circostanza, ma quello che penso. Comunque, non starò a ricordare questo o quello perché tutti sappiamo com'è la vita dalle nostre parti. Ci conosciamo un po' tutti, sappiamo di tutti, ma sappiamo anche rispettarci ed aiutarci, se necessario. Ricordo che mia madre legò subito con le nuove vicine ed ogni occasione era buona per chiacchierare comodamente sedute o affacciate. Io, abituata al chiuso della vecchia via, mi sentivo spaesata anche perché era una via molto trafficata e quindi abbastanza rumorosa.

Malamotta e i suoi orti alle pendici
 Più d'ogni altra cosa, amavo la vista che mi regalava il mio balcone: davanti, Malamotta imponente e maestosa con alle pendici il Cannale, alla destra uno scorcio di Salandria e alla sinistra scorgevo i tetti del corso verso il Calvario e i rigogliosi uliveti vicino al campo sportivo. Era lì che mi piaceva stare.
 Su quei quadri in movimento vedevo il susseguirsi delle stagioni nella natura con la quale in quel periodo avevo un rapporto di odio-amore. L'estate era la stagione più "chiacchierona" in tutti i sensi... La mattina presto s'udivano donne e uomini "Nell'orto della Chiesa" a lavorare per la semina dei fagioli... Sembrerà curioso, ma di questi semi seguivo tutto il loro ciclo...ricordo la terra zappata di fresco che custodiva i preziosi tesori, lo spuntare delle tenere pianticelle sempre assetate e vogliose di tendersi verso l'alto; l'opera "dell'impalatura" quando vi mettevano dei grossi pali o delle semplici canne, a seconda della qualità, per far arrampicare senza problemi le piante generose che si riempivano presto di prezioso frutto.
Crescevano e si riempivano e senza rendermene conto, io seguivo la vita da semi piantati a nuovi semi raccolti... Di Salandria scorgevo i fitti boschi e castagneti (penso) e lì, il periodo più bello era l'autunno con la sua tavolozza di colori sgargianti e spenti al tempo stesso perché annunciavano la fine di un ciclo vitale... E le rare nevicate facevano diventare tutto magico e tutto sembrava immoto e immacolato. La primavera, poi, era così dolce su Malamotta... Il verde era più intenso e qua e là, i peschi disegnavano pon-pon soffici e vaporosi, visti da lontano.


Salandria
  Certi giorni, tutto sembrava surreale, un mondo a sé, particolare e meraviglioso...naturalmente, so bene che erano le mie emozioni o i miei stati d'animo del momento a vedere il tutto con occhi diversi... Un altro scorcio che si vedeva era la piazza. Poco, ma abbastanza. Ricordo mio nonno seduto sui gradini del municipio con l'inseparabile sigaretta accesa...
Ogni tanto controllavo... La cosa più bella era però il cielo. Nella terra vi metteva mano l'uomo, lassù era tutto naturale e soprannaturale.
Amavo tanto l'azzurro, ma anche quando annunciava un temporale, il cielo sapeva regalare uno spettacolo meraviglioso ed unico. Si vedevano i fulmini squarciare l'aria con ricami strani che inquietavano ma non mettevano paura...sarei rimasta ore ad osservare...
 E i tramonti verso l'orizzonte infinito... A sottofondo di tutto, l'incessante borbottio del fiume che nelle notti di pioggia si che si faceva sentire! Ricordi strani, penserà qualcuno, inutili, sciocchi...lo penso anch'io, ma sono i miei ricordi in mezzo a tanti altri. Tutti abbiamo di Acquaro, ma soprattutto del nostro "vivere Acquaro", tanti ricordi magari seppelliti ed inutili, ma, da qualche tempo, penso, che se dopo anni riaffiorano ancora, un motivo ci sarà.
 Lo stesso con le persone che magari abbiamo incrociato solo per un attimo nella nostra vita...un sorriso, un saluto, una chiacchierata...inevitabilmente, ci sono, sono entrati nella nostra vita e col tempo diventano ricordi. Una via, quindi, anche se ci hai abitato per poco, rimarrà sempre nei ricordi in un modo o in un altro, l'importante è non dimenticare.


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domenica 13 novembre 2011

Un matrimonio d'altri tempi

Mi rivedo bambina nel cucinino della nonna tutto ingombro di pentole, piatti, bottiglie, bicchieri, posate.
Il grande camino, sproporzionato alla stanza, acceso con su un pentolone d'acqua bollente. Nell'aria un profumo dolciastro di fiori e cannella.
La nonna preparava il liquore in casa per il matrimonio della zia di lì a pochi giorni.


liquore Strega
 All'epoca, negli anni  cinquanta, settanta, i matrimoni, chi non aveva la possibilità di andare in trattoria o ristoranti, li festeggiava  in casa e visto che  non esistevano ancora i piatti di plastica, era un gran trambusto preparare tutto. Ci si adoperava giorni prima prendendo in prestito sedie e tavole da vicini e parenti, ma anche pentolame, posate, piatti e bicchieri che sarebbero serviti per il ricevimento dopo la cerimonia in chiesa. Anche se gli invitati non erano tanti, spesso i parenti più stretti e qualche amico di famiglia, c'era sempre bisogno di tante cose per non sfigurare davanti ai consuoceri (suppessari). Era, infatti la madre della sposa che di solito doveva occuparsi  del ricevimento e guai ad essere bersaglio  di critiche. I consuoceri contribuivano per la metà della spesa e si faceva in modo d'accordarsi sempre, per il bene degli sposi.
Tra la gente comune non esistevano le partecipazioni. Erano i genitori, che andavano in visita a parenti ed amici portando loro la bella notizia dello sposalizio, invitandoli alle  nozze. I bambini erano sempre i più felici in caso di feste perchè si mangiava meglio e tanto e si potevano fare scorpacciate di confetti e dolci. I grandi un pò meno perchè dovevano preparare un adeguato regalo alla nuova coppia, che di solito era una busta con dei soldi, ma si faceva con piacere essendo spesso dei parenti stretti. Il regalo, d'altronde veniva sempre ben ricambiato gli uni gli altri.
Anche il vestito della sposa spesso veniva preso in prestito da cugine, zie, o ad averlo, si sistemava quello delle madri che lo passavano alle figlie.
Come dicevo, qualche giorno prima del giorno del matrimonio di mia zia, mi par di rivedere e di sentire ancora i profumi del tempo...

dolci tipici per matrimoni
Mia nonna, donna energica, sapeva che tra non molto la sua casetta sarebbe stata invasa da un pulman di pugliesi e non voleva certo fare brutta figura. Mio zio, infatti era pugliese e quindi  spettava a noi accogliere bene tutta la ciurma visto che era usanza sposarsi nella parrocchia della sposa. Ricordo bene che mia nonna non sfigurò affatto. Mi pare ancora di rivederla ad impastare le polpette, a fare i maccheroni, il liquore, i dolci (nacatuli), a dare ordini per preparare il tutto alla perfezione.
nacatuli

Ricordo ceste piene di bicchieri e piatti lavati ed asciugati su un tavolino accanto alla cucina. Enormi ciotole (limbe) colme di polpette e cotolette e stesi ad asciugare su crivelli (crivi) e"carijjuatti" tantissimi maccheroni. In vassoi di tutte le fogge, perchè prestati da più persone, dolci freschi, presi in pasticceria e tantissimi minuscoli bicchierini da liquore per il rosolio. Questi venivano offerti agli invitati prima di andare in chiesa e alla fine del pranzo. Non c'era l'usanza della bomboniera e agli invitati si regalava un fagottino di dolci da portare a casa.
maccheroni (maccarruna)

 Prima di andare in chiesa, si lasciava sul fuoco la pentola con l'acqua. Al ritorno sarebbe stata pronta per tuffarci i maccheroni o le tagliatelle fatte anch'esse in casa.

Quando era l'ora della cerimonia, il corteo con la sposa si muoveva a piedi fino alla chiesa e tutti i passanti si fermavano ad osservare curiosi. In men che non si dica, tutto il paese sapeva chi si sposava quel giorno.

Il matrimonio vero e proprio, in chiesa, era abbastanza veloce e sobrio e all'uscita i genitori lanciavano a tutti confetti in segno d'augurio. Più in là entrò l'usanza di lanciare insieme anche monetine in segno augurale. Era una gioia per i bambini raccogliere un bel malloppo da portare a casa e non ci si curava  se cadevano a terra. I confetti erano sempre confetti!
Ritornati a casa, mentre la nonna cucinava i maccheroni e riscaldava il sugo, altri parenti servivano gli antipasti tipici: formaggi, salumi, olive e pane di casa preparato il giorno prima. Sulla tavola imbandita, coperta con fresche tovaglie di lino ricamate, fiaschi di vino buono e qualche ancor rara  aranciata o birra nelle bottiglie ancora di vetro a rendere...Tutto era perfetto e gradevole. I piatti e i bicchieri giravano veloci tra chiacchiere e discorsi spensierati. Noi bambini in ad un tavolo apposta. Ecco, questi sono i miei ricordi di bambina. Ricordi di giorni spensierati e felici perchè le feste  di matrimonio erano sempre novità felici  per noi. Per i grandi, erano invece giorni frenetici,ma soprattutto pieni di speranze per la nuova coppia, per la nuova famiglia appena nata. Poi se erano costretti a fare le valige e prendere un treno che li avrebbe portati lontani a cercare fortuna, lontani da tutti gli affetti più cari...beh, questa è un'altra storia.

Anna Maria Chiapparo (2011)

(Tutti i diritti riservati)

mercoledì 9 novembre 2011

Ricordo il volo di un aquilone

Rivado indietro nel tempo quando il cielo delle mie primavere era sempre azzurro e l’aria  frizzantina ci stuzzicava con  la smania di uscire, di correre all’aperto per i vicoli del quartiere sempre affollato.
Corse e nascondini fino a sera quando l’aria diventava dolce all’improvviso e ci faceva crollare di stanchezza.La mattina, poi, a scuola, non era mai un peso. Anche lì era bello stare e non ci si annoiava mai col nostro maestro.Sapeva come prenderci e nelle belle giornate di primavera non mancava mai una  passeggiata al campo sportivo.Non distava molto dalla scuola. Pochi metri e c’eravamo già, ma per noi era pur sempre una passeggiata. Il campo non era altro che una  distesa di terra battuta con qualche ciuffo d’erba qua e là e molte buche ai lati dove spesso
ristagnava l’acqua piovana, ma per noi bimbi era un posto splendido dove far volare le nostre fantasie.
Quante corse intorno a quelle  porte sfondate! Il maestro tornava bambino insieme a noi e non sembrava mai stanco quando inventava giochi e formava le squadre per la partita di “palla prigioniera”.
Quando s’alzava un pò di vento ecco allora la magia più bella: portava con sè l’aquilone che aveva costruito con pazienza e si divertiva con noi a farlo volteggiare sapiente.  Le lunghe code colorate sventolavano birichine e curiose per poi diventare fiere e tirate, su, a sfidare il vento come a dirgli che, anche se  di semplice e fragile carta velina, non avevano paura di nulla!
Quant’allegria c’era in noi in quei momenti. Non guardava mai l’orologio, anche perchè allora non dovevamo temere il cambio dell’ora di lezione. Capitava spesso che passassimo intere giornate lì all’aria aperta.
A sentire i miei figli, oggi, rimpiango che non possano avere la scuola di allora. Soprattutto quando la piccola, che va a scuola media, mi dice che ha passato tutte le ore seduta perchè la classe  in punizione  per una qualsiasi banalità, non  si può alzare nemmeno a ricreazione…
Cosa ricorderanno della scuola se già la odiano e ci vanno malvolentieri? Tutto è pesante e noioso, mi dicono.
Io ci credo, ma non dico nulla. Sospiro tra me col rimpianto del passato, e col pensiero che i ragazzi d’oggi, troppo impegnati, siano pieni di nozioni che li lasceranno vuoti dentro…e forse non vedranno mai volare in cielo un aquilone, guidato dalle mani di un maestro.

Porteranno dentro il loro bagaglio, tanti ricordi, foto scattate col telefonino, gli sms, le mail fantasiose degli amici, i messaggi subliminali di facebook coi suoi gironi infernali, i link stupidi...
Cresceranno in fretta senza che ce n'accorgiamo, ma dentro, la viva sensazione che qualcosa manchi o si sia perduto per sempre.


Anna Maria Chiapparo (2011

domenica 6 novembre 2011

Sere e profumi d'autunno

Il vento che raccoglie i profumi tutt' intorno e li  mischia in piccoli vortici che s'accostano agli usci.Castagne mature pronte  a sgusciare.Funghi silenziosi che fanno capolino tra foglie morte accartocciate. I primi ciclamini dalle coroncine dal colore ancora spento. L'odore della terra smossa dalla pioggia sottile che penetra dolcemente a scalfire l'aridità estiva.
Il buio improvviso che scende dolcemente ed avvolge col suo mantello soffice, leggero.
I lampioni fiochi che sembrano danzare nella frescura della sera.

(Piazza Marconi Acquaro VV)

Sere d'autunno cariche di ricordi. Il buio che arrivava già alle quattro del pomeriggio e i bracieri  davanti alle porte, sui balconi carichi di crisantemi sbocciati o già colti. Di corone e trecce di peperoni rossi incartapecoriti dal sole.
Il profumo delle prime caldarroste e del mosto in fermentazione chiuso nelle botti stipate nei bassi.
Noci raccolte e fichi essiccati...Il primo fumo che saliva dai camini e portava lontano l'odore acre della legna bruciata.

(caldarroste o "pastiji")
Famiglie raccolte davanti un camino, una stufa, un braciere. Le donne a sferruzzare, gli uomini a chiacchierare. Rosari che scivolano veloci tra le dita e nenie che sanno d'antico.
Ascoltare la pioggia che scroscia sui tetti e s'incanala rumorosa  nelle strade.
Dolci, le sere d'autunno quando le tempeste non fanno paura accanto ai propri affetti.
Fuori, i rumori pian, piano diradano ed il silenzio accarezza l'aria.
Sera d'autunno, che aspetta la notte.