Pensieri...

La Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si è divertito a mescolarli insieme. (Guido Piovene)











«Se rinuncio ad amare la mia terra, contribuisco a distruggerla».



(Doris Lo Moro)











Chi di noi non ha mai sognato, specialmente in età adolescenziale, di scappare via dalla propria terra, dal proprio paese natìo?



Io penso sia una cosa capitata un pò tutti.



Evadere dalla solita routine, cercare cose e volti nuovi, viaggiare...è normale...



Poi, magari arriva quel tempo in cui ti soffermi a pensare e ripensare e forse t'accorgi che quello che hai trovato, seppur fondamentale, ti ha fatto perdere o lasciare indietro nel tempo, cose che credevi di odiare e non sopportare, e che poi ti stuzzicano, ti cercano, ti mancano...e che forse amavi...solo che non lo sapevi. (Anna)











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venerdì 15 giugno 2012

Il Museo del Dialetto di Dasà (VV)

panorama di Dasà (VV)

Metti la nostra bella terra piena di cultura antica. Metti un paesino dell'entroterra Vibonese dal nome piccolo, piccolo: Dasà,  dal greco "dasòs" che sta ad indicare luogo di boschi, posto alberato. Metti l'emigrazione che pian, piano ha portato via molti dei suoi figli, riducendo gli abitanti a circa 1500 anime. Metti una serata tra amici, una chiacchierata nella bella piazza del paese, la nostalgia del passato e del suo vivere povero, ma genuino; i cari ricordi di un tempo che fu e la voglia insistente di far rivivere in qulche modo quei tempi come a voler mettere non un sigillo polveroso, bensì una lente d'ingrandimento proiettata al futuro, per non dimenticare...

Nasce così l'idea del "Museo del dialetto di Dasà".
La caparbietà di un gruppo di  amici e la fattiva collaborazione  di quasi tutto il paese che generosamente ha donato i vecchi cimeli di famiglia facendoli rivivere, piuttosto che tenerli nascosti in cantine e bassi (catuaji) polverosi. Il prestito di alcuni, ancora attaccati ai vecchi ricordi e restii a separarsene, hanno dato vita ad un piccolo mondo antico che rivive  silenzioso all'interno del centro abitato.
Vi entri e ti si apre davanti la realtà contadina del passato coi suoi attrezzi di lavoro efficienti perchè usati con passione e soprattutto per necessità di sopravvivenza.
Ritrovi testimonianze silenziose che ti portano a riflettere sull'ingegno dell'uomo che da sempre ha usato la sua intelligenza e la forza del suo corpo per andare avanti.

Nell'era del cemento armato e delle costruzioni antisismiche ti senti piccolo, piccolo, davanti ai rudimentali mattoni di argilla, plasmati a mano dal fango e misti a paglia (briasti) ad uno, ad uno e fatti seccare al sole per costruire le antiche dimore.

T'incanti davanti alla maestria di chi ha costruito ed usato gli imponenti torchi e le antiche macine del mulino, ma anche davanti ai semplici, ma  indispensabili arnesi, piccoli, piccoli, che polverosi, e dimenticati, giacciono sul banchetto del calzolaio (scarparu), che ti sembra di rivedere nella sua botteguccia nel "catuajiu" (basso) saturo dell'acre odore di mastice, con la porta aperta sulla strada a far due chiacchiere col passante di turno.

Nelle ciotole e i mortai del farmacista (u speziale) che usava i prodotti della natura e le erbe officinali contro i malanni comuni, mentre le nonne toglievano il malocchio ai nipoti con "formule magiche" e preghiere segrete...

Or ti par d'udire un borbottio sommesso che viene da un'altra stanza. Odore di fumo acre che sale su per il camino acceso. Rivedi vecchie pentole e pignate messe al fuoco, acceso con   fascine  di frasche di ulivo e di "bruvera" (erica selvatica) trasportate dalle donne, sulla testa, e messe sotto, nel "catuajiu" al riparo della pioggia, vicino alla catasta di "zzucchi" (ceppi grossi), pronti all'uso.

 Ecco la casa del contadino, dell'uomo umile che ha, avendo una casa e un pezzo di terra, il suo immane tesoro.
Casa antica di briasti con "catuajiu"
Casa povera fatta di "briasti" e tetto di tegole, ma riparo e rifugio dopo un duro giorno di lavoro. E' la sera, infatti che sembra vivere, la stanca e silenziosa dimora che aspetta impaziente il ritorno dei suoi abitanti dal lavoro nei campi.

 Dopo cena al tenue bagliore di "una lumera" (lume ad olio) finalmente un po' di riposo a riscaldarsi davanti "o vrasciari" (braciere) dove la moglie ha raccolto le ultime braci del fuoco "du focularu"  (camino) usato per cucinare.
Una pulita e un'ingrassata alle scarpe da lavoro.Una  breve chiacchierata con la moglie, fumando una sigaretta fatta con la cartina e il tabacco, mentre lei lavora ai ferri o tesse al telaio la grezza trama della ginestra o il più prezioso lino.
A terra, sul rozzo pavimento i bimbi che giocano cu "u piruaci" (trottola di legno) fatto per loro dal nonno e la bambina che pettina i capelli fatti di ginestra, su una bambola di pezza cucitale dalla nonna o dalla mamma.
Si va a letto presto nelle lunghe e fredde sere d'inverno dove non basta certo una tegola riscaldata al fuoco a scaldare i piedi stanchi...


I primi ad addormentarsi sono sicuramente i bambini, poi gli uomini stanchi che pensano già al lavoro del  mattino, organizzando e rassegnando i pensieri di quella vita monotona e dura. L'ultima ad andare a dormire è quasi sempre la donna, regina della casa, che finisce di preparare il pranzo del domani se anche lei andrà in campagna col marito. Rassetta le poche cose, rammenda, lavora a maglia creando calze e maglioni utili alla famiglia, oppure, se abbastanza agiata e brava, tesse al telaio per se ed anche per altri su commissione.
Un'occhiata ai piccoli bozzoli del baco da seta, se  li alleva, perchè danno un altro piccolo extra molto gradito...



Eccolo lì, il maestoso "tilaru" (telaio) che spesso s'impadroniva di un'intera stanza, perchè ingombrante, ma venerato e riverito perchè amico fedele che portava calore e qualche soldo in più che non guastava mai.



Par di sentirlo ancora cigolare sotto i piedi sapienti delle nonne che tra una girata di  "nimula" (arcolaio), una passata di canna e un rosario, creavano orditi (cimuse) e trame (trama) di coperte, tappeti, tovaglie, lenzuola ecc.
Dopo qualche ora la stanchezza accumulata con la schiena ricurva per tutto il giorno, anche in campagna, si faceva sentire ed era ormai giunta l'ora del riposo. Un'ultima occhiata ai figli, una bevuta dalla "gozza" (recipiente per l'acqua, piccola giara di creta) una "'ncapizzata" (sistemata) al letto sotto la "travarca" (spalliera), per non scoprire i piedi, si spegneva la "lumera" e finalmente  si poteva riposare.

 Una giornata era finita nell'attesa di un nuovo giorno fatto delle solite cose, dei soliti lavori, della monotonia spezzata solo dalle feste grandi o patronali e da qualche lieto evento ogni tanto, come matrimoni, fidanzamenti e battesimi. Tutto nella semplicità del tempo e con la gioia di ritrovarsi con amici e parenti per consolidare rapporti spezzati dal duro lavoro.

Il viaggio nel passato del Museo del Dialetto di Dasà, finisce e te ne ritorni carico di nuove emozioni  a seconda di come l'avevi intrapreso. Ti resterà emozione, commozione, ricordo, curiosità, delusione...chissà, magari rimpianto di quel tempo che fu e non tornerà più.

Esci da quelle stanze e mentre par tutto finito e il passato rimane chiuso tra quelle mura, t'accorgi che invece qualcosa ancor ti parla e vive.

Lo ritrovi nella "vecchiarejia assettata cu a seggetta o postiajiu da porta" (vecchierella seduta con una sediolina bassa vicino al gradino della porta);  nei bambini che giocano a "mmucciatejia" (nascondino) nei "vichi" (vicoli); guardando i "mignani o barcuni" (balconi) fioriti e sventolanti di "panni 'mpisi" (bucato steso) e  di "pipi arrestati" (peperoncini rossi infilati a resta ed appesi ad essiccare).
Lo ritrovi tra mura dall'intonaco scorticato  dal quale fanno ancora capolino i "briasti" affacciati sul nuovo che avanza ed abbellisce le brutture del passato.

"O hjuma duva si lavavanu i panni" (lavatoio) abbellito come moderna cartolina turistica che invita ad entrare nella storia e nella civiltà del passato e del presente...in una donna che ancora s'ostina a portare "na cista supa a testa cu a curuna" (una cesta sulla testa con "la corona" fatta di cenci per non farsi male). Negli anziani seduti "a chiazza o friscu a chiacchiarijiare" (in piazza al fresco  a chiacchierare).


"O juacu du ruaju" (antico gioco a squadre usando un formaggio intero)





Ma soprattutto lo ritrovi nella "Ncrinata all'Arcu" (rappresentazione sacra del martedi dopo   Pasqua che ricorda l'incontro tra Gesù Risorto e la madre insieme a S.Giovanni)



Ecco, proprio quello che il Museo del Dialetto, voleva farti ricordare durante quella visita.
Non solo il passato ormai remoto dei suoi avi, ma anche e soprattutto il suo dialetto ormai sbiadito da intrusioni  emigranti da vari posti d'Italia e dall'estero.

Come un filo di quell'antico telaio che ha tessuto una lunga e larga trama in giro per il mondo, ma che aspetta sempre, solitario e silenzioso la visita di un figlio che ritorna al natio nido o quello dei suoi antenati per ricostruire una nuova tela più fresca e forse meno ruvida nella ragnatela dei ricordi tramandati...
 Perchè non rimanga solo posto di fantasmi stanchi coi loro  nomi in disuso, ma fonte di una nuova  e zampillante sorgente per quel che è, e che verrà.




Scritto da Chiapparo Anna Maria (2012)

(Tutti i diritti riservati. Vietato riprodurre anche parzialmente senza citarne la fonte o l'autrice)

Le immagini  ed alcune notizie sono prese dai siti web



































2 commenti:

Se ti va lasciami un saluto. Mi farà piacere sapere che sei passato di qua e ti sei soffermato. Grazie