Pensieri...

La Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si è divertito a mescolarli insieme. (Guido Piovene)











«Se rinuncio ad amare la mia terra, contribuisco a distruggerla».



(Doris Lo Moro)











Chi di noi non ha mai sognato, specialmente in età adolescenziale, di scappare via dalla propria terra, dal proprio paese natìo?



Io penso sia una cosa capitata un pò tutti.



Evadere dalla solita routine, cercare cose e volti nuovi, viaggiare...è normale...



Poi, magari arriva quel tempo in cui ti soffermi a pensare e ripensare e forse t'accorgi che quello che hai trovato, seppur fondamentale, ti ha fatto perdere o lasciare indietro nel tempo, cose che credevi di odiare e non sopportare, e che poi ti stuzzicano, ti cercano, ti mancano...e che forse amavi...solo che non lo sapevi. (Anna)











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sabato 9 novembre 2013

La tristezza di Novembre



(foto dal web) Acquaro VV : il Calvario
Nonostante le belle giornate di sole, novembre, inevitabilmente mette un po’ di tristezza. Tristezza per l’inverno che verrà, tristezza per le ricorrenze che ci ricordano i nostri cari defunti. Tristezza sopita che si porta con se un altro anno ormai quasi archiviato.
I miei ricordi sanno di cera che sfrigola negli innumerevoli lumini rossi che accerchiavano la cancellata del nostro Calvario. Li ricordo nel disordine eccessivo del camposanto. Erano tanti. Grandi, piccoli, accesi, spenti dal vento, con la plastica rossa, squagliata da fiammelle più vivaci.  Sembravano buttati qua e là senza criterio, ma ognuno ardeva vicino ad un caro estinto. Ogni fiammella un ricordo, ogni fiore un pensiero.
Ricordo il via vai su per la salita dopo il Calvario, ognuno con un mazzo di crisantemi spesso raccolti negli orti padronali.  Le margherite col loro profumo inconfondibile, ancora semichiuse, le “creste di gallo” col loro caratteristico colore bordeaux,  sempre ricercate perché duravano a lungo nei vasi, anche senz’acqua.
Anch’io coltivavo i miei crisantemi in campagna e curavo quelli di mia nonna nel balcone . Ogni anno facevamo nuove piante dalle talee di quelli appena recisi.
I balconi abbondavano. Che tristezza un balcone vuoto, senza vita. In paese ho visto chiudersi molti usci a poco, a poco. I balconi sgretolarsi lentamente , le inferriate arrugginirsi nelle intemperie. Finestre sbarrate che celano antichi ricordi, memorie  custodite in foto ingiallite dimenticate in qualche cassetto. Case nell’oblio abitate da fantasmi forse mai sopiti. Passano gli anni e nulla ritorna. Si perdono inevitabili anche le memorie di un tempo che fu. I ricordi sbiadiscono come carte lasciate al sole.
Ogni tanto sfrigolano come fiammelle di un lumino spuntato per caso. Durano pochi attimi e si spengono. Il tempo sembra un vecchio teatro impolverato con vecchi fantocci accasciati, senza vita. Eppure, la vita rincorre e rinchiude nuovi cicli come i fiori nati da nuove talee. Nascono, crescono, appassiscono, ma si rigenerano appena qualcuno crede che in quel piccolo pezzo di legno, scorra ancora linfa vitale. Nuova vita.
Novembre sembra racchiudere tutto ciò che è ricordo ed è ciclico. Finisce un tempo e se ne apre un altro. Le vigne riposano e gli ulivi cominciano a dare frutto. Gli uomini sperano in buoni raccolti. Cosi, dalle foto serie e sorridenti delle lapidi, i nostri cari sembrano vegliare sui nostri passi, sui nostri  progetti futuri,  e del passato non rimane che il ricordo.

Non ricordo profumi particolari di novembre.  Ricordo i primi freddi, il vento che cominciava a scuotere le prime olive mature. Un vago aleggiare del fumo della prima sansa bruciata nei frantoi o il fumo acre dei primi caminetti accesi.  Ricordo i ciclamini che facevano capolino le foglie di castagno ingiallite. Qualche riccio aperto, inerme  nel dare i suoi frutti.
 La vista di qualche fungo appena spuntato dalle generose  piogge … eppure , non ricordo profumi.

Sinfonie di Ottobre

foto dal web
Eccolo qui ottobre. Dolcemente silenzioso, è arrivato anche quest'anno. Non s'ode garrito di rondine, ne canto di cuculo che fino all'altro giorno volteggiava intorno all'antenna e cantava la sua canzone al vento.
Anche le nubi sembrano stanche e vanno dolcemente vaganti per un azzurro turchino che sa di mare.
L'orizzonte segna la sua linea infinita, laggiù dove riesco ad intravedere le onde che s'accavallano
spumose sulla spiaggia.
Poco lontano ciminiere fumanti che ammorbano l'aria e cancellano la poesia intorno. Paesaggio sbiadito, dai colori sgargianti, ma informi.
La mente scavalca le onde, volteggia oltre le ciminiere annerite, trapassa l'orizzonte e s'immerge nei
ricordi di una diversa dolcezza cullata dal tempo. Sparisce l'azzurro del mare ed invade, ed abbaglia di sinfonie in rosso, rame, marrone, giallo...
Ho negli occhi l'erta che porta a Serra San Bruno.
Subito dopo Arena, s'apriva, in questo periodo, uno scenario stupendo di tavolozze di colori impazziti.
Come se un artista pazzo si fosse divertito a mischiare tutti i colori caldi tra loro e a spruzzarli tra i rami degli alberi dei boschi.
A terra, tappeti infiniti degli stessi colori, facevano quasi male alla vista nel riverbero del sole.
In paese tutto sembrava uguale, stantio.
Sembrava...
Malamotta coi suoi cespugli di ginestre ed eriche sfiorite. Qualche pesco ormai spoglio e i fichi dalle
foglie accartocciate, pronte a cadere giù da un momento all'altro.
Il verde degli ulivi svettava sovrano. Qua e là un riflesso d'argento.
Solo verso Salandria s'intravedeva qualche sprazzo di colore giallo- ramato. I castagni carichi erano
pronti al riposo e lasciavano stancamente le vecchie foglie alla madre terra che aspettava il suo
nutrimento annuale.
L'aria addolcita, sapeva di miele selvatico.
L'uva meravigliosamente zuccherina, aspettava paziente sui filari le ultime vendemmie. I filari, ordinati come soldatini, tristemente s'accasciavano in attesa dei nuovi virgulti, ma quasi consapevoli di aver fatto tanto. I generosi raccolti, frutto di sudore antico, non deludevano quasi mai.
Dai palmenti nascosti nei bassi bui e nei moderni garage, si sprigionava un piacevole fermento, fatto di allegria, di risate, di racconti.
Il cigolio delle moderne sgrappatrici, sicuramente più pratiche e veloci, non avevano la stessa magia
dell'uva pestata coi piedi di una volta, ma la vendemmia ha sempre in se qualcosa di misteriosamente
magico.
Il ticchettio regolare del torchio che regala il prezioso nettare, si sentiva per giorni e giorni nelle vie, ma non dava fastidio. L'aria satura di profumi sembrava addolcire tutto e tutti. Per questo, mi piace pensare che la vendemmia sia qualcosa di magico...
I miei ricordi sanno di mele e finocchi selvatici, di mosto cotto e dell'acre odore delle vinacce spremute che ubriacava stando al chiuso, ma soprattutto, ho ricordi di amicizia, di rispetto tra noi, di aiuto vicendevole.
C'era una certa forma di stima non svelata, ma sicuramente sentita.
Ottobre non mette tristezza. Magari da un senso nostalgico alle cose. Un pizzico di malinconia in più, ma è un mese riflessivo.
Ti porta a ritrovarti, a riscoprirti, a rafforzarti per riuscire in seguito a porti meglio agli altri. In un certo senso è un ponte tra il vecchio e il nuovo.
Ogni sera verso il tramonto, da anni, ascolto silenziosa le sue sinfonie e ne faccio tesoro.
Come la terra aspetta le foglie che danno nutrimento, io m'incanto ad ascoltarlo, a sentirlo vibrare nel suo vento curioso e mai invadente. Mi nutre con la sua dolcezza e sento in quei momenti solo miei, che nulla accade mai per caso. Anche i ricordi aiutano a riflettere e a crescere.
Tutto ha un fine preciso e sta a noi coglierne i significati reconditi. Sta a noi capire e decidere se crescere e diventare fertili come la madre terra o restare sterili zolle bruciate dal sole estivo.