Pensieri...

La Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si è divertito a mescolarli insieme. (Guido Piovene)











«Se rinuncio ad amare la mia terra, contribuisco a distruggerla».



(Doris Lo Moro)











Chi di noi non ha mai sognato, specialmente in età adolescenziale, di scappare via dalla propria terra, dal proprio paese natìo?



Io penso sia una cosa capitata un pò tutti.



Evadere dalla solita routine, cercare cose e volti nuovi, viaggiare...è normale...



Poi, magari arriva quel tempo in cui ti soffermi a pensare e ripensare e forse t'accorgi che quello che hai trovato, seppur fondamentale, ti ha fatto perdere o lasciare indietro nel tempo, cose che credevi di odiare e non sopportare, e che poi ti stuzzicano, ti cercano, ti mancano...e che forse amavi...solo che non lo sapevi. (Anna)











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sabato 12 luglio 2014

La vecchia cartella della zia

La vecchia cartella della zia

Quando passavo i lunghi e spesso noiosi pomeriggi dalla nonna, cercavo sempre di tenere mani e mente, occupate il più possibile, ma il più delle volte non c'era la giusta concentrazione per leggere qualcosa e quindi preferivo quasi sempre portarmi dietro l'uncinetto.
Un giorno, per caso, scoprii la vecchia cartella di scuola di mia zia, e da allora divenne per me come un piccolo inusuale tesoro tutto mio.
La zia, non era tanto accondiscendente però, e non mollò mai la presa. Non era cattiva, ma semplicemente fatta a modo suo e a volte un po' scorbutica.
Se ti regalava qualcosa non la finiva mai di ricordartelo, altrimenti, se diceva no, era no per sempre e raramente cambiava idea.
Non aveva figli, ma nonostante ciò penso non abbia mai legato a fondo con noi nipoti proprio a causa del suo particolare carattere.
Era molto gelosa delle sue cose, ma sapeva anche essere generosa...quando le andava.
Inutile dire che l'estro creativo era in me già da allora, ancora adolescente e subito m'innamorai di quella vecchia cartella rugosa, quasi rattrappita dal tempo, ma ancora in buone condizioni perché tenuta come una reliquia.
La trovai un pomeriggio afoso, in piena estate mentre aiutavo mia zia a cercare qualcosa che non ricordo più. Era nel sottoscala chiuso con una bella tenda di pizzo
che celava un lettino singolo dove ogni tanto noi nipoti ci fermavamo a dormire. Era avvolta in carta pacco ed infilata in una busta di plastica.
Aveva due chiusure simili a quella della foto ed il colore era di un marrone scuro.
La vecchia cartella che usavano negli anni 40/50.
Subito la zia m' intimò di rimetterla a posto che quella era la sua cartella e la voleva tenere per ricordo... Io prendendola un po' in giro, almeno in questo non se la prendeva, anzi, era un tipo abbastanza scherzoso ed alla mano con tutti, la aprii e mi ritrovai in mano uno splendido libro di italiano, mi pare di terza o quarta elementare più un sussidiario dello stesso anno.
Inutile chiederle di regalarmela, conoscendola...
La zia continuò a borbottare, ed io le chiesi almeno il permesso di sfogliarli, di leggerli. Ci misi un po', ma la spuntai. Mi sedetti e cominciai a fogliare quelle pagine ormai ingiallite con molta cura, ma anche avida e curiosa. Ricordo che leggiucchiai qualcosa qua e là, convinta che avrei avuto modo in seguito di portare a termine la mia impresa. Sfogliai anche il sussidiario e poi rimisi tutto a posto.
Da quel giorno il mio pensiero rimase incantato tra quelle pagine, ma la zia era un osso duro e a volte ho anche pensato che me lo facesse per dispetto a non darmi quel libro che desideravo tanto leggere, chissà...
Arrivò il tempo che gli zii dovettero partire per la Puglia, terra dello zio, dove aveva i parenti e la mia mente cominciò ad architettare il modo per poter leggere finalmente quel libro, ma non ci fu bisogno di grandi manovre perché per fortuna io e la nonna eravamo abbastanza complici e quando glielo chiesi non fece tante storie. L'unica sua paura, conoscendo la figlia, era la sua reazione "tragi-drammatica", ma io la rassicurai che avrei messo tutto a posto per bene.
In quei giorni di vacanza della zia, lessi e rilessi finalmente il mio amato libro di scuola elementare di una quarantina di anni prima ed ogni volta era una emozione diversa. Sfogliavo le pagine lentamente come fossero di carta velina, ma in realtà erano molto spesse ed il libro ben tenuto non mostrava nemmeno i segni del tempo se non in una patina giallognola e qualche macchia qua e là.
Mi par di vedere ancora le poesie brevi brevi con le figurine dolci di candide fanciulle con le treccine, i codini... Quasi sempre, in ogni illustrazione figurava anche un animaletto: un cagnolino, un gattino, una farfalla, un uccellino...le classiche figurine anni 50 che fanno tanto cartoline vintage.
I racconti...mi sembra tornar bambina quando vado a ritroso nel tempo dietro a questi semplici ed ingenui ricordi...La moglie stolta- coi suoi due ceci e le duemila tagliatelle...la fidanzata pensierosa che fece cadere tutto il vino in cantina, assalita da mille dubbi....
Già, qualche ricordo volteggia ancora tra i meandri della mente...
Ogni tanto parlavamo della vecchia cartella, ma più insistevo a chiedergliela, peggio era. Non me la diede mai, nemmeno per leggere le storie (rimase un segreto tra me e la nonna) anche se a me in realtà interessava il vecchio libro di lettura...

Non so perché stasera mi è venuta in mente questa vecchia storia...
Passarono gli anni e gli zii si trasferirono in Puglia l'anno in cui mi sposai ed anche se andai a trovarli, non ne parlammo più, anche perché, forse, non ci ho più ripensato...La zia ormai non c'è più e stasera mi ritrovo a pensare alla fine di quella vecchia rugosa cartella di scuola sopravvissuta al tempo che aveva ammaliato così tanto un'adolescente avida di letture.
Da allora amo tanto le vecchie immagini vintage ed ho anche una piccola collezione di cartoline illustrate anni 50/60. Inutile dirvi che le più amate sono quelle con le dolci figure di bambini dell'epoca.

(A/ C 2014)


Il mio lontano giugno

E' incredibile come basti un profumo o la semplice visione di un qualcosa, ad evocare ricordi sopiti da tempo.
Capita spesso e mi ritrovo a pensare alla meravigliosa macchina che è la nostra mente, anche se purtroppo ogni tanto s'inceppa anch'essa. Una memoria ben ordinata in archivi numerati negli anni, poi capita "un soffio di vento" e rimescola tutto creando disordine...
Un'immagine di candido giglio ha evocato in me tutta la scena della mia P. Comunione. Quante immagini vedo ogni giorno riguardante tale cerimonia: bomboniere, confetti, gigli stessi...eppure mai ho ripensato a quel giorno prima d'ora, in maniera così intensa.
Quanti ricordi improvvisamente hanno cominciato la loro danza nostalgica!

Aveva un sapore dolce giugno. Sapeva di miele, di rose e di gigli dal profumo inebriante che facevano capolino da tutti i ridenti orti vicini.
Più su, verso Piani, nelle rare passeggiate, si stendevano a dismisura distese d'oro. Il grano maturo fluttuava nel vento e i rossi papaveri, sembravano, da lontano, farfalle ubriache intente ad inseguire l'onda che a sua volta dava un senso di tenera morbidezza che invitava alle carezze.
Sembrava nell'aria saltellasse qualche magico folletto che si divertiva a scompigliare tutto dolcemente...
Scendendo verso il paese, i campi sterminati sembravano rattoppi ordinati di un'immensa coperta colorata.
Anche la luce naturale sembrava più dolce e mielata nei giorni antecedenti il caldo afoso e la chiusura delle scuole invitava a stare sempre all'aperto con continui vocii per tutte le vie, da mattina a sera.
Per la festa di S.Antonio c'era solamente la processione e qualche bimbo veniva sempre vestito col saio del frate per cercare la sua benedizione o come ex-voto. Nei giorni precedenti la festa, in quasi tutti i quartieri c'era qualche devota che preparava dei panini da offrire a parenti, vicini ed amici. Era uno scambio continuo perché erano in tanti a farli. Un gesto semplice che veniva da lontano.
Un tempo, il pane si dava ai poveri, ai bisognosi, poi rimase solo un simbolo, ma non di rado, grazie a questo gesto si chiarivano piccole incomprensioni.
Regalando un panino del santo a qualche vicina con la quale non ci si parlava da un po', magari si riusciva a far pace e tutto tornava come nulla fosse accaduto.
Di solito questo compito toccava a noi figli. Mia madre preparava dei panini in cestini e con mia sorella facevamo vari giri finché non finivamo tutto il pane preparato. Ed era tanto!
Era sempre ben accolto e gradito il pane di S. Antonio e S. Giuseppe a marzo. Qualcuno, passando per strada lo chiedeva pure, e mia madre ci diceva sempre che dovevamo darlo a chiunque lo chiedesse. Non si doveva rifiutare mai, se possibile.

Piccoli ricordi che saltellano giocosi e fanno rivivere persino il profumo che usciva da quel vecchio forno della vicina dove sfornava tutto il vicinato...
Il forno era in un orto vicino casa mia ed ogni volta che avevamo bisogno tutti potevamo fare il pane o i dolci pasquali.
Sotto il suo muro ho passato pomeriggi e serate estive alla fioca luce di un lampione circondato da falene ballerine. E' lì che la sera le lucciole ci facevano compagnia con le loro danze luminose e i grilli cantavano le loro serenate...
Da una rete arrugginita s'affacciavano rose e gigli a regalarci il loro intenso profumo.
Ai miei tempi non si andava dal fioraio a comprar fiori. Negli orti vi era sempre abbondanza, soprattutto per novembre...

Ricordo benissimo il giglio della mia P. Comunione... era bellissimo e pure pesante avendo ben tre fiori sbocciati su uno stelo! Io cercavo di stare attenta a non romperlo e seppur impacciava tanto, lo riportai integro a casa.
Me l'aveva" procurato" la zia chiedendolo ad una sua vicina di casa che aveva un buon pollice verde per i fiori un po' richiesti da tutti.
Alcuni bambini avevano la calla, ma il giglio di S.Antonio era tutt'altra cosa e più ricercato.
Che dire del vestito? Una nuvola di tulle e pizzo che ci faceva sembrare piccole spose.
Addobbate dalla testa ai piedi con coroncina col velo, guanti e scarpe imbellettate se erano usate...
Non tutti potevano permettersi roba nuova e spesso i vestiti si prestavano e passavano da sorelle e cugine.
L'emozione che provavamo era indescrivibile.
Allora Don Peppino ci faceva l'esame prima di presentarci all'altare, altroché. Se non avevamo ben seguito il catechismo ed imparato tutto, rimandava all'anno venturo senza tanti preamboli. Più frequentemente per la Cresima che magari considerava più importante.
Ora i bambini fanno anni di catechismo, ma alcuni non sanno nulla...
Altri tempi i miei.
Il fotografo c'era in chiesa, ma le foto erano contate. Non credo arrivassero a dieci.
Oggi la P.Comunione è diventata per alcuni un piccolo matrimonio. Ore di parrucchiere, estetista e pose da modella per un book fotografico di anche cento foto con finale in ristoranti alla moda...mah... molte parrocchie hanno stabilito l'uso di tuniche tutte uguali per evitare fasti, ma molti bambini di oggi sembrano piccoli divi della TV che recitano una parte, altro che la nostra emozione per l'incontro con Gesù!
Dov'è finita la magia e la dolcezza di quel tempo? La nostra ingenuità pulita, senza fronzoli anche se certo era bellissimo anche per noi indossare un vestito da bambola.
La nostra sfilata non era su un set fotografico, ma per le strade a portare un'immaginetta o una piccola bomboniera ricordo a parenti ed amici. Era quella l'unica nostra frivolezza. Farci guardare dai vicini che ci facevano gli auguri.
Poi, la settimana seguente, di solito, c'era la processione del Corpus Domini e tutti sfilavamo in bell'ordine accanto al Santissimo. I maschietti da un lato col loro bel vestitino blu e noi dall'altro col nostro tulle frusciante e le mani giunte.
Era la festa più bella quella del Corpus Domini.
Passava il Santissimo per le vie del paese e quindi tutti in ogni quartiere, in perfetta armonia, collaboravano mettendo a disposizione le tovaglie, le lenzuola, i vasi più belli per addobbare parati ed altarini.
Era ovunque un tripudio di colori e le strade striate di petali di fiori colti il giorno prima nei nostri generosi campi. Soprattutto la ginestra col suo giallo oro.
Una meraviglia e nostalgicamente mi par di sentire ancora quel profumo di miele selvatico, di pane caldo, di ginestra e di gigli sbocciati nel mio lontano giugno del '76.

(Anna M. Chiapparo 2014)


lunedì 24 marzo 2014

Le colline di marzo

Come dice una famosa canzone, i giardini di marzo si vestono di nuovi colori...
nel mio paese le colline intorno, si vestono sempre di nuovi colori.
Un tripudio di colori nuovi, soprattutto dopo il grigio spento dell'inverno.
Dal bianco puro di ciliegi e biancospini, il rosa tenue dei peschi in boccio e i ciuffi di erica selvatica e ginestre in fiore, sempre rigogliose.
Eppure, per non smentire la nomea di pazzerello, qualche volta ci regalava anche la sorpresa della neve.
Si annunciava con un freddo pungente, un'aria gelida e pesante sotto nuvoloni neri, immobili, cupi che sembravano voler cader giù da un momento all'altro piuttosto che sfaldarsi dolcemente nei soffici fiocchi.
Una morsa di gelo stringeva tutto, poi, come per magia tutto s'addolciva.
I fiocchi arrivavano giù silenziosi e pian, piano ricoprivano le cose e in un magico silenzio tutto diventava quasi ovattato. Quando nevicava di notte, il buio sembrava l'irreale scenografia di un mondo fatato.
La neve di marzo aveva il potere di addolcire tutto o forse era una mia impressione non essendoci abituata, chissà...
Da piccola, ricordo che mio padre ne prendeva sempre un po' dalla grondaia bassa del cucinino.
La prendeva delicatamente con un bicchiere, dove era pulita ed intatta e per noi bambini era una gioia assaggiarla come se fosse il miglior gelato al mondo.

Sembra di  rivedermi affacciata al balcone. Ho davanti Malamotta  che sembrava una scenografia di presepe...
Ogni tanto s'udiva il  tonfo ovattato della neve che cadeva dai rami penduli degli alberelli che non reggevano il carico.
Non di rado veniva giù anche qualche ramo che non resisteva allo sforzo.

La strada, immacolata all'alba, subito veniva inquinata e sporcata dalle ruote dei motocarri e delle auto che sfrecciavano giù verso la piazza. La neve sporca di fanghiglia, s'accumulava ai bordi creando cumuli marroncini e grigiastri che non avevano nulla di romantico.
Solo, lassù, in alto sulle colline e sui tetti, tutto restava candido e meraviglioso. Era bello perdere lo sguardo in quella magica atmosfera.
Durava sempre poco la neve di marzo... al massimo due o tre giorni e poi tutto tornava come prima.
Signora Primavera scioglieva il suo canto e tutto intorno sbocciava al volo delle garrule rondini festose che cominciavano a tornare. Curiose ed indaffarate cercavano i vecchi nidi da riparare o nuovi posti per costruire.
Mai stanche da mattina a sera e cianciose ed allegre nei loro codici segreti che rallegravano l'aria.

E noi bambini amavamo la primavera. Le giornate più lunghe invogliavano a stare all'aperto e a scuola si programmava qualche passeggiata per le vie di campagna del circondario. 
Ricordo con piacere la festa dell'albero quando venivano piantati dei nuovi alberelli nel parco antistante il cimitero.
Ogni anno a primavera il parco veniva arricchito di nuovi piccoli esemplari.
E' un luogo a me molto caro quel parco alberato.
I posti più belli e suggestivi sono quelli che danno sui pendii verso Dasà ed Arena.
Mi par di ricordare qualche boschetto di quercioli...luoghi solitari che sembrano custodire mille segreti legati al luogo sacro o custodi di un mondo di gnomi fatati ed invisibili all'occhio umano.
Quegli gnomi, curiosi e burloni che fanno qualche dispetto nascondendo le cose che incidentalmente perdi, ma che sanno anche intrecciare coroncine di fiori profumati da regalarti...eh sì, marzo, riesce ancora a farmi sognare.

(Anna M.Chiapparo 2014)

tutti i diritti riservati

lunedì 24 febbraio 2014

Ricordi e pensieri

Diventa sempre più piccolo il mio cielo. Un tempo spaziavo lo sguardo da un alto balcone ed in lontananza, l'orizzonte profumava di ulivi dalle chiome argentee. 
Davanti e a destra le mie colline, col variare delle stagioni, diventavano tavolozze di colori variopinte che mi regalavano emozioni uniche. 
Ora il verde smeraldo della primavera che satura di pioggia invernale, sbocciava rigogliosa; ora l'imbrunire dell'autunno che accartocciava le foglie fino a regalarle al vento che se le portava via in un'ultima danza colorata.
 Il cinguettio degli uccelli nei loro rondò infiniti e il garrire delle rondini che costruivano o rattoppavano i nidi sotto il campanile della chiesa vicina.  Così vicina che si udivano da casa, i canti del coro.
Il chiacchiericcio dagli orti della chiesa dove da mane a sera c'era sempre qualcuno che lavorava  e chiacchierava. Le risate e i giochi dei bimbi che si rincorrevano mai stanchi, le voci note dei vicini che provenivano dalle case o dagli usci dove sedevano in estate.
 Le auto in corsa nella discesa verso la piazza...
la piazza...
ne intravedevo un pezzo, quello dove c'è il municipio col suo bell'orologio sul tetto. Quell'orologio che segnava sempre le mie ore coi suoi rintocchi continui e la vecchia sirena che suonava alle otto e a mezzogiorno fin quando non diede fastidio e la tolsero per sempre. 
Su quei gradini baciati dal sole, soleva sedersi mio nonno, un tempo, insieme ad altri anziani del paese. Dal balcone, ogni tanto l'osservavo...  
Mi perdevo sempre oltre l'orizzonte immaginando il mare, a noi lontano e scrutavo curiosa  il girovagare delle nuvole bizzarre... adoravo il cielo grigio, foriero di pioggia e spesso, avendo il balcone un tettuccio, guardavo anche la pioggia che scendeva  copiosa a  creare rigagnoli giù nella strada. Adoravo il freddo pungente e il vento sul viso.

 Le rare volte che ci svegliavamo con la neve, Malamotta sembrava un mondo incantato sospeso tra cielo e terra. Unica.
Che strana la vita.
Allora cercavo il mare ed oggi il mio nuovo orizzonte è fatto di mare, ma mi ritrovo a pensare con nostalgia a quel panorama di tanti anni fa...   
Oggi ho un terrazzo per scrutare il cielo e le nuvole. Catturo i loro movimenti e vado a caccia di immagini. Ogni sera aspetto le stelle e la luna. La cara, amata luna.
Secondo lo zodiaco dovrei amare il sole, ma il mio cuore aspetta sempre la dolcezza della sera e della luna con la sua forza che è linfa vitale. La forza di squarciare le tenebre ed illuminare la notte...non abbaglia come il sole e puoi stare a guardarla per ore...  

Non ci sono più gli ulivi nel mio orizzonte. Oggi è una linea marcata che  fonde cielo e mare ed ogni tanto scompare inghiottita da dense nubi di nebbia incolore. Ciminiere infuocate svettano a ridosso di una spiaggia meravigliosa che avrebbe tanto da raccontare.  
Ho perso per sempre i colori delle stagioni eppure, la natura stessa mi manda i suoi messaggi inequivocabili. L'azzurro splendido del cielo nelle belle giornate, l'aria dolce dell'autunno, il grigio dell'inverno e purtroppo il cielo incolore dell'afa in estate.   
Tetti e facciate colorate, diradano verso il mare e la sera in lontananza s'accendono le luci delle petroliere coi loro carichi inquinanti che bruciano nelle ciminiere intorno.
I lampioni nella via abbagliano il cielo, ma le stelle, lo stesso fanno capolino ogni sera e la luna è sempre lassù che m'aspetta.   
Non so se m'interessa ancora scrutare l'orizzonte. Il tempo stende impietoso il velo della rassegnazione che fa diventare tutto opaco, stantio ed informe.
Passano così i giorni e gli anni e solo se il cuore è ben disposto ti accorgi delle piccole cose che cercano di colorare la vita e la monotonia.    
Una farfalla che volteggia  leggera. Le rondini gaie che  giungono a primavera e svolazzando fino a sera partono poi in autunno inoltrato in stormi che oscurano il cielo. I passerotti che scendono a cercar briciole, sapendo di trovarle, le cornacchie sulle antenne e i cuculi coi loro canti a volte fastidiosi.   
Il cinguettio dei nuovi uccellini nei nidi sotto la grondaia vicina. Sempre affamati! 
I primi volteggi incerti dei colombini appena nati. Lo sbocciare dei fiori nei vasi seppur ormai poco curati. L'ingiallire e il nuovo sbocciare della vite americana sulla rete...>
 

Ecco, anche qui, posso vedere lo scorrere delle stagioni coi loro colori. La natura cerca di destarmi sottraendomi alla luna, all'oscurità della sera, ma non so ancora quanto il cuore desideri lo sfavillio della luce che spesso abbaglia. Negli anni, è il cuore che è cambiato e non c'entra più  la nostalgia. Inevitabilmente, i ricordi, portano solo malinconia. 
                                                                   



(Anna M. Chiapparo 2014)

Febbraio e il carnevale di un tempo

Ho di febbraio come la sensazione di un mese silenzioso e tranquillo nonostante qualche anno capiti di festeggiare il Carnevale con la sua caratteristica di allegria scherzosa e spensierata. Un mese di passaggio tra il gelido inverno che si culla come un ponticello sospeso a cavallo con la primavera.
I miei ricordi, al solito vagano tra i meandri della tranquilla vita paesana e soprattutto della vita contadina dei miei tempi.
Giorni lenti, silenziosi e monotoni, come possono essere i freddi giorni invernali quando la sera scende sempre molto presto.
Eppure, verso metà mese, qualche bella giornata di sole non mancava mai e per l'aria cominciava ad aleggiare signora primavera coi suoi profumi e colori nascosti, pronti a straripare per l'aria  e per  i giardini rigogliosi dopo le abbondanti piogge.                  
Anche l'animo, stanco dopo il rude inverno, sembrava volersi sciogliere al pallido sole, in cerca di tepore e di nuovi colori per lo sguardo.
Il maiale, molte famiglie già lo sistemavamo, poverino, già verso Natale per evitare proprio improvvisi colpi di calore che avrebbero potuto rovinare la carne o peggio, anticipare la nascita  delle mosche fastidiose. I salumi, per essiccarsi bene avevano bisogno di un freddo secco, non umido che li avrebbe resi invece, appiccicaticci e sempre molli.

Il nostro Carnevale era semplice e senza tante pretese. Non esistevano ancora carri allegorici e nemmeno le tante belle mascherine che oggi invadono le vie coi loro colori allegri e i vestiti pomposi. I bambini e ragazzi d'allora si divertivano con poco. Vecchi abiti dismessi o dei nonni, qualche mascherina anche di cartone, bidoni, giusto per far rumore e ci si divertiva spensierati per le vie.
L'unico desiderio era quello di essere invitati in qualche casa dove suonavano, a bere e ad assaggiare  qualcosa di buono. Se non aprivano, i portoni venivano battezzati con la farina in segno di rimprovero.
Qualche malcapitato poteva ritrovarsi infarinato dalla testa ai piedi. Non c'erano ancora coriandoli e bombolette inquinanti in giro. L'unica cosa che si usava era la farina o al massimo la cenere da buttare scherzosamente ai passanti che incrociavano il loro cammino, ma rispettando sempre gli adulti, anche per paura di qualche sculacciata.
Il pranzo tipico del Carnevale era a base di carne di maiale. Salsicce, costate e le immancabili polpette per fare il sugo con cui condire la pasta, generalmente fatta in casa. I dolci tipici erano "i nacatuli" un tempo usati anche nei ricevimenti di nozze e non mancava quasi mai il sanguinaccio di maiale. 
Il martedì grasso, per finire in bellezza, si faceva il funerale a re Carnevale. Spesso costruivano delle vere e proprie bare con assi di legno e vi adagiavano dentro un fantoccio di cenci che veniva portato in giro per il paese seguito da lamenti di bambini vestiti a lutto che facevano i "giangiulini" e tanto di prete con la tonaca.
 Quasi sempre, la bara veniva buttata nel fiume con alte grida di dispiacere che rendeva il tutto molto tragicomico. Molti si affacciavano dai balconi o creavano capannelli per vedere la scenetta. La serata finiva in allegria bevendo, mangiando e ballando dove possibile, in attesa dell'indomani, mercoledì delle ceneri quando era impossibile mangiare carne di qualsiasi tipo per non "cammararsi" (far peccato).
Svaniva dolcemente febbraio, così com'era entrato. Ogni tanto faceva un exploit scenografico con qualche fiocco di neve di breve durata, ma tutti ci rendevamo conto che le giornate cominciavano ad allungarsi e l'aria piacevolmente cambiava di giorno in giorno.      
In punta di piedi, sembrava levar un po' alla volta il suo ponticello levatoio e si ritirava in letargo fino all'anno venturo. Dormiva il suo sonno, cullato dai teneri bocci di primavera che rigogliosa ammantava le colline e i giardini in fiore.

(Anna M. Chiapparo 2014)

sabato 25 gennaio 2014

Il gelido gennaio

Freddo e lungo, gennaio, serra di gelo le campagne e la terra ghiaccia con la sua morsa pesante.
Cieli stellati, qualche nube curiosa che vaga incerta a cercare cantucci dove sostare nell'immoto gelido della notte.
Cade la brina silenziosa e tutto imbianca come velo di sposa...

C'era freddo e tanto. Un freddo pungente che però non faceva male se non nelle mani costrette a cercare nella nuda terra, usate a lavorare sotto gli argentei ulivi, tra le viti ormai addormentate, nei boschi incantati da poesie sussurrate, ormai smarrite tra foglie ingiallite....legna e carbone da fare per affrontare il lungo inverno.
Solo qualche fuoco, dava ristoro per un momento. Poi  il freddo ridava ancora il tormento.
S'andava presto al mattino; molti a piedi e ci s'incontrava nelle viuzze di campagna o alle uscite del paese dove ognuno prendeva poi, la propria strada.
Silenziosi, rannicchiati, ognuno coi propri pensieri sotto i fazzoletti pesanti o nelle coppole stinte negli anni  dal pallido sole.

Gli scialli nascondevano le spalle curve che tanti pesi avevano sopportato. Chissà quanti ancora da portare...
Era triste gennaio, quando alle quattro del pomeriggio era già quasi buio e le finestre s'illuminavano di luce ormai artificiale.   
 Le strade tornavano silenziose e solo i fumaioli fumanti sembravano vivere tra spettri informi.
Gli unici momenti di festa erano per l'uccisione del maiale,  se non si era già provveduto verso Natale.
Non mancava in quasi nessuna famiglia e ci si aiutava a vicenda.
Era una festa lavorare e stare in compagnia.

Le lunghe sere d'inverno, quelle che sembravano non  voler passare mai, finivano spesso davanti al focolare. La mamma rammendava o sferruzzava, gli anziani raccontavano "cunti" e "cuntareja", qualche rosario sgranato tutti insieme. I padri spesso sonnecchiavano stanchi, pensando già al domani.
Poi arrivò la televisione ed il mitico Carosello. Nuovo appuntamento che prese il posto dei cunti delle nonne,  che da sole, silenziose, continuavano a  recitare ancora qualche preghiera.

 
Con l'avvento della televisione, le fredde sere di gennaio e dell'inverno, finalmente passavano più dolcemente e velocemente.
Eppur restava gelido, gennaio.
 
(Anna Maria Chiapparo )
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Foto dal web
 

domenica 5 gennaio 2014

Calabria mia

Terra luntana 
vestuta di sula
Terra nativa
chi parri d'amuri
tutti t' amamu
ma si potimu
luntanu scappamu.
 
 Simu poeti e pitturi
e ti cantamu
canzuni d'amuri.
 
Tu sempa
'ndi aspiatti
supa si scuajji
e di tuttii parti
'ndi ricuajji.
 
Terra smaniusa
ca non hai riparu
duni alluaggiu
all'uamu e o cotraru.
 
Si matri terra
pe'  fimmani 'ngrati
ca oja juarnu
su tutti emigrati.
 
Puru io
matre mia ti dassai
e nu puacu m'alluntanai
ma non c'è n'ura
i  juarnu ca cu
penziaru attia
no fazzu rituarnu.
 
Calabria mia,
terra amara
pe tutti nui luntani
si sempa cchiù cara.
 
 
 (Chiapparo Anna Maria- poesia in vernacolo calabrese parlato ad Acquaro)

Profumi e colori di dicembre


 
Arrivava sempre presto dicembre. Sembrava inevitabile pensare che il tempo volasse via veloce appena finita l'estate. Sapeva di rito scaramantico pensare che l'anno vecchio veniva "subito" archiviato, guardando a quello nuovo pieno di speranze.
Salvo poi ammettere che ogni anno aveva sempre le sue pene e i suoi affanni...praticamente uguale a quello andato...
 
Faceva freddo e spesso la mattina, lungo i viottoli di campagna, la brina gelata  brillava come preziosi brillanti nel sole pallido che svogliatamente, s'alzava a cominciare il nuovo giorno.
 
Erano tanti ed unici i profumi dell'ultimo mese dell'anno.
Il profumo più bello era quello del muschio che raccoglievo per il presepe, ma mi piaceva tanto sentire l'odore della legna che bruciava nel camino e scoppiettava in mille scintille veloci. Era là, accanto al camino, da sola, che riuscivo a varcare i confini dell'infinito, quando fuori scrosciava la pioggia. Spesso mi rannicchiavo a leggere o scrivere pensieri, allora, forse un po' sconclusionati..
.     
L'odore acre del fumo che fuoriusciva dai comignoli, permeava l'aria costantemente.
Ed era in campagna che stavo più bene. Nell'erba bagnata di pioggia o semplice rugiada. Nelle zolle che "fumavano" asciugandosi al sole. Sotto gli argentei ulivi che grondavano piangenti o stormiti dal vento che s'insinuava curioso e veniva a stuzzicare... 
E che dire del Natale?  
Il nostro Natale non era luccicante di luci e carte scintillanti, ma profumava di agrumi appena raccolti, di  pignolata fatta in casa, di "curujicchie" appena fritte... 
profumo di bosco e di mirtillo selvatico, di corbezzoli maturi, di muschio appena raccolto.
Nenie lontane, dolcissime che arrivavano all'improvviso da un luogo indefinito, si spandevano per l'aria da zampogne curiose che sbucavano per le vie...
 
Erano sempre corte le giornate fatte di campagna e di poco altro. Tutti ce ne stavamo rinchiusi nelle nostre cucine, calde di camini, stufe e bracieri... e passava il tempo ora inesorabile, or lentamente lasciando dentro già la nostalgia del ieri appena passato o la speranza del domani da vivere. 
 
Il grigio del cielo, sprazzi d'azzurro tra nuvole incerte. Il giallo ormai spento dei castagni addormentati e l'argento degli ulivi, unici cavalieri del tempo che archiviavano storie di vita vissuta...questi i colori di dicembre che voglio ancora ricordare, piuttosto che bagordi di folle impazzite per centri commerciali, luccichii artificiali che abbagliano il cuore, "canzoni sparate" a pieni decibel per le vie del commercio cittadino e stelle rosse che appena passate le feste finiranno la loro breve vita in cassonetti stracolmi di pacchi e pacchetti ormai scartati e bottiglie svuotate...
 
(Anna M Chiapparo - 16 Dicembre 2013)