Pensieri...

La Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si è divertito a mescolarli insieme. (Guido Piovene)











«Se rinuncio ad amare la mia terra, contribuisco a distruggerla».



(Doris Lo Moro)











Chi di noi non ha mai sognato, specialmente in età adolescenziale, di scappare via dalla propria terra, dal proprio paese natìo?



Io penso sia una cosa capitata un pò tutti.



Evadere dalla solita routine, cercare cose e volti nuovi, viaggiare...è normale...



Poi, magari arriva quel tempo in cui ti soffermi a pensare e ripensare e forse t'accorgi che quello che hai trovato, seppur fondamentale, ti ha fatto perdere o lasciare indietro nel tempo, cose che credevi di odiare e non sopportare, e che poi ti stuzzicano, ti cercano, ti mancano...e che forse amavi...solo che non lo sapevi. (Anna)











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lunedì 24 febbraio 2014

Ricordi e pensieri

Diventa sempre più piccolo il mio cielo. Un tempo spaziavo lo sguardo da un alto balcone ed in lontananza, l'orizzonte profumava di ulivi dalle chiome argentee. 
Davanti e a destra le mie colline, col variare delle stagioni, diventavano tavolozze di colori variopinte che mi regalavano emozioni uniche. 
Ora il verde smeraldo della primavera che satura di pioggia invernale, sbocciava rigogliosa; ora l'imbrunire dell'autunno che accartocciava le foglie fino a regalarle al vento che se le portava via in un'ultima danza colorata.
 Il cinguettio degli uccelli nei loro rondò infiniti e il garrire delle rondini che costruivano o rattoppavano i nidi sotto il campanile della chiesa vicina.  Così vicina che si udivano da casa, i canti del coro.
Il chiacchiericcio dagli orti della chiesa dove da mane a sera c'era sempre qualcuno che lavorava  e chiacchierava. Le risate e i giochi dei bimbi che si rincorrevano mai stanchi, le voci note dei vicini che provenivano dalle case o dagli usci dove sedevano in estate.
 Le auto in corsa nella discesa verso la piazza...
la piazza...
ne intravedevo un pezzo, quello dove c'è il municipio col suo bell'orologio sul tetto. Quell'orologio che segnava sempre le mie ore coi suoi rintocchi continui e la vecchia sirena che suonava alle otto e a mezzogiorno fin quando non diede fastidio e la tolsero per sempre. 
Su quei gradini baciati dal sole, soleva sedersi mio nonno, un tempo, insieme ad altri anziani del paese. Dal balcone, ogni tanto l'osservavo...  
Mi perdevo sempre oltre l'orizzonte immaginando il mare, a noi lontano e scrutavo curiosa  il girovagare delle nuvole bizzarre... adoravo il cielo grigio, foriero di pioggia e spesso, avendo il balcone un tettuccio, guardavo anche la pioggia che scendeva  copiosa a  creare rigagnoli giù nella strada. Adoravo il freddo pungente e il vento sul viso.

 Le rare volte che ci svegliavamo con la neve, Malamotta sembrava un mondo incantato sospeso tra cielo e terra. Unica.
Che strana la vita.
Allora cercavo il mare ed oggi il mio nuovo orizzonte è fatto di mare, ma mi ritrovo a pensare con nostalgia a quel panorama di tanti anni fa...   
Oggi ho un terrazzo per scrutare il cielo e le nuvole. Catturo i loro movimenti e vado a caccia di immagini. Ogni sera aspetto le stelle e la luna. La cara, amata luna.
Secondo lo zodiaco dovrei amare il sole, ma il mio cuore aspetta sempre la dolcezza della sera e della luna con la sua forza che è linfa vitale. La forza di squarciare le tenebre ed illuminare la notte...non abbaglia come il sole e puoi stare a guardarla per ore...  

Non ci sono più gli ulivi nel mio orizzonte. Oggi è una linea marcata che  fonde cielo e mare ed ogni tanto scompare inghiottita da dense nubi di nebbia incolore. Ciminiere infuocate svettano a ridosso di una spiaggia meravigliosa che avrebbe tanto da raccontare.  
Ho perso per sempre i colori delle stagioni eppure, la natura stessa mi manda i suoi messaggi inequivocabili. L'azzurro splendido del cielo nelle belle giornate, l'aria dolce dell'autunno, il grigio dell'inverno e purtroppo il cielo incolore dell'afa in estate.   
Tetti e facciate colorate, diradano verso il mare e la sera in lontananza s'accendono le luci delle petroliere coi loro carichi inquinanti che bruciano nelle ciminiere intorno.
I lampioni nella via abbagliano il cielo, ma le stelle, lo stesso fanno capolino ogni sera e la luna è sempre lassù che m'aspetta.   
Non so se m'interessa ancora scrutare l'orizzonte. Il tempo stende impietoso il velo della rassegnazione che fa diventare tutto opaco, stantio ed informe.
Passano così i giorni e gli anni e solo se il cuore è ben disposto ti accorgi delle piccole cose che cercano di colorare la vita e la monotonia.    
Una farfalla che volteggia  leggera. Le rondini gaie che  giungono a primavera e svolazzando fino a sera partono poi in autunno inoltrato in stormi che oscurano il cielo. I passerotti che scendono a cercar briciole, sapendo di trovarle, le cornacchie sulle antenne e i cuculi coi loro canti a volte fastidiosi.   
Il cinguettio dei nuovi uccellini nei nidi sotto la grondaia vicina. Sempre affamati! 
I primi volteggi incerti dei colombini appena nati. Lo sbocciare dei fiori nei vasi seppur ormai poco curati. L'ingiallire e il nuovo sbocciare della vite americana sulla rete...>
 

Ecco, anche qui, posso vedere lo scorrere delle stagioni coi loro colori. La natura cerca di destarmi sottraendomi alla luna, all'oscurità della sera, ma non so ancora quanto il cuore desideri lo sfavillio della luce che spesso abbaglia. Negli anni, è il cuore che è cambiato e non c'entra più  la nostalgia. Inevitabilmente, i ricordi, portano solo malinconia. 
                                                                   



(Anna M. Chiapparo 2014)

Febbraio e il carnevale di un tempo

Ho di febbraio come la sensazione di un mese silenzioso e tranquillo nonostante qualche anno capiti di festeggiare il Carnevale con la sua caratteristica di allegria scherzosa e spensierata. Un mese di passaggio tra il gelido inverno che si culla come un ponticello sospeso a cavallo con la primavera.
I miei ricordi, al solito vagano tra i meandri della tranquilla vita paesana e soprattutto della vita contadina dei miei tempi.
Giorni lenti, silenziosi e monotoni, come possono essere i freddi giorni invernali quando la sera scende sempre molto presto.
Eppure, verso metà mese, qualche bella giornata di sole non mancava mai e per l'aria cominciava ad aleggiare signora primavera coi suoi profumi e colori nascosti, pronti a straripare per l'aria  e per  i giardini rigogliosi dopo le abbondanti piogge.                  
Anche l'animo, stanco dopo il rude inverno, sembrava volersi sciogliere al pallido sole, in cerca di tepore e di nuovi colori per lo sguardo.
Il maiale, molte famiglie già lo sistemavamo, poverino, già verso Natale per evitare proprio improvvisi colpi di calore che avrebbero potuto rovinare la carne o peggio, anticipare la nascita  delle mosche fastidiose. I salumi, per essiccarsi bene avevano bisogno di un freddo secco, non umido che li avrebbe resi invece, appiccicaticci e sempre molli.

Il nostro Carnevale era semplice e senza tante pretese. Non esistevano ancora carri allegorici e nemmeno le tante belle mascherine che oggi invadono le vie coi loro colori allegri e i vestiti pomposi. I bambini e ragazzi d'allora si divertivano con poco. Vecchi abiti dismessi o dei nonni, qualche mascherina anche di cartone, bidoni, giusto per far rumore e ci si divertiva spensierati per le vie.
L'unico desiderio era quello di essere invitati in qualche casa dove suonavano, a bere e ad assaggiare  qualcosa di buono. Se non aprivano, i portoni venivano battezzati con la farina in segno di rimprovero.
Qualche malcapitato poteva ritrovarsi infarinato dalla testa ai piedi. Non c'erano ancora coriandoli e bombolette inquinanti in giro. L'unica cosa che si usava era la farina o al massimo la cenere da buttare scherzosamente ai passanti che incrociavano il loro cammino, ma rispettando sempre gli adulti, anche per paura di qualche sculacciata.
Il pranzo tipico del Carnevale era a base di carne di maiale. Salsicce, costate e le immancabili polpette per fare il sugo con cui condire la pasta, generalmente fatta in casa. I dolci tipici erano "i nacatuli" un tempo usati anche nei ricevimenti di nozze e non mancava quasi mai il sanguinaccio di maiale. 
Il martedì grasso, per finire in bellezza, si faceva il funerale a re Carnevale. Spesso costruivano delle vere e proprie bare con assi di legno e vi adagiavano dentro un fantoccio di cenci che veniva portato in giro per il paese seguito da lamenti di bambini vestiti a lutto che facevano i "giangiulini" e tanto di prete con la tonaca.
 Quasi sempre, la bara veniva buttata nel fiume con alte grida di dispiacere che rendeva il tutto molto tragicomico. Molti si affacciavano dai balconi o creavano capannelli per vedere la scenetta. La serata finiva in allegria bevendo, mangiando e ballando dove possibile, in attesa dell'indomani, mercoledì delle ceneri quando era impossibile mangiare carne di qualsiasi tipo per non "cammararsi" (far peccato).
Svaniva dolcemente febbraio, così com'era entrato. Ogni tanto faceva un exploit scenografico con qualche fiocco di neve di breve durata, ma tutti ci rendevamo conto che le giornate cominciavano ad allungarsi e l'aria piacevolmente cambiava di giorno in giorno.      
In punta di piedi, sembrava levar un po' alla volta il suo ponticello levatoio e si ritirava in letargo fino all'anno venturo. Dormiva il suo sonno, cullato dai teneri bocci di primavera che rigogliosa ammantava le colline e i giardini in fiore.

(Anna M. Chiapparo 2014)