Pensieri...

La Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si è divertito a mescolarli insieme. (Guido Piovene)











«Se rinuncio ad amare la mia terra, contribuisco a distruggerla».



(Doris Lo Moro)











Chi di noi non ha mai sognato, specialmente in età adolescenziale, di scappare via dalla propria terra, dal proprio paese natìo?



Io penso sia una cosa capitata un pò tutti.



Evadere dalla solita routine, cercare cose e volti nuovi, viaggiare...è normale...



Poi, magari arriva quel tempo in cui ti soffermi a pensare e ripensare e forse t'accorgi che quello che hai trovato, seppur fondamentale, ti ha fatto perdere o lasciare indietro nel tempo, cose che credevi di odiare e non sopportare, e che poi ti stuzzicano, ti cercano, ti mancano...e che forse amavi...solo che non lo sapevi. (Anna)











Clikka sulla mia pagina FB

sabato 24 giugno 2017

Maria SS della Catena Dinami (VV)



É festa in questi giorni a Dinami (VV). 
La seconda domenica di luglio viene infatti venerata Maria SS della Catena e
dai paesi limitrofi, frotte di pellegrini partono a tutte le ore per raggiungere il bel santuario anche a piedi.
Anche noi, da Acquaro distanti una decina di km, partivamo a gruppi col proprio vicinato e poi per strada incontravamo altri paesani. Si partiva presto, prima dell'alba per evitare il caldo afoso di luglio e tutti insieme facevamo quel bel po' di km di passeggiata.
Noi, bambini e poi ragazzi eravamo sempre felici di quest'avventura e la notte non riuscivamo a chiudere occhio per l'eccitazione della lunga scarpinata.
Gli uomini di solito portavano i piccoli sulle spalle dato che non era ancora di moda usare i passeggini e noi più grandetti c'inventavamo il modo d'ingannare il tempo per strada...
I grandi pregavano, ma soprattutto cantavano una canzone che ancora mi torna in mente.
A dir la verità la stessa canzone la usavano anche per altre "Madonne", dato che l' ho sentita più volte anche in altre occasioni, soprattutto per la Madonna della Montagna di Polsi...
Limpidi, un paesino vicino, sembrava un piccolo presepe addormentato quando vi giungevamo e non di rado altri pellegrini s'incamminavano.
Dopo il paesino s'attraversava
un ponte detto "Du Sordaru" e poco dopo eravamo a Melicuccà. Da lí la distanza non era tanta, ma ormai la stanchezza si faceva sentire.
Attraversando i paesi, le donne cantavano più forte perché tutti sentissero il nostro passaggio.

"Pe mare e pe terra si nominata tu, Maria di la Catina, si china di virtù...
....
Maria di la Catina apriti li púarti ca stannu arrivandu li divúati vúastri.
Stannu arrivandu di tantu luntanu, Maria di la Catina, porgitinci la manu..."

Negli ultimi metri i canti si univano a quelli dei gruppi di altri paesi ed era tutto un vocío, una Babele gioiosa che creava un'atmosfera suggestiva.
Il bel santuario ci attendeva con la porta spalacata e finalmente chi aveva fatto un voto, dopo tanti km a piedi, si prostrava a rendere grazie alla madre Santissima...

Era ormai giorno fatto quando arrivavamo e anche la fiera cominciava ad animarsi. 
Bancarelle con le solite mercanzie e soprattutto dolciumi, giocattoli e frutta secca, erano in fila ambo i lati della strada prospiciente il santuario e proseguivano verso su, in paese dove in una piazzetta si stagliava il bel palco per le sere d'orchestra. Rituale immancabile in ogni festa patronale di quasi tutti i paesi del sud...
Noi bambini eravamo sempre felici perché un giocattolo, nelle feste, lo ricevevamo sempre. Per noi femminucce non mancavano gli accessori di pentolame, tazzine, piatti ecc per cucinare. Spazzoline, fermacoda e cerchietti, anellini e braccialetti...bambole, rigorosamente di plastica e di poche lire. I maschietti sfoggiavano le loro performance di musicisti già per strada. Tamburi e trombe di plastica andavano per la maggiore. A seguire camion, gru e ferri del mestiere per futuri dottori, falegnami ecc.
Le adolescenti spuntavano quasi sempre un nuovo vestito o un nuovo paio di scarpe e i genitori approfittavano pure loro per qualche compera utile. Generalmente era il periodo dell'assegno di disoccupazione per i disoccupati e del premio di produzione dell'olio dell'anno precedente...Qualche sfizio, si poteva levare, altrimenti s'aspettava la festa di San Rocco ad agosto...
Le mamme sceglievano pignate e tejie, ma anche i "puzzuniatti" (pentoloni d'alluminio) e le macchine per fare la conserva di pomodoro...gli uomini qualche nuova zappa o accetta. Tutte cose utili in casa e in campagna.
Le feste, con le loro fiere svolgevano molti compiti.
In primis la fede e devozione per i santi amati; lo svago in tempi e in luoghi in cui non c'era granché per divertirsi ed uscire; rifornirsi di cose utili e a volte introvabili, a buon prezzo e incontrarsi con amici e parenti lontani...
Maria della Catena, del Carmine, della Montagna, del Rosario, S. Rocco, San Cosma e Damiano ...ogni santo aveva ed ha ancora i suoi devoti ed ogni paese cerca come può di onorarlo. Il resto é un'altra storia che spesso e volentieri stride col quotidiano e con la semplicità di certi gesti del popolo credente.

E siamo giunti al giorno della festa in un tripudio di colori e gioia per grandi e bambini e
come in tutti i paesi saranno tornati gli emigrati a fare il pieno di nuovi ricordi da custodire per sempre ...
I santi e le feste sono anche questo al sud...

Quando passavo i lunghi pomeriggi estivi da mia nonna, mi raccontava aneddoti e vecchie storie che oggi rimpiango di non aver scritto da qualche parte, avendo oggi dimenticato molte cose.
Era molto devota a questa Madonna e a mia madre mise proprio il nome di Catena...
Una volta mi raccontò la leggenda della bambina legata al braccio...

In un paese c'erano come al solito, il ricco signore e i poveri cristi che s'arrabattavano a tirar su la famiglia.
Un giorno un uomo s'introdusse nel campo di cavoli del ricco e ne prese qualcuno da portare a casa.
Per non far capire, li estirpò con tutte le radici qua e là dato che il campo era molto vasto.
Prese l'abitudine di andarci ogni volta che non avevano più nulla da mangiare e purtroppo accadeva spesso.
Il signore se ne accorse e si nascose per pescarlo con le mani nel sacco.
Un bel giorno gli tese una trappola e lo fermò.
Vani furono i tentativi del povero di scusarsi e di adoperarsi a ripagare col lavoro. Il signore molto arrabbiato, nel frattempo aveva cercato notizie sul suo conto e sapeva che questo aveva due bei bambini. Un maschio e una femminuccia e per capriccio gli chiese in cambio la bambina.
"Mai potrei! Chiedetemi qualsiasi cosa, ma non la mia amata figlioletta, vi prego."

"Vuoi che ti denunci per furto, cosi i tuoi figli restano in mezzo ad una strada?"
Il povero gli chiese qualche giorno per pensarci e abituarsi all'idea e per trovare il modo di dirlo a sua moglie e quello acconsentí minacciandolo che sapeva dove trovarlo.
Passava il tempo, ma il povero contadino non riusciva a decidersi a cedere la figlioletta.
Dal canto suo, il signore ogni qualvolta incontrava qualcuno della famigliola, ripeteva sempre la stessa frase:
"di a tuo padre che i debiti si pagano"
Una, due, tre...così tante volte che passò un anno e il signore si spazientì minacciando di ucciderlo per la presa in giro.
A malincuore , il povero disgraziato, che aveva sperato per tutto il tempo in un miracolo, cedette e disse alla figlioletta di riferire al signore che poteva riprendersi il suo debito quando gli capitava sotto gli occhi.
"Finalmente!"
rispose, prendendo per mano la bambina e portandosela dietro.
All'inizio, non avendo nessuno, aveva in mente di prendere la bambina e crescerla come una figlia, ma la sua cattiveria e il tempo che passò per averla, gli fecero cambiare idea e decise di prenderla come sguattera. Era ancora piccola però, e la rinchiuse in cantina al buio.
La bambina piangeva continuamente e lo stesso i suoi familiari. La madre invocava continuamente l'aiuto della Madonna e il padre che si sentiva in colpa e prostrato per non poterla aiutare, cadde malato e morí.
Passò del tempo e una notte la bambina vide la cantina rischiarata da una immensa luce. Abituati gli occhi, riuscì a vedere la figura di una donna con un bimbo in braccio che le sorrideva e le diceva di non aver paura perché l'avrebbe liberata. La catena che la teneva legata si sciolse e la donna la tirò
dolcemente portandola con se verso il cielo.
Da questa leggenda nacque l'immagine rappresentata nel simulacro che viene venerato a Dinami, ma anche in molti altri paesi, soprattutto siciliani:
Maria SS della Catena che libera dalle persecuzioni e dalla schiavitù.

(Anna M. Chiapparo 2016)   Tutti i diritti riservati






A pignara i Malamotta




Foto tratta dal libro: Acquaro nella storia e nella tradizione.
(Proprietà di Rocco Citino)


L'immagine simbolo di Malamotta, la nostra collina, é da sempre un alto pino marittimo che cresceva accanto ad una casetta diroccata. 
La casetta e il pino, per l'altitudine erano ben visibili da molti punti del paese tanto da sembrare quasi due silenziosi e discreti guardiani.
Mentre il pino era in pieno rigoglio, la casetta bipiani, era ormai in rovine e il mesto pino sembrava osservare il lento decadimento della sua compagna costruita da mano d'uomo...
Ogni paese ha le sue leggende e quale posto migliore per Acquaro, che la sua più maestosa collina a far da scenario?
I nostri vecchi raccontavano delle scorrerie dei briganti che lassù si nascondevano tra gli arbusti della macchia mediterranea spostandosi in lungo e in largo e naturalmente la vecchia casetta era spesso protagonista dei loro ritrovi notturni. Qualcuno giurava di vedere nella notte, fiamelle di torce che vagavano qua e là e perciò si ripromettevano di starne lontani. Dal canto loro, i briganti, semmai si siano accampati davvero lassù, questo volevano, non certo rompiscatole fra i piedi.
La leggenda dei "jerjiani" (mostri cattivi/briganti) raccontata ai bambini per farli calmare dai capricci, aveva sicuramente un certo effetto che noi acquaresi ricordiamo un po' tutti...
Tutte le leggende però, col tempo vanno scemando e cadono nel dimenticatoio...spesso annoiano pure...

Le colline calabre, ricche di vegetazione spontanea sono bellissime e affascinano lo sguardo, ma quando ci mette mano l'uomo tutto distrugge.
Pian piano, la collina é stata stravolta per costruire una strada che naturalmente ha cominciato a franare e poi e poi...ma del resto, essendo proprietà privata, é pure logico che ognuno la voglia sfruttare al meglio.

La leggenda della "pignara" comunque finí con un brutto incendio che la divorò letteralmente per giorni finché non udimmo il suo tonfo all'alba di una notte infuocata.
Da allora, un altro simbolo del paese é andato perduto per sempre e rimane maestoso solo nei nostri ricordi sempre più sbiaditi.
(AMC)



https://www.facebook.com/Annamariachiapparo/photos/a.446988438759221.1073741829.437578559700209/498368510287880/?type=3&theater

La vecchia sirena di Acquaro






Non so chi e perché l'abbia voluta, ma tra le cose curiose del mio vecchio paese, ricordo una sirena posizionata sull'orologio della piazza che suonava alle otto di mattina e a mezzogiorno.
Quelli della mia generazione siamo crescuti e andati a scuola in compagnia di quella sirena che tra l'altro era fortissima e s'udiva da ogni dove.
Alle otto di mattina, bambini e ragazzi sapevamo che dovevamo correre a scuola mentre a mezzogiorno eravamo contenti perché da li a poco saremmo tornati a casa...

Il mezzogiorno era una specie di coprifuoco. Come per magia la piazza si svuotava di tutti gli abitudinari e degli anziani che vi passavano il tempo e prendevano il fresco.
Ognuno riprendeva la via di casa e la piazza sembrava addormentarsi, soprattutto nella calura estiva, fin verso le 15.00 del pomeriggio quando pian piano ricominciava a brulicare.
Ogni tanto la vecchia sirena si rompeva e non suonava oppure diventava stonata...fatto sta, che essendo ormai abituati al suo suono, quando capitava ci mancava. Un bel giorno smise di suonare e si pensò di tutto e di piú... Alcuni dicevano che l'avevano rotta apposta perché non la si sopportava più, altri dicevano che i pezzi di ricambio erano costosi... ma la piazza, sul far del mezzogiorno continuò comunque lentamente a svuotarsi finché tutti pian piano si dimenticarono della vecchia sirena...
(AMC)

"Quandu jìamu a hfuntana pe l'acqua"




Disubbidire...mai 

e se la nonna ti mandava a prendere l'acqua fresca ci andavi anche da piccola.

Le strade erano sicure e non c'erano lupi cattivi nascosti, ma nonni, zii, cugini, madri e padri di tutti...
Si rispettavano le cose e le persone, poi che accadde?

Ci siamo persi per strada molte cose.
Abbiamo abbellito quelle stesse strade tortuose e fangose, imbellettate le case, cambiato i mobili, pitturati balconi e portoni. Ci siamo chiusi dentro i nostri mausolei di ricordi ed abbiamo corazzato anche i cuori.
Pure le fontanelle sono sparite nel tempo e le poche rimaste gorgogliano pigre per qualche randagio assetato in attesa di un bimbo che le faccia rivivere ancora.

(Anna M. Chiapparo)

La P. Comunione






Ricordi..

Io la P.Comunione l'ho fatta a giugno. tanti anni fa... 

Si é parlato tanto negli anni di quei famosi vestitini tipo sposa, fino ad addurre le più svariate conclusioni alcune da me non condivisibili. 
A parte che mi piace la tunichetta uguale per tutti, ma dire che la bellezza del vestito era discriminante in base al ceto sociale, mi pare troppo.
So, purtroppo che é pur vero, ma quello che voglio dire é che siamo da sempre noi grandi a creare separazioni e discriminazioni. Nella mente di noi bambine era un giorno speciale, la P. Comunione. Bisognava farsi belli per Gesù ed ognuno come poteva. Anche un semplice vestito ai nostri occhi, era speciale perché era speciale il suo significato, il suo uso, non il vestito in se. Poi vennero le mode che uccisero la magia...
Se tu lo compri a Vibo, anch'io ci vado. Se tu lo paghi 50 io lo pago pure 70...e la festa, le bomboniere, la torta, gli invitati...oggi certe P. Comunioni fanno "arrossire" anche un matrimonio. Addirittura fanno il book fotografico del prima e dopo ecc. ecc...mah...
Siamo o non siamo noi?
Meno male che c'è ancora chi crede nella semplicità e la mette in atto.
La bellezza e la dolcezza della P.Comunione é proprio la sobrietà ed é compito del bravo catechista, della famiglia e del parroco, farlo capire ai bambini, ma se già il parroco stesso chiede la parcella per un sacramento...beh...non mi meraviglia più nulla.
(AMC)

La piccola radio locale


Sull'onda dei ricordi...

Molto in voga fin verso gli anni 80, erano le radio locali.
Ai tempi in cui non esistevano nemmeno lontanamente FB, watsapp, e internet in genere, la moda delle dediche alla radio, anche in diretta spopolava un po' ovunque specie nei paesini internati dove non esisteva nessuna forma di svago, non c'erano cinema ecc.
Gli ultimi Sanremo e i cantanti del momento erano i nostri idoli. Ognuno, piú o meno, aveva la canzone del cuore da dedicare a qualcuno.
A volte si preferiva usare l'anonimato scegliendo uno pseudonimo, ma il fascino della radio prendeva un po' tutti. Era la moda del momento e la giornata era scandita da vari appuntamenti con gli speakers che anche se mandavano sempre le stesse canzoni, erano "trend" . Spesso si combinavano incontri e nascevano amicizie vere. Anche amori!
Possiamo affermare che la radio locale fu per noi cinquantenni, il FB di oggi.

Anche il mio paese vanta la sua radio, ma non ricordo più il nome, né la durata. Mi pare non durò molto...
Le più gettonate erano Radio Calabria, e quella di Paravati, Limbadi.
(AMC)


S. Antonio di Fabrizia (VV)





Profumi e ricordi di fede...

S. Antonio é un santo molto amato in Italia e nel mondo. 
In Calabria il suo culto é molto diffuso ed é patrono di molti paesi. A Fabrizia, un centro vicino a Serra San Bruno, la leggenda vuole che venne rinvenuta da alcuni contadini, una cassa di legno con dentro la venerata statua e da allora é divenuto il S. patrono del paese serrese. Il piccolo centro, il 13 giugno di ogni anno é invaso da pellegrini dai paesi vicini che arrivano a sciogliere un voto o per una semplice preghiera. Anche da Acquaro, il mio paese, ricordo che molti ci andavano a piedi seppur abbastanza distante. Appena arrivati, molti percorrono la chiesa in ginocchio fin sotto il simulacro.
Non é raro vedere signore anziane e soprattutto bambini, vestiti col classico saio marrone con cordone come il santo. Un tempo c'era anche l'usanza in alcune famiglie di invitare a pranzo 13 giovani fanciulle e un bambino che simboleggiava Gesù .

"Rassegnaziuani" (rassegnazione)




Ci píanzu notte e juarnu
ma non truavu riparu.
Giru e vúatu paru paru
ma cu ccui parru parru
calanu l'uacchi e
nenta mi dinnu.

Votanu i spaji scumpurtati
e ognunu penza e sua
guai e ai fijji sbenturati.

"Chi 'ndi duna sta terra?
Fatica, suduri e penzíari,
ma sempa poveri e pacci restamu!"

Hanno raggiuni nommu
parranu e nommu
dunanu cuntu.
L'uacchi diventano ogni
juarnu cchiù pisanti
e i penzíari su tanti.

Miajjiu u mi stajiu
sulu sulu silenziusu
ca tantu i penzíari non
sinda vannu.

Non viju lustru né lumera
sta vita para na galera.
E quandu fijjuma gíangia
ca vola pana, io mi giru
arríadu a porta e jiangiu
appríassu ad iju.

Non sacciu chi significa speranza.
Na cosa chi non si tocca
non ti duna u mangi...

Rassegnazíuani,
si chiama sta malatia.

(Anna M. Chiapparo)

Panari, sportiaji e carijjiotta!

https://www.facebook.com/Annamariachiapparo/photos/a.446988438759221.1073741829.437578559700209/488250441299687/?type=3&theater


I venditori di cestini e panieri spesso usano lavorare davanti agli occhi degli acquirenti...
Un tempo si era un po' gelosi delle proprie conoscenze e si preferiva tramandare i segreti del mestiere di padre in figlio.
Oggi molti lavori artigianali sono purtroppo già spariti e si cerca di correre ai ripari riscoprendo il passato, cercando di tenere ancora in vita quei lavori che hanno cresciuto intere generazioni.
Gli ultimi artigiani rimasti, oggi cercano ben volentieri di far imparare i loro mestieri organizzando laboratori e vere e proprie scuole per far in modo che non tutto vada perduto. Un grande merito l'ha avuto anche il web con tanto materiale online. Anche grazie ad internet si può imparare molto.
Non c'entra nulla, ma ad esempio, io ho imparato ad intrecciare i cestini, che un tempo si facevano con le canne e col vimini, usando delle cannucce di carta che faccio io stessa, seguendo dei corsi su you tube...
Come si suol dire:

"di necessità, virtù."

In paesi come il Brasile, l'America Latina ecc. Intere famiglie si mantengono facendo lavori del genere da vendere ai turisti e facendo ciò, in piú riciclano senza pesare sull'ambiente.
Ogni tempo, ogni epoca ha il suo saper fare per non affondare...e meno male!
(AMC)

E' il momento di raccogliere l'aglio

Piantati ad ottobre, spicchio a spicchio, i piccoli germogli sono cresciuti durante tutto l'inverno e la primavera, ingrossando i bulbi.

Mia madre li piantava ogni anno. Una piccola scorta di agli e cipolle non mancava mai. Mi insegnava come fare ed io sempre appresso ad aiutarla. Da lei ho impararato tanti piccoli trucchi dell'orto.
Oggi basta accendere internet e si trova di tutto e di più, ma allora "le cose" si tramandavano a voce e con la pratica...

Le piccole "lenze" (strisce di terra) dell' aglio erano tenute sempre ordinate e pulite dall'erba. Periodicamente ci portavamo la cenere del camino che pare facesse bene. Non ho mai saputo se ciò fosse vero, ma male non faceva....
Mi piaceva zappettarli con una zappetta piccola piccola che da un lato finiva in due corni e, alla fine ero sempre io a prendermene cura...
Quando la pianta era nel pieno rigoglio, fioriva per poi spegnersi lentamente.
Quelle belle code verdi, turgide e svettanti che per mesi avevano cercato il sole, s'afflosciavano tristemente a terra cambiando colore. Diventavano di un triste marroncino/ giallognolo ed
era quella l'ora di estirparli sperando che la pioggia avesse fatto ingrossare e moltiplicare i bulbi piantati.
Venivano via facilmente ma alcuni, testardi come la terra di Calabria, erano cosí radicati da richiedere un aiuto. Bisognava quindi scavare intorno con un bastoncino e levarli piano piano per non rovinarli.
Sembrava una piccola magia.
Piantavi uno spicchio e ne ritrovavi anche dieci insieme...come per le patate.
Da una o addirittura mezza, ne uscivano tante!

Una volta raccolti mia madre li lasciava un po' stesi ad asciugare e quando riteneva che fossero perfetti "li arrestava".
Mi pare di vederla col suo immancabile grembiule, intenta ad intrecciare...
Prima con le forbici tagliava le radici ormai secche e qualche coda che non serviva, poi intrecciava con maestria.
Si, perché anche per fare le reste d'aglio, cipolla o peperoncini, ci vuole garbo e maestria, altrimenti scivolano via, scappano asciugandosi...

Un po' come i ricordi che guizzano curiosi e poi improvvisi sgusciano via.

(Anna M. Chiapparo)




(Foto: venditore di agli - dal web)


https://www.facebook.com/Annamariachiapparo/photos/a.446988438759221.1073741829.437578559700209/488863804571684/?type=3&theater

La credenza della nonna (racconto)


Troneggiava in cucina e dalle sue antine vanitose facevano capolino i suoi tesori.
I pizzi e merletti della nonna, ben inamidati spiccavano candidi sul legno di pesante noce ad abbellire le mensole stracolme.
I bicchierini piccoli piccoli, rovesciati per non farvi entrare polvere, la delicata bottiglia con un tralcio di rose dipinte sul fianco panciuto, sempre piena di rosolio.
Le tazzine dal bordo d'oro ben composte sui piattini e la zuccheriera sempre colma di quadretti di zucchero che arrivava dalla Svizzera.
Quelli uscivano, insieme alle tazzine solo per ospiti importanti. Gli altri, lo zucchero lo prendevano sfuso, a cucchiaini.
Gli ospiti importanti...e chi erano? Chi di importante poteva far visita alla nonna?
Oh, ma gli ospiti, importanti lo sono un po' tutti, ma vuoi mettere il dottore con l'ortolano? Don Bruno con la sarta? Il garzone del fornaio con il postino che portava le lettere dall'America?
Eh no! Le tazzine buone e la zuccheriera coi zuccherini uscivano solo per don Bruno e per il dottore...
il dottore...bravo lui!
Andava a trovare la nonna ogni volta che passava là vicino, ma da quando aveva assaggiato il rosolio, altro che caffè! Preferiva sempre un bicchierino e dopo aver misurato la pressione alla nonna, che in fondo stava bene, se ne andava sempre allegro e contento.
Anche don Bruno, la domenica verso le otto, quando le portava la comunione, dato che ormai non usciva più di casa, chissà perché, preferiva sempre un bicchierino del famoso rosolio della nonna.
Fu cosí che la zuccheriera rimase sempre piena e gli altri quadretti belli in fila nel pacchetto chiuso nel di sotto della credenza.
Ogni volta che l'apriva con la piccola chiave con la nappina,
si spandeva un delicato profumo di biscotti, cioccolato e caffé. Era là dentro che teneva il caffè in chicchi da macinare col vecchio macinino e nascosti da qualche parte, in qualche ninnolo, vecchio regalo di nozze, teneva sempre una scorta di biscotti e cioccolatini per noi nipoti.
Un giorno sbuffando prese la bella zuccheriera e la svuotò in un piattino sul tavolo.

"Toh, mi sono proprio stufata di vedere questo zucchero. Non vorrei che arrivassero le formiche! Mangiate."
Noi non credevamo ai nostri occhi. La nonna che teneva quei quadretti come reliquie, ce li stava dando da sgranocchiare tutti!

"Ma nonna, che darai ai tuoi ospiti?"
Noi increduli e con l'acquolina in bocca...dato che non ce lo faceva toccare quello zucchero.

"Ma si, poi metto l'altro..."

Rispose, prendendo una tavoletta di cioccolato da un angolo nascosto.
Noi ci guardammo incuriositi e felici.
É proprio vero che la felicità é soggettiva e relativa.
Per noi bambini quei momenti con la nonna erano attimi di felicità e l'occhio controllava sempre le ante della vecchia credenza. Da qualche parte c'erano i tesori nascosti della nonna che diventavano sempre nostri.
Che i grandi prendessero pure il rosolio, a noi bastava anche un solo quadretto di zucchero.

(Anna M. Chiapparo)

Racconto inventato.
(Tutti i diritti riservati)


https://www.facebook.com/Annamariachiapparo/photos/a.446988438759221.1073741829.437578559700209/488930097898388/?type=3&theater

Il mercato di Acquaro




Ancora oggi i mercatini rionali hanno il loro fascino anche se ormai la mercanzia é tutta una fotocopia e i venditori di varie nazionalità, vendono per lo più cineserie...
mah...i tempi cambiano, ma non penso che adeguarsi a tutto ciò che la moda detta o meglio, impone, sia sempre un bene...
Non penso di essere nostalgica quando ricordo il mercatino del mio paese, quello di un tempo che facevano dalla piazza a Manetta...

Era ed é ancora ogni giovedì.

Le bancarelle partivano dall'ala del ponte e proseguivano verso l'uscita del paese.
Vestiario, scarpe, utensili da cucina, oggettistica e alla fine tutta la roba da mangiare. Frutta, verdura e la salumeria erano piazzati nello spiazzo antistante e dentro il nostro "ecomostro" in cemento armato.
Ebbene si, anche al mio paese abbiamo il nostro bell' ecomostro che doveva diventare un mercato coperto e poi...
Oggi dopo circa una trentina d'anni e forse più, se ne sta li, scheletrico a far acqua da tutte le parti.
La nostra brutta cattedrale nel deserto...

Poi decisero di spostarlo nella zona nuova del paese, il mercato. Ora si fa in Largo S.Giovanni e nelle traverse vicine. Oggi, dipende dal lato dove arrivi, trovi subito frutta e verdura e poi il resto.

Sono caratteristici i mercati coi loro colori e il miscuglio di profumi.
Quello penetrante del formaggio e dei salumi si mischia a quello dolce della frutta. In questo periodo immagino cassette variegate di ciliege e pesche accanto a peperoni colorati che stuzzicano il naso.
Zucchine e "cime" verdeggianti accanto ai loro bellissimi fiori raccolti ancora chiusi per non farli sciupare. I primi fagiolini e le turgide melanzane. Primizie dei campi del vibonese e forse ancora di qualche orto vicino.
Da Piani scendeva la roba più saporita , e anche se piú o meno, un pezzo di orto l'avevano tutti, qualcosa da comprare c'era sempre.
Le pannocchie, i peperoncini piccanti...
Quell'angolo profumato era speciale un tempo.
Poi i profumi si persero, cambiarono, soffocati dagli incensi e dalla strabordante mercanzia orientaleggiante.
Tutto é diventato artificiale, quasi plastico, asettico...e sa di medicina.
Anche le sopressate e i capicolli oggi sanno di plastica.

Eppure voglio sperare che ci siano ancora angolini del mio vecchio mercato dove il formaggio profuma ancora di formaggio e la ricotta ha il sapore di ricotta.
(Anna M. Chiapparo)

Profumo di camomilla in Calabria



Sull'onda dei ricordi...

Come ho già scritto altre volte, il mio piccolo pezzo di campagna aveva dei luoghi che sembravano magici.
I posti delle fate e degli gnomi...
Era senza strada, altrimenti sarebbe stato un luogo meraviglioso. Ci si arrivava per uno stretto sentiero che consentiva il transito solo a piedi e tutto doveva essere trasportato sulla testa...
Arrivando, sulle sponde del ruscelletto crescevano pioppi e qualche acero che in questo periodo coloravano tutto di un verde meraviglioso. Il ruscello lo costeggiava per tutta la parte bassa fino a tuffarsi nel torrente del paese che passava poco sotto.

Per attraversarlo bastava fare un salto e sul confine non c'erano né cancelli né recinzioni perché non ce n'era bisogno. Mio padre aveva piantato nel tempo un po' tutti i tipi di alberi da frutta che non c'erano ancora. Di suo c'erano già degli altissimi noci, qualche nocciolo, aranci e mandarini e qualche pianta di cachi e melograni. C'era pure una piccola vigna e una grande pergola di uva fragola che però ci piaceva poco. Mio padre faceva il vino e lo regalava agli amici. Chi non l'aveva, l'uva fragola l'apprezzava.

Mi par di rivedere tutto nonostante siano ormai più di trent'anni che non ci metto piede.
Il gorgoglío dell'acqua tra i sassi e il gracidare delle ranocchie, i rumori improvvisi che in campagna non mancano mai...
In questo periodo c'era molto da fare. Si raccoglieva e si seminava o piantava ancora...
Le folate di vento profumavano l'aria delicatamente in tutte le stagioni. Ora erano le violette primaverili, gli agrumi in fiore, gli iris che coloravano un sentiero, poi le rose che io stessa avevo piantate...un tripudio di aromi e profumi inebrianti quando il vento era più capriccioso.

La camomilla cresceva nel suo angolino da sempre.

Era in una piccola "lenza" (striscia di terra) riparata dai vetusti fichi d'India che ogni anno caricavano di frutti.
Era tanta e mia madre ci raccomandava ogni anno di salvaguardarla e non estirparla insieme alle erbacce. Lei sapeva quando era il momento giusto per raccoglierla.
In questo periodo, prima del sole forte che l'avrebbe bruciata. Aspettava che le piccole corolline candide volgessero giú, verso il rametto lasciando il bottoncino centrale, pieno di semini, a prendere il sole.
Poi la raccoglieva con tutte le radici lasciandone qualcuna qua e là come seme per l'anno venturo. Nasceva infatti per seme e la natura sapeva come fare il suo mestiere ogni anno.
Che io ricordi c'era sempre. Il profumo dolce e delicato sembra ancora stuzzicare la memoria...
A casa la stendeva su un piano per farla asciugare qualche giorno e poi la riduceva a mazzetti. Sfilava i rametti dai cespuglietti e toglieva tutte le foglioline che altrimenti avrebbero dato un sapore amarognolo alla tisana.
Puliva ben bene e toglieva le radici, poi ripiegava i gambi su stessi più volte fino a farne dei fagottini profumati che legava con più giri di filo. Li stendeva ancora un po' al fresco e poi li conservava in sacchetti di carta.
Per fare una camomilla rilassante bastava un mazzetto infuso nell'acqua calda, per farla più forte si metteva a bollire direttamente per qualche minuto.
Piccole cose normali per quel tempo che ora mi sembrano lontanissime da tutto.
E non sempre fanno bene i ricordi...
(Anna M. Chiapparo)

Il nocino di San Giovanni

https://www.facebook.com/Annamariachiapparo/photos/a.446988438759221.1073741829.437578559700209/491955290929202/?type=3&theater


Oggi S. Giovanni Battista

Auguri a tutti i Giovanni/a

Era come oggi che mia madre sceglieva le noci più belle per fare il suo nocino.
Rigorosamente 24 come il giorno, per ogni litro di liquore.
Le intaccava col coltello e le lasciava chiuse in un vaso nell'alcool per una quarantina di giorni insieme a spezie varie. Le scrollava tutti i giorni e poi...nocino tutti... le piaceva regalarlo agli amici. Lei non beveva liquori, ma aveva sempre una grande voglia di fare un po'di tutto da tenere in casa....


Botteghe di Calabria

Botteghe di Calabria

Spuntano all'improvviso appena svolti l'angolo.
Seminascoste nei centri storici dei paesini più remoti.
Le bottegucce di paese che profumano di tutto...di terra, mare, sole...
Inconfondibili con la loro aria retrò che sa di campagna e che ti rituffa indietro nel tempo.
I prodotti tipici in bella vista, alla portata di tutti gli sguardi e narici. Alla portata dei ricordi perduti...
E capisci subito se sono botteghe vere o botteghe attira turisti, come le chiamo io.
Le seconde non profumano di vita, non raccontano storie vissute. Raccontano cartoline stampate e calamite di fattura cinese...
Quelle vere ti regalano un sorriso sincero e i proprietari ti danno del "Voi" cercando di ricordare il tuo volto, nelle fisionomie passate e spesso, sfacciatamente ti chiedono chi sei... Gli altri non hanno tempo. Sono presi dal commercio e preda del tempo e delle stagioni che passano in fretta. Ti raccontano della cipolla rossa di Tropea e del loro peperoncino. Ti offrono profumi sigillati in belle confezioni regalo e ti sbandierano svaghi, turismo e commercio. La Calabria sballottata e mascherata di moderno che non ha capito ancora che molti vorrebbero entrare in una botteguccia e portar via come scorta invernale non il solito peperoncino e l'origano fresco, ma i profumi ancora acerbi, veri, genuini, non inquinati dalla pubblicità e dall'inflazione del "caro euro".
Vorrebbero una Calabria ancora vera, non quella stampata ed abusata sulle cartoline.
E mi piacerebbe davvero entrare in una botteguccia con una sola porta. Sentire il fresco degli antichi muri e trovarvi dentro i sigilli del tempo perduto.

(Anna M. Chiapparo)

La mia terra

 La mia terra

La mia terra
danza nel mare
e canta nel vento
Insegue stelle da regalare
come gemme preziose
a giovani spose
Raccoglie profumi
e mesce essenze
in notti insonni
di vetuste presenze
La mia terra
geme solitaria
quando scompare la luna
e greve culla
l’anima ribelle
Accarezza capi
di orfani fieri
Raccoglie preci e desideri
Conforta vedove
in ogni dove
Ascolta silente
serenate d’amore
Tra anfratti,
boschi e diroccati manieri
cela ninfe ed avi guerrieri
Maestosa s’inchina
ad antichi cavalieri
La mia terra è
uno scrigno prezioso
di tesori nascosti
da coltri pesanti
che lacerano l’aria
con grida incessanti
La mia terra è un aratro
dai solchi profondi
semina grano
e raccoglie pane
lenisce ferite
lasciate dalle frane
Rimane mesta e dolente a meditare sulla sorte,
sempre più impotente
La mia terra muore
di una lenta agonia
quando un suo figlio
parte e va via.

(Anna M. Chiapparo)

Poesia selezionata e pubblicata, nel concorso "Il Federiciano" 2015

"U cuccu" I fiori di sambuco

https://www.facebook.com/Annamariachiapparo/photos/a.446988438759221.1073741829.437578559700209/494497890674942/?type=3&theater



I fiori di sambuco ( u cuccu)

In questo periodo erano già fioriti ed ogni volta che attraversavo il ponticello di ferro del "Cannale" per andare da mia nonna, ne sentivo il delicato profumo.
Era là vicino che cresceva un rigoglioso arbusto che ogni anno s'ammantava di candide e delicate corolle.
Mia madre li raccoglieva ogni tanto e li faceva seccare per qualche giorno. Una volta asciutti li riponeva in un sacchetto di carta e li conservava. Sembravano delicati pizzi ingialliti dal tempo...
Oggi so che i fiori di sambuco si possono addirittura mangiare in frittelle, allora sapevamo che erano utili per le infiammazioni agli occhi.
Bastava fare un decotto e poi una volta freddo, lavare gli occhi piú volte al giorno. Funzionava come un po' tutti i rimedi casalinghi offerti da madre natura e dall'esperienza dei nostri avi.
Non so perché lo chiamassero "cuccu", ma chissà, magari aveva a che fare col cuculo, che in questo periodo diffondeva per l'aria il suo verso e in dialetto, chiamiamo "cuccu"...


il "cuccu" (fiore) fiorisce, quando il "cuccu" (cuculo) canta...potrebbe essere.

(Anna M. Chiapparo)